Il ritorno al baratto. Nel villaggio di Dongamuzi, in Zimbabwe, nella provincia nord occidentale di
Matabeleland, Jestina Moyo, di 56 anni, sa che sta concludendo un affare poco
vantaggioso. Ma sa anche di non avere altra scelta, se non barattare una delle
poche mucche che le sono rimaste per sei sacchi di granoturco. Jestina deve mantenere
otto nipoti rimasti orfani e la quantità di grano che le daranno in cambio basterà
appena per un mese. Come molte altre persone dello Zimbabwe, la donna sta dilapidando
il suo “capitale” per far fronte alla mancanza di cibo. “Un sacco di mais oggi
corrisponde a quattro galline vive o a una capra – racconta ai giornalisti - Per
una mucca invece le quotazioni partono da 5 sacchi”. Spesso però si barattano
piccoli animale da cortile anche per procurarsi sapone, olio, farina, zucchero
o sale, tutti articoli che non è più possibile trovare nei negozi.
Nel sud-ovest del Paese, la retta scolastica si paga in natura o in buoni per
la benzina. Chi non può procurarseli, può sempre portare 700 litri di benzina
direttamente a scuola. Gli insegnanti sostengono che la proposta sia nata dai
genitori, ma ora , in tempo di scarsità alimentare e di forte impoverimento, protestano.
Dal canto loro i professori chiedono al governo uno stipendio di 48.000 dollari
dello zimbabwe al mese, contro i 1200 di oggi.
Nella valle dello Zambesi, una delle zone più povere del Paese, la gente sopravvive
mangiando piccoli topi e una radice fibrosa, chiamata makuri. “Non hanno alcun
valore nutritivo, sono indigeste e fanno venire terribili dolori di stomaco, ma
sopratutto sono infestate da un parassita tossico per gli uomini” racconta Sarah
Jacobs, portavoce di Save the Children.
In un Paese, che solo vent’anni fa era il simbolo della ricchezza e delle potenzialità
africane, l’Onu calcola di dover assistere 5 milioni di persone su una popolazione
di dodici.
L’inflazione. Scene da un paese che ha raggiunto l’astronomico tasso di inflazione di 231
milioni percento, una cifra difficile persino da scrivere, che avvicinala situazione
dello Zimbabwe a quella della repubblica di Weimar nel 1920.
Ad agosto la banca centrale aveva portato avanti una misura di facciata per semplificare
almeno i conti. Alle nuove banconote sono stati tagliati 10 zeri: praticamente
10 miliardi di dollari dello Zimbabwe sono diventati un solo dollaro. Nonostante
questo, il 18 settembre il governo ha dovuto emettere un nuovo biglietto da mille
dollari, per evitare che la gente fosse costretta ad andare in giro con le mazzette
di soldi. Undici giorni dopo questo provvedimento era già inutile e la banca centrale
ha dovuto sfornare nuovi tagli da 10 e 2o mila dollari. Che i soldi nello Zimbabwe
siano oramai carta straccia è testimoniato anche dalla qualità delle banconote,
stampate su pessima carta, senza filigrana e facilmente falsificabili.
E’ aumentata anche la cifra che è possibile prelevare dal proprio conto: da mille
dollari è stata portata a 20 mila, una somma fino a poco tempo fa appena sufficiente
a comprare una confezione di pane al mercato nero. Ma prelevare è praticamente
impossibile data la mancanza di liquidità. Alcuni clienti dormono davanti agli
sportelli delle banche per evitare le lunghe file che si formeranno già dalle
prime ore del mattino, nella speranza che il versamento di qualcuno permetta loro
di ritirare i propri soldi. Intorno alle banche, la polizia antisommossa “veglia”
sulla tranquillità dell’attesa.
A complicare ulteriormente la situazione, ora ci si è messo anche il governatore
della banca centrale, Gideon Gono, che ha proibito i pagamenti elettronici. Secondo
lui, il sistema elettronico veniva usato per scambi illeciti di valuta straniera
e per aumentare i prezzi rispetto al pagamento in contanti/ e per tenere alti
i prezzi dei prodotti comprati con sistemi alternativi ai contanti. Il giorno
del provvedimento, tutte le grandi società alimentari come Bakers Inn, Creamy
Inn, Chicken Inn e Nandos sono rimaste chiuse per evitare il caos e le multe
del governo, quando non la revoca della licenza. In un paese dove l’80 percento
della popolazione è disoccupata, migliaia di posti di lavoro sono messi a rischio
perchè le società non riescono ad operare sotto le nuove regole monetarie.
Più di tre milioni di persone sono state costrette a lasciare il paese e con
le loro rimesse mantengono parenti e amici, che con la valuta estera possono accedere
al mercato nero.
L’impasse politica. L’entusiasmo suscitato il 15 settembre dal raggiungimento di un accordo fra
l’ex presidente Robert Mugabe e il suo rivale Morgan Tsanghirai si è già trasformato
in disillusione. Ancora ieri i due non sono riusciti a mettersi d’accordo sulla
spartizione dei ministeri.
I problemi economici non sono certo cominciati ora, ma l’incertezza politica,
che va avanti da sei mesi, non fa altro che peggiorare la situazione. Ad esempio,
il Fondo Monetario Internazionale, che nove anni fa sospese il credito a Mugabe
ha fatto sapere che sarebbe pronto a tornare a dialogare con Tsvangirai. Comunque,
anche in presenza di una soluzione politica, secondo il professor Anthony Hawkins
dell’Università di Harare, ci vorranno almeno 10 anni per tornare alla situazione
degli anni ’90 e altri 15 per tornare agli “splendori” degli anni ’80.