Quindici giorni dopo l’inaugurazione ufficiale di Africom (il comando unificato
delle forze armate Usa per gli interventi in Africa), da Stoccarda (Germania)
trapela la decisione di iinviare la Guardia Costiera a presidiare stabilmente
le coste del continente.

“La Coast Guard – ha dichiarato l'ammiraglio Thad Allen, comandante supremo
della quinta forza armata statunitense – aiuterà lo sforzo di Africom nell’assistenza
dei paesi più piccoli nel controllo delle proprie coste. Ci coordineremo con i
governi per addestrare nel pattugliamento costiero le unità navali locali e condurre
corsi di formazione e programmi che contribuiscano a potenziare la sicurezza delle
vie marittime”.

In vista dei futuri impegni dell’US Guard Coast in Africa è stato installato
un reparto operativo presso il quartiere generale di Africom a Stoccarda. Già
nei mesi scorsi ufficiali della Guard Coast avevano fatto tappa per periodi di
2-3 settimane in alcuni paesi del Golfo di Guinea, avviando “progetti di cooperazione”
con le marine militari locali. Lo scorso mese di giugno la stessa Guard Coast
aveva trasferito nelle acque prospicenti l’Africa Occidentale e Centrale, l’unità
navale “Dallas” per partecipare ad operazioni marittime multilaterali di “pattugliamento”.
La missione africana della “Dallas” si è conclusa due mesi fa dopo una sosta operativa
a Capo Verde.
La recente vicenda della nave cargo ucraina “Faina” (carica di armi presumibilmente
dirette in Darfur), sequestrata da uomini armati al largo delle coste somale,
ha fornito il pretesto a Washington per un ulteriore colpo di acceleratore ai
piani di penetrazione militare nel continente africano e di controllo diretto
delle rotte marittime più importanti per i traffici petroliferi.

Ma non è solo il petrolio a spingere gli Stati Uniti ad accrescere i propri sforzi
militari nel continente africano. “Operiamo per la sicurezza – spiega l’ammiraglio
Thad Allen – e ciò significa pure la lotta alla pirateria, ai traffici di droga
e al flagello economico dell’industria della pesca illegale. La pesca illegale
è un problema da un miliardo di dollari. Gli stock di pesce hanno un valore importantissimo
per i paesi africani, ed essi hanno la necessità di controllarli. Il pesce è una
risorsa che noi abbiamo interesse a proteggere”. Inutile aggiungere che la militarizzazione
delle frontiere marittime africane risponde inoltre all’esigenza di impedire –
il più lontano possibile - i flussi migratori verso i paesi europei.
La decisione USA di dislocare stabilmente unità navali a presidio delle coste
africane segue di qualche giorno l’accordo raggiunto nella conferenza dei ministri
della difesa dell’Alleanza Atlantica, d’inviare lo Standing Naval Maritime Group
(il Gruppo marittimo navale Nato) a vigilanza delle acque limitrofe la Somalia.
La forza navale impiegherà sette unità militari e raggiungerà la Somalia entro
la fine del mese.
A chiedere l’intervento della Nato, è stato il segretario generale delle Nazioni
Unite, Ban Ki-Moon, consolidando la deprecabile prassi ONU di appaltare la distribuzione
di “aiuti umanitari” direttamente all’Alleanza Atlantica o alle sole forze armate
USA. Secondo Bruxelles, la forza Nato “fornirà la scorta alle navi del World Food
Program (il Programma Mondiale per l’Alimentazione nda) che trasportano le scorte
di cibo per le popolazioni e pattuglierà le acque della Somalia per aiutare a
fermare gli atti di pirateria”.
La richiesta delle Nazioni Unite è stata ovviamente caldeggiata dal segretario
alla difesa USA, Robert M. Gates. Nella regione del Corno d’Africa, oltre 1.600
militari di aeronautica, marina ed esercito degli Stati Uniti d’America operano
attualmente dalla base aeronavale di Djibouti.