04/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Negli Usa è in voga il dibattito su come mantenere intatta la potenza americana
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Una manifestazione contro la politica UsaUn dibattito, a cui ho avuto modo di assistere anche in prima persona nelle ultime settimane, infuria presso l’intelligentsia statunitense riguardo alla politica estera americana: se vi sia o meno contro-bilanciamento nei confronti dell’egemonia statunitense. “Balancing’ è un concetto peculiare della più classica teoria delle relazioni internazionali basata sui cosidetti precetti del ‘realismo’. La grande diatriba verte sul definire misure accettabili di balancing, si discute se l’opposizione russo-franco-tedesca alla guerra in Iraq sia un caso di balancing fallito o meno. Si discute cioè di tecnica imperiale, al di là di ogni questione etica. L’esito di questo dibattito influenzerà in parte l’atteggiamento americano verso gli alleati con cui gli Usa si sono scontrati durante la guerra in Iraq. I due campi si dividono tra chi ha sostenuto e chi ha osteggiato l’intervento, ma la divisione è dovuta a due inferenze distinte, ma non disgiunte, riguardo alla politica utile a continuare il predominio statunitense sul mondo.
 
La perpetuazione del sistema imperiale. I primi ritengono che gli Usa possano operare una ‘muscular foreign policy’, ovvero menare le mani senza chiedere permesso a nessuno, senza poi temere di dar vita a una reazione internazionale che finirà per diminuirne l’egemonia o addirittura dar vita a un fronte opposto. I secondi paventano invece che gli Usa, operando alla George W. Bush, finiranno per accelerare la crisi dello stesso impero americano, e cercano ansiosi le riprove dello smottamento, suggerendo che si è ancora in tempo per arginarlo. L’intero dibattito ruota dunque attorno alla ansia di perpetuazione del sistema imperiale costruito negli ultimi sessant’anni; non ci si divide sul costo umano di tali politiche, sulla loro natura di classe, sulla crisi della democrazia interna (non che questi dibattiti non accadano altrove, ma non sono centrali per l’intelligentsia accademica e politica che si occupa professionalmente di relazioni internazionali).
 
Il presidente George W. Bush in un discorso davanti al CongressoIl culto della potenza americana. Persone intelligenti come sono coloro che intraprendono tale dibattito sanno che nulla dura per sempre, ma hanno anche completamente interiorizzato il culto della potenza americana. Paradossalmente, sebbene il dibattito sia condotto sotto il velo di un razionalismo distaccato e obiettivo, l’imperialismo americano non è più solo strumentale ad altri obiettivi, pragmaticamente motivato; invece si è da tempo evoluto in un obiettivo fine a se stesso e carico di elementi identitari; la supremazia materiale si è tramutata in senso di superiorità, da verificare e mantenere; l’ansia che muove tali dibattiti è ormai l’ansia di chi non sa che altro mondo immaginare se non un mondo in cui il proprio Stato esiste incontrastato, e che teme il giorno in cui gli Usa diverranno un paese ‘normale’. Il dibattito è sempre sul come mantenere l’impero, non sul se si debba mantenere tale impero. Uccidere non è in tale contesto un last resort, una scelta in extremis, ma un modello operativo, routinizzato. Una sola la cosa da stabilire: se la guerra in Iraq sia stata inopportuna od opportuna, secondo il criterio di perpetuazione imperiale.
 
Condoleezza Rice è ora segretario di Stato. Nella prima amministrazione Bush ricopriva il ruolo di consigliere per la Sicurezza nazionaleIl background di Condoleezza Rice. In America sono cinquant’anni che gli intellettuali organici procedono a creare razionalizzazioni per quella che è una politica di potenza, spesso frammentaria, umorale. Gli intellettuali rarefanno e razionalizzano, mentre i politici e i mass-media operano sul proscenio delle rappresentazioni teatrali, inscenando canovacci raffazzonati sui significati delle cose, moralizzando e aizzando l’emotività a scapito della ragione, con maschere caricaturali costanti: l’America buona, liberatrice e vendicatrice, lo straniero è vittima da liberare e mostro da estirpare. Come si è visto le ragioni date per l’invasione dell’Iraq sono cambiate col cambiare della situazione sul terreno. Siamo passati dal pericolo imminente alla patria, alle stesse vite di milioni di americani, a causa del connubio tra al Qaida e armi nucleari, chimiche e batteriologiche. Poiché nulla di tutto ciò era vero, e già vi era ampio modo di accertarsene, le ragioni con cui si è venduta la guerra sono state lentamente dismesse e la democratizzazione, atto per definizione ‘ottimo’, e quindi incriticabile, insindacabile, è divenuto il nuovo motivo per intraprendere e giustificare la continuazione della politica americana in Iraq. La nuova segretaria di Stato, Condoleezza Rice, esce dall’intelligentsia accademica che ho descritto prima, e ora si trova a sposare i due lati: il pieno connubio fra la falsa razionalità di un’ossessione imperiale, e l’emotività e la moralità collettive prostituite a tale ossessione.
Categoria: Politica
Luogo: Stati Uniti
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