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Nell’ombreggiato e silenzioso cortile di una piccola chiesa ortodossa
nel centro di Tskhinvali, capitale dell’autopoclamata repubblica
indipendente dell’Ossezia del Sud, un gruppo di donne traffica attorno
a pentoloni e fornelletti a gas. Cucinano il plov, riso pilaf con carne
di montone, per rifocillare i propri uomini che stanno per tornare
dalle trincee in periferia, dopo l’ennesima notte di battaglia. “Di
giorno si sta tranquilli, ma di notte ricomincia tutto, e ricomincia la
paura”, dice una di loro. “I georgiani vogliono la nostra terra, ma non
l’hanno mai posseduta, e mai l’avranno”. Queste donne sono tra le poche
anime vive che si aggirano per Tskhinvali, diventata ormai una città
fantasma. Strade deserte, negozi chiusi, chioschi abbandonati. E uomini
armati per le strade. Da quando sono cominciati i bombardamenti
georgiani la maggior parte della popolazione è scappata al di là delle
montagne, attraversando il traforo di Roksky, nella provincia russa
dell’Ossezia del Nord. Scene simili nei villaggi osseti abitati dalla
minoranza georgiana, evacuati dopo gli assalti dei miliziani
separatisti.
Queste testimonianze, riportate dall’agenzia di notizie Iwpr, sono tra
le pochissime giunte in questi giorni da questo nuovo fronte di guerra
apertosi una settimana fa nel Caucaso. Una guerra annunciata. Dopo mesi
di provocazioni, accuse, minacce, scaramucce e movimenti di truppe,
nell’ex repubblica sovietica della Georgia la parola è tornata ai
cannoni, ai mortai e ai carri armati. Si combatte in Ossezia del Sud,
piccola regione georgiana a maggioranza russa che già dodici anni fa fu
teatro di un conflitto che determinò di fatto, ma non di diritto, il
suo distaccamento dal governo di Tbilisi con una proclamazione
unilaterale di indipendenza. E con la benedizione di Mosca, che da
allora ha fatto dell’Ossezia del Sud un suo protettorato. Esercito
georgiano e milizie separatiste ossete appoggiate da mercenari russi si
combattano ormai da giorni. E già si contano, da entrambe le parti,
decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di rifugiati.
Le autorità indipendentiste ossete appoggiate dal Cremlino, che poco
tempo fa ha illegalmente concesso la cittadinanza russa agli abitanti
di questa regione georgiana, si appellano al principio di
autodterminazione, al desiderio del popolo osseto, russofono e
apertamente filorusso, di entrare a far parte della Federazione Russa.
Se questa può effettivamente essere stata la causa del conflitto del
1992, oggi in ballo sembrano esserci interessi molto più concreti.
Alcuni analisti hanno avanzato l’ipotesi che la Russia, appoggiando una
nuova guerra in Georgia, intenda destabilizzare il paese, ormai entrato
nell’orbita d’influenza statunitense, al fine di boicottare il progetto
anglo-americano dello strategico oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan, che dal
prossimo anno dovrebbe pompare il greggio del Mar Caspio, oggi più
strategico che mai, verso i mercati Occidentali, attraverso il
territorio georgiano. Un progetto, che soprattutto in tempi di crisi
petrolifera, non piace affatto a Mosca, che si sente defraudata di
risorse che fino a poco tempo fa rientravano nella propria sfera
d’influenza. Sembra però che gli stessi georgiani non credano molto a
questa spiegazione. E il fatto che i lavori di costruzione delle
condutture stiano proseguendo tranquillamente nonostante la nuova
crisi, sembra dar loro ragione.
“No, l’oleodotto non c’entra con questa nuova guerra”, dice Giorgi
Sepashvili, direttore del quotidiano online georgiano Civil Georgia,
raggiunto telefonicamente a Tbilisi da PeaceReporter. In ballo c’è ben
altro: il business multimiliardario del contrabbando gestito dal regime
indipendentista osseto di Eduard Kokoity e dai suoi protettori,
l’esercito russo che con la scusa del peacekeeping da dodici anni
controlla di fatto quel territorio. La mafia locale e quella russa, e i
vertici militari russi, si arricchiscono con il commercio illegale di
sigarette, benzina e soprattutto di vodka, provenienti dalla Russia
attraverso le montagne e smerciate in Georgia. Un contrabbando le cui
briciole danno da vivere anche alla povera gente dell’Ossezia, come
dimostrava il grande mercato del villaggio di Ergneti, alla periferia
di Tskhinvali, una distesa di bancarelle in cui si trovavano barili di
benzina, casse di vodka, stecche di sigarette. Un ‘buco nero’ che
danneggiava pesantemente l’economia georgiana secondo il governo di
Tbilisi, che lo scorso giugno ne ha ordinato lo smantellamento, atto
simbolico con cui il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha
dimostrato che faceva sul serio quando diceva di voler riportare
l’Ossezia sotto il controllo governativo. A Mosca è suonato il
campannello d’allarme, e sono iniziati i preparativi per provocare una
guerra: movimenti di truppe, invio di mercenari, spedizioni di armi per
trascinare la Georgia in un confronto armato volto a costringere
Saakashvili a scendere a patti, ad ammorbidire i toni”.
Questa versione dei fatti che chiama in causa la questione del
contrabbando è confermata anche da alcuni editoriali apparsi sulla
stampa russa più indipendente. Sul Moscow Times di martedì ad esempio
Pavel Felgenhauer, quotato analista di questioni militari, scriveva:
“E’ chiaro che il conflitto in Ossezia del Sud è stato orchestrato da
Mosca, dove molti pensano che la via militare sia la più rapida per far
ricominciare il business del contrabbando e con esso la corruzione che
ingrassa l’autoindulgente nomenklatura putiniana, divenuta ormai la
forza guida della nostra politica sia interna che estera”. Fino ad ora
il coinvolgimento militare russo nel conflitto è stato solo indiretto,
di appoggio e protezione: i soldati del contingente di pace russo
sembra non abbiano preso parte ai combattimenti. Per adesso. E anche
dall’altra parte, nonostante le accuse ossete sulla presenza di corpi
speciali Usa tra le truppe d’èlite georgiane, sembra che il
coinvolgimento americano rimanga limitato all’addestramento
recentemente impartito alle forze di Tbilisi in funzione
‘anti-terrorismo’.