scritto per noi da
Matteo Colombi

Un dibattito, a cui ho avuto modo di assistere anche in prima persona nelle ultime
settimane, infuria presso l’intelligentsia statunitense riguardo alla politica
estera americana: se vi sia o meno contro-bilanciamento nei confronti dell’egemonia
statunitense. “
Balancing’ è un concetto peculiare della più classica teoria delle relazioni internazionali
basata sui cosidetti precetti del ‘realismo’. La grande diatriba verte sul definire
misure accettabili di balancing, si discute se l’opposizione russo-franco-tedesca
alla guerra in Iraq sia un caso di
balancing fallito o meno. Si discute cioè di tecnica imperiale, al di là di ogni questione
etica. L’esito di questo dibattito influenzerà in parte l’atteggiamento americano
verso gli alleati con cui gli Usa si sono scontrati durante la guerra in Iraq.
I due campi si dividono tra chi ha sostenuto e chi ha osteggiato l’intervento,
ma la divisione è dovuta a due inferenze distinte, ma non disgiunte, riguardo
alla politica utile a continuare il predominio statunitense sul mondo.
La perpetuazione del sistema imperiale. I primi ritengono che gli Usa possano operare una ‘muscular foreign policy’, ovvero menare le mani senza chiedere permesso a nessuno, senza poi temere
di dar vita a una reazione internazionale che finirà per diminuirne l’egemonia
o addirittura dar vita a un fronte opposto. I secondi paventano invece che gli
Usa, operando alla George W. Bush, finiranno per accelerare la crisi dello stesso
impero americano, e cercano ansiosi le riprove dello smottamento, suggerendo che
si è ancora in tempo per arginarlo. L’intero dibattito ruota dunque attorno alla
ansia di perpetuazione del sistema imperiale costruito negli ultimi sessant’anni;
non ci si divide sul costo umano di tali politiche, sulla loro natura di classe,
sulla crisi della democrazia interna (non che questi dibattiti non accadano altrove,
ma non sono centrali per l’intelligentsia accademica e politica che si occupa
professionalmente di relazioni internazionali).
Il culto della potenza americana. Persone intelligenti come sono coloro che intraprendono tale dibattito sanno
che nulla dura per sempre, ma hanno anche completamente interiorizzato il culto
della potenza americana. Paradossalmente, sebbene il dibattito sia condotto sotto
il velo di un razionalismo distaccato e obiettivo, l’imperialismo americano non
è più solo strumentale ad altri obiettivi, pragmaticamente motivato; invece si
è da tempo evoluto in un obiettivo fine a se stesso e carico di elementi identitari;
la supremazia materiale si è tramutata in senso di superiorità, da verificare
e mantenere; l’ansia che muove tali dibattiti è ormai l’ansia di chi non sa che
altro mondo immaginare se non un mondo in cui il proprio Stato esiste incontrastato,
e che teme il giorno in cui gli Usa diverranno un paese ‘normale’. Il dibattito
è sempre sul come mantenere l’impero, non sul se si debba mantenere tale impero.
Uccidere non è in tale contesto un
last resort, una scelta in extremis, ma un modello operativo, routinizzato. Una sola la
cosa da stabilire: se la guerra in Iraq sia stata inopportuna od opportuna, secondo
il criterio di perpetuazione imperiale.
Il background di Condoleezza Rice. In America sono cinquant’anni che gli intellettuali organici procedono a creare
razionalizzazioni per quella che è una politica di potenza, spesso frammentaria,
umorale. Gli intellettuali rarefanno e razionalizzano, mentre i politici e i mass-media
operano sul proscenio delle rappresentazioni teatrali, inscenando canovacci raffazzonati
sui significati delle cose, moralizzando e aizzando l’emotività a scapito della
ragione, con maschere caricaturali costanti: l’America buona, liberatrice e vendicatrice,
lo straniero è vittima da liberare e mostro da estirpare. Come si è visto le ragioni
date per l’invasione dell’Iraq sono cambiate col cambiare della situazione sul
terreno. Siamo passati dal pericolo imminente alla patria, alle stesse vite di
milioni di americani, a causa del connubio tra al Qaida e armi nucleari, chimiche
e batteriologiche. Poiché nulla di tutto ciò era vero, e già vi era ampio modo
di accertarsene, le ragioni con cui si è venduta la guerra sono state lentamente
dismesse e la democratizzazione, atto per definizione ‘ottimo’, e quindi incriticabile,
insindacabile, è divenuto il nuovo motivo per intraprendere e giustificare la
continuazione della politica americana in Iraq. La nuova segretaria di Stato,
Condoleezza Rice, esce dall’intelligentsia accademica che ho descritto prima,
e ora si trova a sposare i due lati: il pieno connubio fra la falsa razionalità
di un’ossessione imperiale, e l’emotività e la moralità collettive prostituite
a tale ossessione.