Scritto per noi da
Michelangelo Severgnini*
E’ cominciato all’alba il giorno
dell’orgoglio vicentino, perlomeno di quella parte di Vicenza,
estesa, radicata, se non maggioritaria, che si oppone alla
costruzione di una nuova base militare americana in città.
Questo sembra essere il risultato di una consultazione popolare
anomala, e sorprendente, perché da mercoledì 1 ottobre
il Consiglio di Stato si era pronunciato sul referendum, definendolo
“un auspicio irrealizzabile”, annullandolo.
La giornata di domenica 5 ottobre si è
trasformata nell’occasione di una grande iniziativa popolare per il
ripristino del diritto alla consultazione. Sono stati così
allestiti nel giro di tre giorni 32 “centri di raccolta”, gazebo
portati da diverse associazioni della città, posizionati
davanti alle scuole e agli edifici pubblici che avrebbero dovuto
ospitare i seggi del referendum. Una decina i volontari per ciascun
seggio che si sono dati il cambio durante tutta la giornata per
permettere ai propri concittadini di esprimere il loro voto, dalle 8
alle 21. A sorvegliare la corretta applicazione delle procedure di
voto un “comitato per la consultazione”, diretto a sua volta da
un “comitato dei garanti”, composto da notai della città.

Verso la mezzanotte di una lunga e
storica giornata per la città (e forse non solo), in piazza
Castello, a una folla di un migliaio di vicentini sono stati
comunicati i numeri usciti dalle urne. Aventi diritto al voto:
88,112. Votanti: 24.094, 96 percento dei quali contrari alla base. Ha
pertanto deciso di votare circa il 27 percento dei cittadini di
Vicenza con diritto di voto. Il
quorum, stabilito prima del
pronunciamento del Consiglio di Stato, era stato posto intorno ai
35mila voti, sulla base dei cittadini che hanno votato al primo turno
alle scorse elezioni amministrative di aprile. Pertanto il risultato,
letto in questi termini, sembrerebbe marginale. Tuttavia a giudicare
dalla reazione della piazza i “no Dal Molin” devono aver avuto
comunque più di un motivo per festeggiare. La giornata del
referendum parallelo è stata per loro comunque un successo e
un applauso liberatorio ha salutato la comunicazione dei voti.
Qualche considerazione. Sarebbe
quantomeno improprio per non dire ingeneroso impugnare questi numeri
ora, quando la consultazione si è svolta in evidenti
condizioni di disagio, per la semi-clandestinità dei
gazebo-seggi nonché per le casuali o meno imprecisioni
divulgate dalla stampa locale (il giornale locale “Gazzettino”,
nelle pagine dedicate a Vicenza” dava 9-13 come orario di apertura
dei seggi), depistaggi e più o meno velate intimidazioni.
Domenica mattina non era raro incontrare passanti vicentini
sorprendersi dicendo: “Ah, ma allora alla fine il referendum si fa
lo stesso?”.
Inoltre per pesare questi numeri
andrebbe considerato che più o meno con gli stessi voti
l’attuale sindaco Achille Variati è stato eletto lo scorso
aprile al ballottaggio, quando i votanti erano stati circa 51mila. E’
vero, soltanto poco più di un quarto dei vicentini aventi
diritto hanno votato, ma è un quarto che pesa.
Infine, questo referendum non era
inerente un tema di carattere ineludibile ed universale, come
“nucleare sì, nucleare no”, oppure “ogm sì, ogm
no”, oppure ancora “ponte sì, ponte no”. Perché
chi si è pronunciato non è comunque titolare del
progetto in questione.

Il progetto è un’idea
dell’amministrazione americana, che per convenienza o per
opportunità, potrebbe considerare quei 24.094 voti davvero
troppo pesanti. Come a dire che, anche se il
quorum non è
stato raggiunto, in un sillogismo imperfetto, i militari statunitensi
non hanno nessun obbligo di costruire una nuova base militare a
Vicenza. E, a giudicare dalle prima parole del sindaco Achille
Variati, pronunciate sotto il tendone del “media center” di
piazza Castello verso mezzanotte di domenica, una volta comunicati i
dati definitivi, sembrerebbe questa la linea che i “no Dal Molin”
adotteranno da qui in avanti.
“Questa giornata non la
dimenticheremo facilmente – ha detto il sindaco alla folla commossa
- Questo risultato non è confrontabile con altre votazioni
istituzionali. E’ stato un evento straordinario e noi siamo fieri
di avervi partecipato. Vicenza è finalmente una città
in movimento ed è anche un campanello d’allarme per la
politica nazionale”.
Di fatto le istituzioni italiane tutte,
dal Governo, al presidente del Consiglio (che ha definito “gravemente
inopportuno” il referendum), al Consiglio di Stato, alle segreterie
di tutti i partiti, hanno perso con questo comportamento ogni
credibilità di fronte a tutti coloro che a Vicenza hanno visto
usurpato il proprio diritto di voto di cittadini di una società
democratica.
Pertanto si capiscono le ultime parole
con le quali il sindaco ha salutato i concittadini: “D’ora in
avanti i nostri soli interlocutori saranno gli Americani”, che a
questo punto sono di fronte a un dato certificato, seppure non
maggioritario, comunque esteso e radicato: che al meno un vicentino
su quattro non gradisce la costruzione della nuova base militare e
tra coloro che non gradiscono vanno inclusi i componenti della
maggioranza comunale. Ed è probabile che la prossima mossa a
breve dei “no Dal Molin”, nella persona del sindaco, sarà
proprio la consegna ufficiale a mano all’ambasciata americana in
Italia delle schede del referendum.
Un paradosso aritmetico. Proprio
gli Americani infatti dimostrano di prendere sul serio anche poche
migliaia di voti. Per molti meno Bush nel 2000 si aggiudicò lo
stato della Florida che gli permise di guadagnare la Casa Bianca.
Allora poche migliaia di voti cambiarono la Storia del mondo. Oggi,
24.094 voti potrebbero bastare per cambiare almeno la Storia di
Vicenza.