10/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla un trader di Piazza Affari. Crisi storica, ma la lezione servirà per il futuro
È dentro una stanza di una banca del centro di Milano. Computer, telefoni, accesso diretto in Borsa. Niccolò Mancini è un trader di Piazza Affari, che assiste da ormai due settimane, basito, a quello che sta succedendo. Anche se ha le idee molto chiare sui motivi e sulle responsabilità.
In ufficio niente battute, la voglia di ridere non si addice al momento storico, nel senso letterale della parola. Perché secondo Mancini “questa crisi entrerà sicuramente nei libri di storia e lascerà un segno profondo, almeno per i prossimi venti anni”.
I telefoni non squillano. “E questa è una differenza sensibile rispetto al passato: non c'è quel cosiddetto panic selling, il panico da vendita con il piccolo azionista che chiama in lacrime per vendere tutto, cosa che ho vissuto molte volte negli ultimi venti anni. Pare che i possessori di titoli siano i professional, istituzioni e non singole persone. I piccoli andranno dal proprio private banker e chiederanno di vendere dei fondi, ma lo farà il gestore per lui. Quindi non ci sono tanti piccoli ordini che entrano sul mercato”.

E perché?
“Il grosso movimento, dal 2006, è legato alle grandi istituzioni e banche. Le stesse che a fine anno si dividevano ricchissimi stipendi. Quindi i ribassi interessano soprattutto loro. Il piccolo è sparito”.
 
Torniamo alla crisi. Dal suo osservatorio che opinione si è fatto?'
“Finanza allegra, lasciata prosperare negli ultimi decenni, che ha dovuto subire la distruzione dei suoi meccanismi nel giro di poche settimane. Adesso si cerca la tranquillità, perché il problema è di ricreare fiducia. Ma il vero elemento preoccupante è il mercato obbligazionario, più vasto dell'azionario, che porta rendimenti legati a titoli come General Electrics, Intesa e Unicredit, a prezzi che sottointendono il fallimento, cosa in realtà lungi da venire”.

È possibile realizzare un'analisi attraverso l'andamento del petrolio?
“Con la scusa di un problema di tipo economico, legato a recessione e inflazione, abbiamo visto il petrolio calare di colpo da150 a 100 dollari. I futures avevano drogato il prezzo; ma quando nel mercato si è capito che stavano per arrivare maggiori controlli, anche se Usa e Gran Bretagna nicchiavano, improvvisamente i prezzi del petrolio sono letteralmente precipitati”.

Ma si era consapevoli che la bolla potesse scoppiare?
“Era assolutamente prevedibile”.

E chi l'ha provocata?
“Alan Greenspan, che nel 1998 disse la famosa frase sull'esuberanza irrazionale dei mercati, provocando un crollo. Poi, come presidente della banca centrale Usa ha immesso liquidità nei mercati fino a gestire, nel 2000, lo scoppio della bolla dei tecnologici. E per cercare di frenare quel crollo del 2000 ha creato una nuova bolla sugli immobili, facendo passare il messaggio che tutti potevano avere mutui per la casa anche se non avevano le carte in regola per ottenere un fido per l'acquisto della casa”.

La lezione, anche se non è ancora superata la crisi, servirà?
“La lezione servirà e forse per i prossimi vent'anni non vedremo più i 35enni che gestiscono i soldi con l'ottica dei matematici e non con quella delle validità degli investimenti in base ai fondamentali dell'azienda. Ho idea che ci leccheremo le ferite per parecchio tempo. Ma il rischio di un crash mondiale è ancora molto, molto, vicino. Spero che ne potremo parlare al passato. Ma il problema è di fiducia. Credo che si tornerà all'antico, anche sulla gestione dei soldi e sull'utilizzo della liquidità: un ritorno al passato anche nell'utilizzo dei derivati, che ritorneranno ad essere quegli strumenti di protezione che era la vera loro origine!”.

Sentita oggi, dal barbiere: “Tutte le Borse crollano, ma c'è sicuramente chi ci guadagna...”
“E' tutta speculazione. Di economia vera non c'è niente. Sono mesi che lo dico: la recessione, l'inflazione non sono il problema. Se recessione ci sarà, sarà causata dalla finanza: di economico non c'è assolutamente nulla. Per questo credo che la Bce, (banca centrale europea) abbia sbagliato ad alzare i tassi mesi fa, perché ha dimostrato di voler affrontare una crisi finanziaria come una crisi economica. I cow boy della Fed hanno affrontato la crisi per quello che è: finanziaria. E se si guarda l'andamento dei tassi Usa, siamo arrivati all'1,5 percento, contro il 3,75 europeo. I discorsi degli economisti su recessione e inflazione non colgono il nocciolo del problema, che è finanziario”.

E in tutto questo c'è la vicenda del ritorno della presenza dello Stato, per salvare un sistema che si appoggia sull'iperliberismo.
“Un aspetto divertente da osservare: gli Stati Uniti sono la culla del capitalismo, l'esempio da seguire, ma poi per riuscire a salvarsi hanno dovuto muoversi come i più retrogradi dei Paesi della Cortina di ferro. Se non fosse intervenuta la nazionalizzazione delle due agenzie di mutui, o se la Fed non avesse esteso il suo intervento su JP Morgan facendole comprare Marryl Linch o se non avesse salvato all'ultimo Morgan Stanley, tutte queste realtà sarebbero fallite. Ideologicamente la gente è rimasta spiazzata perché è stato evidente che il libero mercato è andato a farsi friggere con conseguenze pesanti per i prossimi anni”


Angelo Miotto

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