29/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Un nome di fantasia, per raccontare i segni indelebili della violenza sessuale su una bimba bosniaca
Questa è la storia di un’altra, l’ennesima, Maria. Chiamiamo spesso Maria, indipendentemente da dove provengono, le bambine che hanno subito una violenza sessuale. Lo facciamo per proteggerle, perché sono troppo piccole e fragili per finire alla televisione o sui giornali, lo facciamo talvolta perché, conoscendole di persona, ci manca persino il coraggio di scrivere il loro nome.

Allo stesso modo mi è mancato, fino ad ora, il coraggio di raccontare la sua storia, ancora troppo viva, troppo bruciante, troppo dolorosa. Lo faccio adesso, dopo aver letto su Peace Reporter il reportage “Sogni doro, piccola Maria”. Lo faccio perché in fondo anche questa storia grida per venire a galla, per essere messa nero su bianco, per parlare di Maria e del suo dolore, dal momento che lei adesso non può farlo. Due precisazioni sono d’obbligo, prima di cominciare. La prima è che questo non è un articolo giornalistico ma un racconto, seppure completamente vero, nel quale non fornirò dati precisi su Maria e sulla sua vita, ma soltanto le linee generali della sua personale tragedia, che ho condiviso in parte (troppo poco, mio malgrado) dal 2006 ad oggi.
La seconda è che questo racconto non ha un lieto fine. Non adesso, non ancora, almeno. Spero, un giorno, di poterne scrivere uno, condividendo con chi leggerà quella gioia come adesso condivido quest’angoscia.

Maria è bosniaca, bionda e bellissima. Ha compiuto da poco 13 anni. Vive in una città qualsiasi di un paese ancora distrutto dalla guerra, in un orfanotrofio qualsiasi insieme ad altri come lei, oltre 120 bambini e ragazzi di tutte le età, orfani, o abbandonati, o di passaggio in attesa del ritorno a casa. Vi è arrivata poco più di tre anni fa, quando una zia ha denunciato il sospetto di violenze sessuali da parte del padre, un alcolizzato con una gamba parzialmente paralizzata che in passato l’aveva picchiata spesso, senza che nessuno volesse o potesse intervenire.
Il ginecologo ha constatato la perdita della verginità, è così cominciato il calvario del processo ai danni del padre, ad oggi aperto e dalla sentenza incerta: Maria ha confermato una sola volta l’accusa contro di lui, negando le altre volte (odia parlare di sé) ed è sospettata, come sottolinea il suo assistente sociale, di tentativo di seduzione nei confronti del genitore (all’età di 10 anni avrebbe assunto atteggiamenti conturbanti che avrebbero in qualche modo autorizzato il padre a violentarla). I suoi fratelli più grandi sembrano non essersi accorti di niente; la madre è affetta da gravi problemi psichici, non è in grado di occuparsi della figlia e vive lontana già da molto tempo.

Quando la conosco io, Maria è arrivata da poco in orfanotrofio. Nessuno dei suoi parenti va a trovarla, solo il nonno le telefona una volta ogni tanto. Anche la zia si dilegua: sicuramente non ha i mezzi per mantenere un’altra figlia, vive lontana il viaggio per andarla a trovare costa troppo, forse ha già fatto più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare da lei. Per Maria che ama il silenzio e la solitudine la vita in orfanotrofio è, se non propriamente difficile, almeno sovraffollata; è scontrosa, facile all’irritazione, spesso nervosa. Cambia velocemente umore, passando da un’euforia eccessiva
a un apparente stato di depressione, da atteggiamenti di estrema dolcezza a scatti di rabbia piuttosto violenti. Odia essere toccata, soprattutto dagli uomini. Ripete continuamente “digli di non toccarmi”. Tra di noi scatta qualcosa, un feeling, una certa complicità; mi regala un braccialetto
di cannucce colorate, mi pettina, gioca con me. Quando la rivedo, qualche mese dopo, il nostro legame si rafforza. La porto un po’ in giro, facciamo la spesa, cuciniamo nell’appartamento dove vivo quando mi reco là. Ci avviciniamo molto. Mi scrive le prime lettere dove dice che mi vuole bene e che quando è con me si sente felice. Le scrivo a mia volta. Facciamo persino qualche progetto per il futuro: pensiamo a quando sarà grande e potrà venirmi a trovare in Italia, forse
continuare qua i suoi studi. Nei nostri successivi incontri ci avviciniamo ancora e cominciano anche, per lei, i primi problemi. Forse non si sente abbastanza amata. Forse ha paura.

