14/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



"Difendere pesca e rotte petrolifere": prosegue la militarizzazione del continente
                                                                       Scritto da Antonio Mazzeo
 
Quindici giorni dopo l’inaugurazione ufficiale di Africom (il comando unificato delle forze armate Usa per gli interventi in Africa), da Stoccarda (Germania) trapela la decisione di iinviare la Guardia Costiera a presidiare stabilmente le coste del continente.

 “La Coast Guard – ha dichiarato l'ammiraglio Thad Allen, comandante supremo della quinta forza armata statunitense – aiuterà lo sforzo di Africom nell’assistenza dei paesi più piccoli nel controllo delle proprie coste. Ci coordineremo con i governi per addestrare nel pattugliamento costiero le unità navali locali e condurre corsi di formazione e programmi che contribuiscano a potenziare la sicurezza delle vie marittime”.

In vista dei futuri impegni dell’US Guard Coast in Africa è stato installato un reparto operativo presso il quartiere generale di Africom a Stoccarda. Già nei mesi scorsi ufficiali della Guard Coast avevano fatto tappa per periodi di 2-3 settimane in alcuni paesi del Golfo di Guinea, avviando “progetti di cooperazione” con le marine militari locali. Lo scorso mese di giugno la stessa Guard Coast aveva trasferito nelle acque prospicenti l’Africa Occidentale e Centrale, l’unità navale “Dallas” per partecipare ad operazioni marittime multilaterali di “pattugliamento”. La missione africana della “Dallas” si è conclusa due mesi fa dopo una sosta operativa a Capo Verde.  

La recente vicenda della nave cargo ucraina “Faina” (carica di armi presumibilmente dirette in Darfur), sequestrata da uomini armati al largo delle coste somale, ha fornito il pretesto a Washington per un ulteriore colpo di acceleratore ai piani di penetrazione militare nel continente africano e di controllo diretto delle rotte marittime più importanti per i traffici petroliferi.

Ma non è solo il petrolio a spingere gli Stati Uniti ad accrescere i propri sforzi militari nel continente africano. “Operiamo per la sicurezza – spiega l’ammiraglio Thad Allen – e ciò significa pure la lotta alla pirateria, ai traffici di droga e al flagello economico dell’industria della pesca illegale. La pesca illegale è un problema da un miliardo di dollari. Gli stock di pesce hanno un valore importantissimo per i paesi africani, ed essi hanno la necessità di controllarli. Il pesce è una risorsa che noi abbiamo interesse a proteggere”. Inutile aggiungere che la militarizzazione delle frontiere marittime africane risponde inoltre all’esigenza di impedire – il più lontano possibile - i flussi migratori verso i paesi europei.

La decisione USA di dislocare stabilmente unità navali a presidio delle coste africane segue di qualche giorno l’accordo raggiunto nella conferenza dei ministri della difesa dell’Alleanza Atlantica, d’inviare lo Standing Naval Maritime Group (il Gruppo marittimo navale Nato) a vigilanza delle acque limitrofe la Somalia. La forza navale impiegherà sette unità militari e raggiungerà la Somalia entro la fine del mese.

A chiedere l’intervento della Nato, è stato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, consolidando la deprecabile prassi ONU di appaltare la distribuzione di “aiuti umanitari” direttamente all’Alleanza Atlantica o alle sole forze armate USA. Secondo Bruxelles, la forza Nato “fornirà la scorta alle navi del World Food Program (il Programma Mondiale per l’Alimentazione nda) che trasportano le scorte di cibo per le popolazioni e pattuglierà le acque della Somalia per aiutare a fermare gli atti di pirateria”.

La richiesta delle Nazioni Unite è stata ovviamente caldeggiata dal segretario alla difesa USA, Robert M. Gates. Nella regione del Corno d’Africa, oltre 1.600 militari di aeronautica, marina ed esercito degli Stati Uniti d’America operano attualmente dalla base aeronavale di Djibouti.
 
Parole chiave: africom
Categoria: Profughi, Migranti, Armi
Luogo: africa