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Una dozzina di morti. Solo così, nelle intenzioni del primo minstro Al Maliki, si potranno fronteggiare
i gruppi islamici radicali, come i Combattenti di Al Qaeda o quelli dello Stato
islamico iracheno, che, con intimidazioni, attentati, omicidi, hanno diffuso il
terrore tra i cristiani di Mosul. Dai 13 ai 15 cristiani sono stati uccisi negli
ultimi giorni nella città, e numerose le famiglie che hanno deciso di fuggire
al nord. Nel febbraio scorso, l'arcivescovo della comunità caldea, Paulos Faraj
Rahno, è stato rapito, e il suo corpo senza vita ritrovato settimane dopo.
L'esodo. Gli attacchi hanno motivazioni di carattere sia religioso che politico. Volantini
anti-cristiani sono comparsi in città negli ultimi giorni. Sabato scorso uomini
armati hanno fatto esplodere tre case di proprietà di cristiani nel quartiere
di al-Sukar. Le case erano vuote: almeno mille famiglie sono fuggite dalla provincia
di Ninive, un esodo che, secondo il governatore Duraid Kashmulah, è destinato
a continuare, se non ad aumentare. "La responsabilità è degli uomini di al Qaeda
- ha spiegato -, loro e i loro seguaci vogliono distruggere le relazioni tra la
gente di Mosul, una città conosciuta per la sua tolleranza religiosa". Secondo
alcuni, dietro gli omicidi dei cristiani vi è un'evidente matrice politica. La
comunità ha protestato vivacemente quando il Parlamento ha approvato una legge
regionale che eliminava le quote per le minoranze religiose. Un vescovo caldeo,
Gabriel Gordiz Toma, ipotizza che tali attacchi avvengano anche per indebolire
la comunità in vista delle elezioni. Il vescovo sostiene che almeno 350 famiglie
hanno trovato rifugio nella sua diocesi, a Tilkef, e che 50 di loro sono costrette
a vivere in chiesa. "Se l'America vuole davvero la pace e la democrazia in Iraq
- sostiene il prelato -, deve prima di tutto garantire la sicurezza per i civili".Luca Galassi