09/10/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La parola 'sfiducia' è la chiave per comprendere la crisi globale
Il segno meno è il simbolo della sfiducia ormai assodata da una sequenza impressionante di scivoloni e crolli delle Borse in tutto il mondo. E quella parola, sfiducia, è la chiave per capire che l'intero sistema è in bilico. Il mercato non ce l'ha fatta, ha fallito in maniera tanto più evidente, tanto più gli Stati si apprestano a intervenire. Il caso eclatante è quello britannico: banche nazionalizzate, mentre la banca centrale Usa, la Fed si appresta per la prima volta nella storia a operare nei crediti diretti alle imprese, senza passare, cioè, da intermediari bancari.
Nelle telefonate agli economisti e agli operatori di Borsa c'è un'espressione ricorrente: “Non si era mai visto nulla di simile”. Di qui anche la difficoltà dei più seri analisti di sbilanciarsi sulle cure da cavallo che vengono presentate e ampiamente comunicate, anche perché il meccanismo che muove la fiducia reagisce soprattutto agli stimoli delle notizie.

I fatti sono ormai noti: i prodotti finanziari che si sono accumulati senza trasparenza e possibilità di controllo hanno gonfiato per anni una bolla che, al momento dell'implosione, ha provocato una crisi di liquidità senza precedenti. Il concetto di liquidità è fondamentale per capire quali siano i rischi che sta correndo l'economia internazionale: senza liquidità non c'è denaro per investire, senza investimenti le aziende riducono la produzione e si apre la via dei licenziamenti. Una crisi sociale e occupazionale genera riduzione dei consumi, imboccando decisamente la strada della più dura recessione.

Debito pubblico. Ciò che tocca direttamente i singoli cittadini, anche quelli che non giocano in Borsa o non hanno semplicemente investito in azioni, è il fatto che ora spetta al pubblico, allo Stato, intervenire con massicce iniezioni. Una cura che va ad aggravare il capitolo del debito pubblico del singolo Paese. E il debito pubblico, alla fine, significa che ogni singolo contribuente dovrà mettere del suo: non si sa ancora come, non si sa chi sarà più o meno colpito. Come, del resto, non si sa ancora se il nuovo protagonismo degli Stati in questa partita avrà o meno un effetto benefico una volta passata la crisi. In Italia tutto ciò è legato all'ipotesi che ci sia una parziale nazionalizzazione del sistema bancario, oggi totalmente privato. Anche se le condizioni di salute italiane sono migliori, e di molto, rispetto a quelle di altri Paesi del Vecchio Continente.

Conti correnti garantiti. Su una cosa convergono analisti ed economisti: il singolo correntista, chi ha i propri risparmi in banca, può ragionevolmente dormire sonni tranquilli: non c'è nulla al momento che faccia pensare che ci siano problemi o rischi inaspettati. I fondi di garanzia, in Italia e in Europa, dicono che la situazione è sotto controllo. Per questo si moltiplicano gli appelli, che volentieri amplifichiamo, sul mantenere saldi i nervi, senza incrinare quel rapporto di fiducia che intercorre sempre fra chi deposita il proprio denaro in istituto di credito e chi si impegna a custodirlo rendendolo disponibile a richiesta. Se quella fiducia si dovesse incrinare, con corse agli sportelli in base a un panico a oggi immotivato, sarebbe il disastro assoluto. Non è il momento di pensare alle piastrelle o al materasso di casa, soprattutto se non si vuole che si generi un meccanismo autodistruttivo, anche per i propri risparmi.
 

Angelo Miotto

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