
A volte anche la principale fonte di vita dell’umanità può diventare causa di
odio e morte. Le diciotto vittime degli scontri avvenuti nelle ultime due settimane
tra le popolazioni Maasai e Kikuyu nella Rift Valley, Kenya centrale, sono una
testimonianza di quanto oggi l’accesso alle risorse idriche in alcune aree del
mondo basti a scatenare tensioni e manifestazioni di violenza inaudita.
Una catena di sangue. Domenica scorsa gli abitanti del distretto di Narok hanno assistito a un episodio
che ha scatenato il panico tra la popolazione, causando la fuga di un numero imprecisato
di persone dalle proprie abitazioni. Un gruppo di guerrieri Maasai muniti di armi
tradizionali ha attaccato alcuni membri della popolazione Kikuyu, uccidendone
uno a colpi di machete e ferendone altri.
Secondo le testimonianze riportate dall’agenzia sudafricana Sapa, i Maasai avrebbero
voluto vendicare un membro del loro clan ucciso giorni fa da alcuni componenti
del gruppo rivale, alimentando una catena di vendette e faide cominciata il 21
gennaio scorso.
Quel giorno, alcuni Maasai fecero irruzione nel campo di un coltivatore Kikuyu,
colpevole di aver deviato il corso del fiume Ewaso Kedong per irrigare i propri
campi, lasciando a secco le mandrie dei celebri guerrieri che per secoli hanno
dominato le pianure del Kenya e della Tanzania.
Ne è nata una piccola guerra che ha destabilizzato entrambe le comunità e che
a questo punto rischia di protrarsi a lungo, se le autorità locali e quelle governative
non interverranno in tempo.
Acqua e politica. La guerra per l’acqua tra Maasai, Kikuyu e altre popolazioni delle regioni interne
del Kenya è, secondo alcuni studiosi, un di quei ricorsi storici che si ripetono
periodicamente e per i quali è difficile trovare una soluzione. “E’ una questione
che va avanti da almeno un secolo”, sostiene Lotte Hughes, ricercatrice di storia
Maasai presso l’università di Oxford. “Molto tempo prima dell’indipendenza, i
Maasai vivevano in una vasta regione del Kenya centrale. Il colonialismo britannico
e le lotte per il potere interno negli anni di Yomo Kenyatta (primo presidente
del Kenya e di origine Kikuyu,
ndt) li tagliarono fuori, relegandoli in alcune aree che costituiscono una piccola
parte della terra di cui prima erano signori”.
Ad avvalorare la tesi della Hughes c’è Parselelo Kantai, scrittore e giornalista
kenyota di origine Maasai: “Non c’è da stupirsi che i guerrieri di diverse tribù
si scontrino tra di loro a causa dell’acqua. Questa è un bene raro, utilizzato
per scopi diversi da culture diverse. Per di più, i Maasai rivendicano diritti
territoriali antecedenti al governo coloniale e a quello dell'indipendenza. Lo
stato non interviene e non fa nulla per risolvere questi conflitti”.
Ma c’è di più. Da qualche tempo, i Maasai sono in conflitto con il governo dell’attuale
presidente, Mwai Kibaki. Lo scorso agosto, alcuni capi clan si sono presentati
alle porte del palazzo del governo, nella capitale Nairobi, chiedendo la restituzione
di un milione di ettari di terra lasciata in concessione agli inglesi nel 1905.
I Maasai sostenevano che il contratto scadesse dopo 99 anni. Il governo, li ha
liquidati sostenendo che il contratto fosse valido per 999 anni, e che i guerrieri
avevano sbagliato data: si dovranno ripresentare nell’agosto del 3004.
Morire per l'acqua. Perchè? Il caso, unito ai sanguinosi fatti di cronaca degli ultimi giorni, fa sorgere
una domanda: è possibile che nel 2005 ci siano ancora delle popolazioni nel mondo
che si fanno la guerra per l’accesso alle risorse idriche? Lo abbiamo chiesto
ad Alfredo Somoza, presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale
(Icei) e dell’ Associazione Italiana del Turismo Responsabile (Aitr), nonché esperto
in questioni riguardanti i vari conflitti legati all’”oro blu” nel mondo.
“Di episodi di violenza come quello che in questo momento sta insanguinando il
Kenya se ne vedranno sempre più di frequente”, commenta Somoza. “La carenza d’acqua
nelle zone povere del mondo destabilizza l’equilibrio sociale delle comunità,
generando tensioni e profonde divisioni. Ma non si tratta solo di questo. In Kenya
l’esistenza delle popolazioni tribali è messa in pericolo dalla costruzione di
resort e parchi nazionali, la presenza dei quali ha costretto molte comunità dedite
alla pastorizia a cercare altrove pascoli per le proprie greggi. Cosa non facile,
in un Paese soggetto a siccità e all’avanzare della desertificazione in alcune
regioni. Inoltre – continua – come spesso accade in molti Paesi africani, lo stato
non ha alcun controllo sulle risorse naturali e di conseguenza sulle tensioni
che si vengono a creare quando l’acqua diventa un bene conteso”.
Il fatto che 18 persone siano rimaste uccise nelle ultime due settimane in Kenya
a causa di un fiume fa pensare all’abisso che separa le abitudini quotidiane legate
all’uso dell’acqua di un occidentale da quelle di un africano. Per il primo si
tratta di un bene secondario. Per il secondo è un bene primario spesso legato
alla sopravvivenza. “Il modello di consumo dell’acqua che l’Occidente esporta
nel resto del mondo è dissennato”, continua Alfredo Somoza. “Gli alberghi e i
resort nei paesi poveri tentano di adeguarsi agli standard dei turisti occidentali
per non far mancar loro nulla. Questo fa sì che il turismo abbia la precedenza
sulla popolazione locale e sull’ecosistema, che inevitabilmente ne risentono”.