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Colonne di carri armati e di camion pieni di soldati georgiani stanno
affluendo ai confini della repubblica separatista dell’Ossezia del Sud.
Il nuovo presidente georgiano Mikheil Saakashvili sembra seriamente
intenzionato a ricorrere alla forza militare per proseguire nella sua
opera di ‘restaurazione dell’integrità territoriale’. Ieri mattina il
comandate delle forze armate georgiane ha dichiarato che “l’esercito è
pronto a intervenire con la forza per riportare l’Ossezia del Sud sotto
il controllo governativo”. Migliaia di soldati e centinaia di mezzi
sono stati dispiegati negli ultimi giorni lungo la frontiera di questa
regione a maggioranza russa, separatasi dodici anni fa dopo aver vinto,
con l’aiuto di Mosca, una breve ma sanguinosa guerra civile.
Da allora l’Ossezia del sud è formalmente autonoma. L’ex presidente
georgiano Eduard Shevardnadze aveva adottato una politica di dialogo
con le autorità separatiste di Tskhinvali. Il suo successore, salito al
potere lo scorso inverno in seguito ad una pacifica rivolta popolare
orchestrata dagli Stati Uniti, ha scelto invece la linea dura, per
riportare tutte tre le regioni autonome georgiane sotto l’autorità di
Tbilisi: Abkhazia, Ossezia del Sud e Ajaria.
Il mese scorso Saakashvili è riuscito a vincere senza colpo ferire la
prima battaglia: quella per l’Ajaria. La minaccia di un intervento
armato è bastata per convincere il leader ajaro Aslan Abashidze a
fuggire in esilio in Russia. Ma questa seconda partita appare più
difficile da giocare poiché la dirigenza autonomista osseta è
determinata a non cedere di un passo e Mosca ha già fatto capire di non
essere disposta a lasciare anche questo suo ‘protettorato’ nelle mani
di un uomo considerato un fantoccio dell’amministrazione Bush. A
preoccupare non sono tanto i toni minacciosi del Cremlino, che ha
parlato di “azioni provocatorie” che potrebbero dare luogo a “violenze
e spargimenti di sangue”. E’ difficile, infatti, che i soldati russi di
stanza in Ossezia come truppe di pace si mobilitino in caso di scontri
armati. Ma non è escluso che Mosca ricorra a ‘forze irregolari’ e a
forme di intervento militare indiretto attraverso altre repubbliche
‘satelliti’.
Suonano inquietanti, in questo senso, le dichiarazioni del leader della
Transnistria, minuscola regione della Moldavia orientale che dalla
guerra di secessione del 1992 è una repubblica autonoma di fatto,
controllata dalla mafia russa che l'ha trasformata in un porto franco
per traffici di armi e droga. Igor Smirnov, presidente della
Transnistria, ha annunciato: “Se la Georgia deciderà per un’azione
militare contro i nostri fratelli osseti, noi daremo il nostro massimo
sostegno militare all’Ossezia del Sud. Con questa repubblica, così come
con l’Abkhazia, abbiamo firmato un trattato militare di mutuo soccorso
in caso di aggressione, e intendiamo rispettarlo”. Queste belligeranti
dichiarazioni non possono essere state fatte senza l’assenso di Mosca,
che da dodici anni esercita su questa piccola regione un protettorato
di fatto.
Dall’altra parte, sulla mobilitazione delle truppe georgiane, si
allunga invece l’ombra di Washington. Negli ultimi due anni gli
istruttori militari statunitensi hanno addestrato le forze armate
georgiane. E secondo Eduard Kokoity, presidente dell’Ossezia del Sud,
“gli istruttori americani sono direttamente coinvolti
anche nelle operazioni militari georgiane attualmente in
corso”. Questo forse non risponde al vero, ma non c’è dubbio che le
mosse del presidente georgiano Saakashvili siano ispirate
dall’amministrazione Usa, decisa a eliminare ogni fattore di
instabilità in un paese d’importanza strategica. Il prossimo anno
infatti verrà inaugurato il grande oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che,
attraversando il territorio georgiano, pomperà il petrolio del Mar
Caspio verso i mercati occidentali.