Sicuramente io non so capirla fino in fondo. Fatico a dedicarle tutto il tempo che le serve, là ho un altro bambino più piccolo (ci chiamano donatori: attraverso un’adozione a distanza personale cerchiamo di offrire a un bambino un piccolo punto di riferimento economico e affettivo)
che ha le sue esigenze, le sue necessità, sta crescendo e pretende attenzione dalla sua donatrice, così anche il nostro rapporto cresce, si fa sempre più intenso e più forte. Maria ha una donatrice, che tuttavia non è mai andata a trovarla e non ha risposto alle sua pochissime lettere; l’Associazione che si occupa della gestione degli affidi a distanza ha provato più volte a contattarla, senza riuscirci. Continua a pagare la sua quota annuale attraverso la banca ma non risponde al telefono, forse
ha cambiato indirizzo e non ha comunicato il nuovo recapito. In ogni caso, per Maria non esiste. Con me, al contrario, lei arrabbia spesso, poi mi scrive lunghe lettere in cui dice che sono la sola persona a cui vuole bene. È difficile, tuttavia andiamo avanti. Nell’ultimo anno lei peggiora.
Non parla più con nessuno e, gradualmente, smette di parlare anche con me, salvo rare eccezioni.
È sempre arrabbiata e sempre più depressa, soffre di forti mal di testa. In certi momenti è del tutto assente, lontana anni luce da questo mondo. I suoi occhi guardano chissà cosa, chissà dove, forse una realtà diversa. Mano a mano si allontana anche dalle sue poche amicizie.

L’orfanotrofio non ha le possibilità di offrirle cure adeguate. Cerchiamo una soluzione, senza trovarla. Viene in Italia per una breve vacanza inserita in un progetto di cooperazione
internazionale, naturalmente vado a trovarla. All’inizio sembra felicissima di vedermi, poi smette di parlarmi. E’ strana, ma dice di avere un forte mal di testa e non mangia quasi niente. In compenso dorme moltissimo. Passa ancora un mese. Quando vado a prendere il mio bambino per portarlo
in Italia mi fermo qualche giorno, la vedo, la saluto, lei non mi risponde. Non mi vuole parlare, mi evita. Si è tolta l’anello e il ciondolo che le ho regalato, quello dove avevo fatto incidere “volim te”, ti voglio bene. Qualche giorno dopo la cerco di nuovo, le dico che non importa se adesso lei non mi vuole, che io le vorrò bene per sempre e che in qualsiasi momento lo vorrà mi troverà lì, ad aspettarla. Abbozza un sorriso così lieve che ho ancora la sensazione di averlo immaginato,
ma non risponde. Prima della mia partenza una sua amica, una di quelle a cui era più legata prima dell’ultimo periodo, mi dice che Maria mi manda a dire queste cose: che mi vuole ancora bene, che non è arrabbiata con me, che però non sta bene, è sempre triste, ha sempre mal di testa. Devo partire e non riesco a rivederla. Continuo a chiedermi cosa posso fare per lei. Sono in Italia quando mi telefonano per comunicarmi che Maria ha tentato il suicido, cercando di impiccarsi.

L’hanno salvata in tempo, intuendo qualcosa. L’orfanotrofio non può più prendersi cura di lei, non ha gli strumenti né il personale adatto. Deve andare in una clinica psichiatrica, in un’altra città. Al momento non può ricevere visite, più in là si vedrà. Si cercano le ragioni di questo gesto. Qualche
giorno dopo comincia a circolare la voce che il tentativo di suicidio di Maria sia legato all’arrivo nell’orfanotrofio di alcune ragazzine che hanno, a loro volta, subito violenza da parte del padre. Sembra che una di queste si sia particolarmente legata a Maria e che insieme abbiamo deciso di uccidersi. Non si sa quanto ci sia di vero, in tutto questo. Sono notizie che si diffondono velocemente, passano sulle bocche degli adulti e poi su quelle dei bambini che, come attori inconsapevoli, le ingrandiscono e le arricchiscono di particolari. Per quanto mi riguarda, se anche so di aver fatto per lei quello che potevo mi sembra decisamente poco e devo convivere con un senso di desolazione e di fallimento. Forse sono arrabbiata. Soprattutto, però, penso al futuro e sono
terrorizzata. Nell’ipotesi migliore, quella in cui Maria trovi un bravo dottore che capisca
la situazione fino in fondo e che si prenda cura di lei, mi chiedo cosa potrebbe motivarla a guarire. Maria è sola. Non ha un posto dove andare a parte, forse, la casa di suo padre e dei suoi fratelli, dove sicuramente non vuole tornare. Ha poche speranze di essere felice. Il suo tentativo di suicidio è stato qualcosa di più di un atto folle, dovuto alla temporanea assenza di ragione; è stato il coronamento di un percorso di presa di coscienza di ciò che le è accaduto in passato e di quali
possibilità il futuro le riservasse. È stato un gesto di protesta, sicuramente un grido di aiuto che, tuttavia, difficilmente qualcuno potrà cogliere nel modo adeguato.

