09/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Dragone si accorge di non essere immune dal rischio recessione

Se non è crisi, ci sono almeno tutti i presupposti per una ristrutturazione o riconversione. Se è vero che il decoupling eviterà forse che l’epidemia made in Usa si estenda implacabile a tutto il mondo, è pure possibile che la stretta interconnessione tra le economie cinese e americana obbligherà il Dragone ad accelerare i tempi verso la piena maturità economica.
Insomma, il ciclo virtuoso “manodopera e produzioni a basso costo-export-accumulo di liquidità-investimenti” potrebbe essere al capolinea.

PechinoLa questione non è finanziaria, la liquidità delle banche cinesi è fuori discussione nonostante l’esposizione della People’s Bank of China sui buoni del tesoro Usa. Il punto è che al calo dell’export di manufatti low-cost non corrisponde ancora una politica di investimenti in settori avanzati, adatti a competere sulle eccellenze.
Attualmente, si crede molto alla crescita del mercato interno: la nuova middle-class cinese, si dice, dovrebbe riassorbire le mancate esportazioni in America, pagando con i risparmi accumulati negli anni.
I dati a disposizione sembrano corroborare questa convinzione: spese per i consumi che aumentano del 22%, calo dell’inflazione dovuta alla diminuizione dei prezzi alimentari, crescita ininterrotta delle riserve (1.810 miliardi di dollari a luglio 2008), investimenti in capitale fisso a +27% nei primi otto mesi del 2008 e Standard & Poor’s che assegna un A+ al rating cinese.
Andando in profondità emerge invece che nel 2007 circa metà del Pil deriva dall’export e dagli investimenti governativi, mentre il consumo privato è in percentuale meno importante che nel 2003.
Allo stesso tempo, gli indici di borsa sono in calo da un anno a questa parte: lo Shanghai index ha perso due terzi del suo valore dal picco di ottobre 2007 e nello stesso periodo l’Hang Seng ha perso più del 50%.
Il CSI 300 - che valuta le fluttuazioni quotidiane dei 300 maggiori titoli sulle piazze di Shanghai e Shenzhen - ha perso il 60% in un anno, la seconda peggiore performance mondiale, intaccando le sicurezze del nuovo ceto medio che gioca in borsa come alla lotteria.
 
Cantieri e gru in CinaSe gli investimenti in capitale fisso sono in crescita, circa un terzo di questi continua a foraggiare il settore immobiliare, nonostante la Cina sia ormai piena di appartamenti vuoti e i prezzi delle case stiano calando. Tra i vari indicatori, anche le vendite di automobili stanno diminuendo. E, come sottolinea il Financial Times, anche i ricchi piangono: i 50 cinesi più facoltosi hanno perso circa un terzo del proprio patrimonio nell’ultimo anno.
La fiducia dei consumatori, anche se non a livelli occidentali, sembra un po’ in declino e il Paese comincia a misurarsi con il problema della disoccupazione, tanto più grave perché colpisce soprattutto l’esercito di migranti provenienti dalle campagne e urbanizzati nella cintura manifatturiera low-cost del sud della Cina.
Nel Guangdong, metà dei piccoli calzaturifici ha già chiuso i battenti e - questo è il vero problema - non è ancora pronta una  struttura produttiva avanzata che possa sostituirli, soddisfacendo sia le maggiori aspettative della middle-class sia la domanda di lavoro che viene dal basso.
Questi lavoratori che hanno appena annusato il benessere tornano a casa, nelle campagne, dove gli investimenti sono stati finora insufficienti in formazione, programmi sanitari e sociali, infrastrutture (solo il 2,3 percento del totale). Si sentono tagliati fuori e da qui agli “incidenti di massa” - in crescita - il passo è breve, cosa che toglie il sonno ai funzionari locali e all’establishment di Pechino.
 
Gabriele Battaglia
Parole chiave: cina, economia
Categoria: Economia
Luogo: Cina