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Dopo settimane di tensione crescente dovuta ai proclami georgiani sulla
"necessità di ristabilire il controllo governativo sulla regione
separatista dell'Ossezia del Sud anche ricorrendo all’uso della forza",
seguiti da poco rassicuranti movimenti di truppe e da infuocati scambi
di accuse tra le due parti , la situazione è
precipitata all’alba dell’altro ieri, 7 luglio. Le forze georgiane
facenti parte del contingente di pace misto russo-georgiano (dispiegate
in Ossezia dalla fine del conflitto separatista del 1992) hanno fermato
un convoglio di dieci camion militari del contingente russo. Due di
questi erano carichi di armi e munizioni: sono stati confiscati e
portati in Georgia in quanto “carico non autorizzato” sospettato di
essere destinato alle forze separatiste ossete appoggiate dalla Russia.
Sembra che i militari russi siano stati anche malmenati e derubati dai
soldati georgiani.
I comandi russi e il Cremlino si sono infuriati, affermando che quel
materiale bellico era destinato a una nuova base del contingente di
pace di cui i georgiani erano a conoscenza e che quindi questa azione è
stata una grave provocazione del tutto inopportuna in un momento così
teso. Mosca ha quindi chiesto l’immediata restituzione delle armi
confiscate, ricevendo però un netto rifiuto da parte del governo
georgiano, il quale ha ribadito di non essere mai stato avvertito di
questa consegna e di essere fermamente convinto che quelle armi erano
per le forze separatiste ossete. “Non permettiamo e non permetteremo
più l’arrivo in Ossezia di carichi d’armi di provenienza russa”, ha
dichiarato il presidente georgiano Saakashvili. “Non vogliamo che
cittadini georgiani vengano uccisi dalle armi russe”.
E ieri mattina le forze separatiste sono passate all’azione, occupando
i villaggi osseti abitati dalla minoranza georgiana e attaccando le
postazioni del contingente di pace georgiano in varie zone della
regione. Circa duecento miliziani osseti hanno fatto irruzione nel
villaggio di Vanati, presidiato da una cinquantina di soldati
georgiani: data la superiorità numerica e il rischio di un
combattimento tra le case del villaggio, i georgiani si sono arresi per
poi venire arrestati e portati come prigionieri nelle carceri militari
della capitale osseta, Tskhinvali. I miliziani osseti hanno poi
iniziato un rastrellamento nel villaggio alla ricerca di armi. Poco
dopo, sulla vicina strada che collega i villaggi georgiani di Kurta e
Tamarasheni, nella gola di Liakhvskoye, le forze separatiste hanno
attaccato un checkpoint dei soldati georgiani, che questa volta hanno
risposto al fuoco. Sembra non vi siano state vittime. Vari combattenti
di entrambe le parti sono invece rimasti feriti in un altro scontro
armato, avvenuto nei pressi di Tskhinvali.
I villaggi dell’Ossezia del Sud abitati dalla minoranza georgiana si
stanno rapidamente svuotando. Intere famiglie impacchettano le loro
cose e, stipati a bordo di auto e furgoni, scappano verso la
madrepatria georgiana, verso la regione di Shida Kartli. Scappano da
una guerra che ancora non è stata dichiarata e che la diplomazia
internazionale cerca ancora di scongiurare, ma che nelle ultime ore
sembra diventata una realtà. Il conflitto latente tra il governo
centrale georgiano, capeggiato dal presidente filo-americano Mikheil
Saakashvili, e il governo separatista dell’autoproclamata repubblica
dell’Ossezia del Sud, guidata dal presidente Eduard Kokoity, appoggiato
da Mosca, rischia di arrivare a un punto di non ritorno.
“La guerra è l’unico modo che Kokoity ha per mantenere in piedi il suo
regime criminale, ma noi non cadremo nella trappola”, ha dichiarato
ieri sera il ministro degli Interni georgiano Vano Merabishvili.
“Sapevamo che avrebbe cercato di provocarci, quindi eravamo pronti a
quello che è accaduto. Il governo georgiano è preparato per
fronteggiare questa situazione evitando di farsi coinvolgere in un
conflitto armato”. “La situazione è estremamente tesa e un’ulteriore
escalation provocherebbe un grosso problema per la Georgia”, ha detto
l’ambasciatore russo a Tbilisi, Vladimir Chkhikvishvili. “C’è solo una
via d’uscita: il dialogo”.