Adesso il futuro di Maria è di un grigio scuro tendente al nero. Molte cose hanno contribuito a renderlo tale. Una famiglia segnata dalla violenza e dalla malattia, l’assenza di un supporto adeguato al momento giusto, una grave latitanza da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lei (mi riferisco, soprattutto, ai doveri dello Stato) e forse, infine, una mancanza da parte di molti di noi. Qualcuno dice che ha contribuito anche una naturale inclinazione di carattere, forse un’eccessiva fragilità. A me sembra quasi paradossale stabilire quale sia il limite di una fragilità eccessiva, per una ragazzina che, a 13 anni, è già stata segnata da tragedie che la maggior parte di noi non conosceranno mai. Certo, altri nella sua situazione ce l’hanno fatta. Altri, in situazioni persino peggiori (ma è possibile fare una hit-parade dei dolori altrui?) sono cresciuti con traumi minori e alcuni si sono perfino costruiti un futuro felice. Ma questo cosa significa? Cosa vale questo, se non a restituire almeno una piccola speranza di successo a tutti coloro che, nella continua lotta per la sopravvivenza, rischiano di affogare? È già qualcosa, ovviamente, ma non ha alcun valore per Maria, in questo momento. Maria non potrà mai tornare a una vita normale, se per normale (parola così difficile da usare, in certe situazioni) si intende serena. Non potrà tornarci perché in questa dimensione di serenità non c’è mai stata, non la conosce e non sa nemmeno in cosa consista. Forse dubita persino che possa esistere.

Quella di Maria è solo una storia tra le tante, tantissime, e come diceva Guccini in una vecchia, desolata canzone “non merita nemmeno due colonne sul giornale”. Tuttavia, oggi, sono qui a cercare quelle due colonne. Per me, ovviamente è prima di tutto un fatto personale. Da quando è successo tutto questo questo ho evitato di parlarne, ho sepolto il mio male, con tutto ciò che si porta dietro (senso di impotenza, senso di colpa e
soprattutto quel dolore che ti si ferma nella gola e non va né su né giù) cercando di non guardarlo in faccia. So bene che raccontare questa storia non cambierà nulla, per Maria, e non farà la differenza per nessuno di coloro che la leggeranno. Credo fermamente, tuttavia, che ci sia una grossa disonestà di fondo nel nascondersi davanti al dolore altrui, evitando di parlarne con la motivazione, spesso veritiera, che non possiamo fare niente per cancellarlo o ridurlo. Non si tratta del dovere di cronaca né, ancor meno, di sbandierare un fatto personale. Maria è stata violentata dal padre, non ha ricevuto un supporto psicologico adeguato, ha dovuto affrontare da sola gli anni della primissima adolescenza, prendendo coscienza di quanto le era accaduto e, infine, ha cercato di uccidersi.
Qualcuno ha una responsabilità diretta di quanto è accaduto. Suo padre, la macchina della giustizia, un assistente sociale incapace, uno stato che, ancora in ginocchio dopo una guerra che l’ha distrutto, maltrattato dalla giustizia internazionale, dimenticato quasi completamente (con poche, salvifiche eccezioni) dagli aiuti umanitari, non è in grado di assicurare assistenza adeguata ai suoi bambini
più deboli, quelli che dovrebbe accudire con più amore e con più attenzione. Dunque, in una certa misura, anche la Comunità Internazionale ha delle responsabilità in questa storia. Da parte nostra, noi abbiamo almeno il dovere di ripeterci che tragedie come questa esistono e si ripropongono continuamente, di guardarle in faccia e di fare in modo che non vengano sepolte nell’indifferenza generale. Un giorno, forse, qualcuno di noi potrà fare qualcosa di più per una Maria qualsiasi. Allora, magari, si ricorderà anche di questa storia e le regalerà un valore nuovo.

Francesca Righetti
Categoria: Bambini, Diritti, Donne
Luogo: Bosnia Erzegovina