La crisi finanziaria che ha colpito nelle ultime settimane Wall Street ha seminato
il panico in tutto il mondo. Finora, l'Africa è il continente che sembra aver
retto meglio le fortissime pressioni sul sistema economico e finanziario globale.
Ma quali sono le prospettive del continente di fronte al crollo dei mercati? Per
saperne di più, PeaceReporter ha intervistato l'economista ghanese Ed Kutsoati, docente di Economia presso
la Tufts University di Boston
Professor Kutsoati, finora la crisi economica scatenata dal crollo di Wall Street
ha colpito l'Africa in maniera marginale
I cinesi sono un popolo saggio. E in mandarino, l'ideogramma che sta per "crisi"
ha anche un altro significato: "opportunità".
Quindi ritiene che l'Africa possa reggere l'impatto della crisi, nonostante le
sue debolezze strutturali?
Ci sono diversi fattori da tenere in considerazione. La considerazione negativa più
ovvia da fare è che buona parte dei Paesi africani dipendono dagli aiuti esterni.
In alcuni Stati, gli aiuti economici costituiscono il 40 percento del bilancio.
Soldi che diminuiranno sensibilmente, perché nei momenti di crisi ogni Stato si
preoccupa della propria situazione interna. Lo stesso discorso si può fare per
le donazioni.
Quali sono invece gli aspetti positivi di questa crisi?
Il crollo delle borse attuale è dato da una mancanza di liquidità causata sì
da alcuni problemi nel settore finanziario, ma anche da molta paura e scarsa fiducia
nel sistema bancario. I grossi investitori difficilmente terranno i propri soldi
fermi a lungo. Ci sono settori ben precisi dell'economia africana affamati di
capitale, che possono garantire altissimi guadagni a breve termine a chi conosce
l'ambiente.
Qualche esempio?
Il mercato immobiliare in alcune zone ben specifiche, o quello energetico in
Ghana. La scoperta del petrolio ha attirato nel Paese molte multinazionali, investire
ora nel settore potrebbe rivelarsi un affare.
Alcuni analisti ritengono che proprio l'arretratezza del sistema finanziario
africano abbia permesso al continente di non cadere nella trappola dei titoli
"tossici" di Wall Street
La crisi attuale è stata provocata dal fatto che alla gente è stato detto che
poteva consumare anche quello che non aveva ancora prodotto, a patto che lo producesse
negli anni successivi. In questo modo il filo della crescita economica è stato
tirato al massimo, fino a strapparsi. Forse è davvero un bene che l'Africa non
sia caduta nella trappola, ma difficilmente sarebbe potuto accadere il contrario.
Le banche africane non avrebbero comunque avuto la capacità di gestire dei titoli
così complessi come quelli derivati dai mutui sub-prime.
L'arretratezza degli strumenti finanziari in Africa è un problema che andrà comunque
affrontato
In Africa la gente tiene ancora i risparmi sotto il cuscino. Non c'è un rapporto
di fiducia tra banca e cliente, certe persone si sentono intimidite anche solo
se devono compilare un modulo. La mancanza di liquidità è data da una cultura
tradizionale poco propensa a indebitarsi, ma anche da pessime esperienze passate.
Alcune banche stanno tentando di fare passi in avanti, mescolando alcune forme
di prestiti tradizionali a quelli bancari, specie nel settore del microcredito.
E' vero che le banche africane non investono abbastanza?
Molte non hanno l'esperienza adatta per accollarsi il rischio di un investimento.
Sono istituti di risparmio e poco più. Alcune prestano danaro a breve termine
e nei settori meno rischiosi. Ottenere un prestito per un'attività industriale
per esempio è molto difficile, e bisogna ricorrere a quelli statali. Che spesso
la gente non restituisce, perché li vede come una sorta di ricompensa per la loro
fedeltà data al partito di governo.
C'è la speranza che i Paesi africani si accordino per rendere l'economia del
continente più integrata e aperta al mercato, come nell'Unione Europea?
E' un processo che dovrebbe accollarsi l'Unione Africana, ma finora non ci sono
stati progressi significativi. Alcuni Paesi dell'Africa occidentale hanno provato
a integrare i propri mercati, per favorire gli investimenti transnazionali. Ma
è molto difficile riuscire a far parlare con una sola voce 53 Paesi. Bisognerebbe
cominciare con un piccolo gruppo di Stati realmente democratici e aperti al mercato,
per poi allargare il club gradualmente, come successo con la Ue.
Un processo che richiederà tempo, quindi
Penso che bisognerà aspettare un ricambio generazionale, i leader attuali non
sono pronti a un passo del genere. Ma bisogna fare in fretta. Altrimenti il mondo
lascerà l'Africa al palo.