Parla un trader di Piazza Affari. Crisi storica, ma la lezione servirà per il futuro

È dentro una stanza di una banca
del centro di Milano. Computer, telefoni, accesso diretto in Borsa.
Niccolò Mancini è un trader di Piazza Affari, che
assiste da ormai due settimane, basito, a quello che sta succedendo.
Anche se ha le idee molto chiare sui motivi e sulle responsabilità.
In ufficio niente battute, la voglia di
ridere non si addice al momento storico, nel senso letterale della
parola. Perché secondo Mancini “questa crisi entrerà
sicuramente nei libri di storia e lascerà un segno profondo,
almeno per i prossimi venti anni”.
I telefoni non squillano. “E questa è
una differenza sensibile rispetto al passato: non c'è quel
cosiddetto panic selling, il panico da vendita con il piccolo
azionista che chiama in lacrime per vendere tutto, cosa che ho
vissuto molte volte negli ultimi venti anni. Pare che i possessori di
titoli siano i professional, istituzioni e non singole
persone. I piccoli andranno dal proprio private banker e
chiederanno di vendere dei fondi, ma lo farà il gestore per
lui. Quindi non ci sono tanti piccoli ordini che entrano sul
mercato”.
E perché?
“Il grosso movimento, dal 2006, è
legato alle grandi istituzioni e banche. Le stesse che a fine anno si
dividevano ricchissimi stipendi. Quindi i ribassi interessano
soprattutto loro. Il piccolo è sparito”.
Torniamo alla crisi. Dal suo
osservatorio che opinione si è fatto?'
“Finanza allegra, lasciata prosperare
negli ultimi decenni, che ha dovuto subire la distruzione dei suoi
meccanismi nel giro di poche settimane. Adesso si cerca la
tranquillità, perché il problema è di ricreare
fiducia. Ma il vero elemento preoccupante è il mercato
obbligazionario, più vasto dell'azionario, che porta
rendimenti legati a titoli come General Electrics, Intesa e
Unicredit, a prezzi che sottointendono il fallimento, cosa in realtà
lungi da venire”.
È possibile realizzare
un'analisi attraverso l'andamento del petrolio?
“Con la scusa di un problema di tipo
economico, legato a recessione e inflazione, abbiamo visto il
petrolio calare di colpo da150 a 100 dollari. I futures avevano
drogato il prezzo; ma quando nel mercato si è capito che
stavano per arrivare maggiori controlli, anche se Usa e Gran Bretagna
nicchiavano, improvvisamente i prezzi del petrolio sono letteralmente
precipitati”.
Ma si era consapevoli che la bolla
potesse scoppiare?
“Era assolutamente prevedibile”.
E chi l'ha provocata?
“Alan Greenspan, che nel 1998 disse
la famosa frase sull'esuberanza irrazionale dei mercati, provocando
un crollo. Poi, come presidente della banca centrale Usa ha immesso
liquidità nei mercati fino a gestire, nel 2000, lo scoppio
della bolla dei tecnologici. E per cercare di frenare quel crollo
del 2000 ha creato una nuova bolla sugli immobili, facendo passare il
messaggio che tutti potevano avere mutui per la casa anche se non
avevano le carte in regola per ottenere un fido per l'acquisto della
casa”.
La lezione, anche se non è
ancora superata la crisi, servirà?
“La lezione servirà e forse
per i prossimi vent'anni non vedremo più i 35enni che
gestiscono i soldi con l'ottica dei matematici e non con quella delle
validità degli investimenti in base ai fondamentali
dell'azienda. Ho idea che ci leccheremo le ferite per parecchio
tempo. Ma il rischio di un crash mondiale è ancora molto,
molto, vicino. Spero che ne potremo parlare al passato. Ma il
problema è di fiducia. Credo che si tornerà all'antico,
anche sulla gestione dei soldi e sull'utilizzo della liquidità:
un ritorno al passato anche nell'utilizzo dei derivati, che
ritorneranno ad essere quegli strumenti di protezione che era la vera
loro origine!”.
Sentita oggi, dal barbiere: “Tutte
le Borse crollano, ma c'è sicuramente chi ci guadagna...”
“E' tutta speculazione. Di economia
vera non c'è niente. Sono mesi che lo dico: la recessione,
l'inflazione non sono il problema. Se recessione ci sarà, sarà
causata dalla finanza: di economico non c'è assolutamente
nulla. Per questo credo che la Bce, (banca centrale europea) abbia
sbagliato ad alzare i tassi mesi fa, perché ha dimostrato di
voler affrontare una crisi finanziaria come una crisi economica. I
cow boy della Fed hanno affrontato la crisi per quello che è:
finanziaria. E se si guarda l'andamento dei tassi Usa, siamo arrivati
all'1,5 percento, contro il 3,75 europeo. I discorsi degli economisti
su recessione e inflazione non colgono il nocciolo del problema, che
è finanziario”.
E in tutto questo c'è la
vicenda del ritorno della presenza dello Stato, per salvare un
sistema che si appoggia sull'iperliberismo.
“Un aspetto divertente da osservare:
gli Stati Uniti sono la culla del capitalismo, l'esempio da seguire,
ma poi per riuscire a salvarsi hanno dovuto muoversi come i più
retrogradi dei Paesi della Cortina di ferro. Se non fosse intervenuta
la nazionalizzazione delle due agenzie di mutui, o se la Fed non
avesse esteso il suo intervento su JP Morgan facendole comprare
Marryl Linch o se non avesse salvato all'ultimo Morgan Stanley, tutte
queste realtà sarebbero fallite. Ideologicamente la gente è
rimasta spiazzata perché è stato evidente che il libero
mercato è andato a farsi friggere con conseguenze pesanti per
i prossimi anni”