Un nome di fantasia, per raccontare i segni indelebili della violenza sessuale su una bimba bosniaca
Questa è la storia di un’altra,
l’ennesima, Maria. Chiamiamo spesso Maria, indipendentemente da
dove provengono, le bambine che hanno subito una violenza sessuale.
Lo facciamo per proteggerle, perché sono troppo piccole e
fragili per finire alla televisione o sui giornali, lo facciamo
talvolta perché, conoscendole di persona, ci manca persino il
coraggio di scrivere il loro nome.

Allo stesso modo mi è mancato,
fino ad ora, il coraggio di raccontare la sua storia, ancora troppo
viva, troppo bruciante, troppo dolorosa. Lo faccio adesso, dopo aver
letto su
Peace Reporter il reportage “
Sogni doro, piccola Maria”.
Lo faccio perché in fondo anche questa storia grida per venire
a galla, per essere messa nero su bianco, per parlare di Maria e del
suo dolore, dal momento che lei adesso non può farlo. Due
precisazioni sono d’obbligo, prima di cominciare. La prima è
che questo non è un articolo giornalistico ma un racconto,
seppure completamente vero, nel quale non fornirò dati precisi
su Maria e sulla sua vita, ma soltanto le linee generali della sua
personale tragedia, che ho condiviso in parte (troppo poco, mio
malgrado) dal 2006 ad oggi.
La seconda è che questo racconto
non ha un lieto fine. Non adesso, non ancora, almeno. Spero, un
giorno, di poterne scrivere uno, condividendo con chi leggerà
quella gioia come adesso condivido quest’angoscia.
Maria è bosniaca, bionda e
bellissima. Ha compiuto da poco 13 anni. Vive in una città
qualsiasi di un paese ancora distrutto dalla guerra, in un
orfanotrofio qualsiasi insieme ad altri come lei, oltre 120 bambini e
ragazzi di tutte le età, orfani, o abbandonati, o di passaggio
in attesa del ritorno a casa. Vi è arrivata poco più di
tre anni fa, quando una zia ha denunciato il sospetto di violenze
sessuali da parte del padre, un alcolizzato con una gamba
parzialmente paralizzata che in passato l’aveva picchiata spesso,
senza che nessuno volesse o potesse intervenire.
Il ginecologo ha constatato la perdita
della verginità, è così cominciato il calvario
del processo ai danni del padre, ad oggi aperto e dalla sentenza
incerta: Maria ha confermato una sola volta l’accusa contro di lui,
negando le altre volte (odia parlare di sé) ed è
sospettata, come sottolinea il suo assistente sociale, di tentativo
di seduzione nei confronti del genitore (all’età di 10 anni
avrebbe assunto atteggiamenti conturbanti che avrebbero in qualche
modo autorizzato il padre a violentarla). I suoi fratelli più
grandi sembrano non essersi accorti di niente; la madre è
affetta da gravi problemi psichici, non è in grado di
occuparsi della figlia e vive lontana già da molto tempo.
Quando la conosco io, Maria è
arrivata da poco in orfanotrofio. Nessuno dei suoi parenti va a
trovarla, solo il nonno le telefona una volta ogni tanto. Anche la
zia si dilegua: sicuramente non ha i mezzi per mantenere un’altra
figlia, vive lontana il viaggio per andarla a trovare costa troppo,
forse ha già fatto più di quanto ci si sarebbe potuti
aspettare da lei. Per Maria che ama il silenzio e la solitudine la
vita in orfanotrofio è, se non propriamente difficile, almeno
sovraffollata; è scontrosa, facile all’irritazione, spesso
nervosa. Cambia velocemente umore, passando da un’euforia eccessiva
a un apparente stato di depressione, da
atteggiamenti di estrema dolcezza a scatti di rabbia piuttosto
violenti. Odia essere toccata, soprattutto dagli uomini. Ripete
continuamente “digli di non toccarmi”. Tra di noi scatta
qualcosa, un feeling, una certa complicità; mi regala un
braccialetto
di cannucce colorate, mi pettina, gioca
con me. Quando la rivedo, qualche mese dopo, il nostro legame si
rafforza. La porto un po’ in giro, facciamo la spesa, cuciniamo
nell’appartamento dove vivo quando mi reco là. Ci
avviciniamo molto. Mi scrive le prime lettere dove dice che mi vuole
bene e che quando è con me si sente felice. Le scrivo a mia
volta. Facciamo persino qualche progetto per il futuro: pensiamo a
quando sarà grande e potrà venirmi a trovare in Italia,
forse
continuare qua i suoi studi. Nei nostri
successivi incontri ci avviciniamo ancora e cominciano anche, per
lei, i primi problemi. Forse non si sente abbastanza amata. Forse ha
paura.
Sicuramente io non so capirla fino in
fondo. Fatico a dedicarle tutto il tempo che le serve, là ho
un altro bambino più piccolo (ci chiamano donatori: attraverso
un’adozione a distanza personale cerchiamo di offrire a un bambino
un piccolo punto di riferimento economico e affettivo)
che ha le sue esigenze, le sue
necessità, sta crescendo e pretende attenzione dalla sua
donatrice, così anche il nostro rapporto cresce, si fa sempre
più intenso e più forte. Maria ha una donatrice, che
tuttavia non è mai andata a trovarla e non ha risposto alle
sua pochissime lettere; l’Associazione che si occupa della gestione
degli affidi a distanza ha provato più volte a contattarla,
senza riuscirci. Continua a pagare la sua quota annuale attraverso la
banca ma non risponde al telefono, forse
ha cambiato indirizzo e non ha
comunicato il nuovo recapito. In ogni caso, per Maria non esiste. Con
me, al contrario, lei arrabbia spesso, poi mi scrive lunghe lettere
in cui dice che sono la sola persona a cui vuole bene. È
difficile, tuttavia andiamo avanti. Nell’ultimo anno lei peggiora.
Non parla più con nessuno e,
gradualmente, smette di parlare anche con me, salvo rare eccezioni.
È sempre arrabbiata e sempre più
depressa, soffre di forti mal di testa. In certi momenti è del
tutto assente, lontana anni luce da questo mondo. I suoi occhi
guardano chissà cosa, chissà dove, forse una realtà
diversa. Mano a mano si allontana anche dalle sue poche amicizie.
L’orfanotrofio non ha le possibilità
di offrirle cure adeguate. Cerchiamo una soluzione, senza trovarla.
Viene in Italia per una breve vacanza inserita in un progetto di
cooperazione
internazionale, naturalmente vado a
trovarla. All’inizio sembra felicissima di vedermi, poi smette di
parlarmi. E’ strana, ma dice di avere un forte mal di testa e non
mangia quasi niente. In compenso dorme moltissimo. Passa ancora un
mese. Quando vado a prendere il mio bambino per portarlo
in Italia mi fermo qualche giorno, la
vedo, la saluto, lei non mi risponde. Non mi vuole parlare, mi evita.
Si è tolta l’anello e il ciondolo che le ho regalato, quello
dove avevo fatto incidere “volim te”, ti voglio bene. Qualche
giorno dopo la cerco di nuovo, le dico che non importa se adesso lei
non mi vuole, che io le vorrò bene per sempre e che in
qualsiasi momento lo vorrà mi troverà lì, ad
aspettarla. Abbozza un sorriso così lieve che ho ancora la
sensazione di averlo immaginato,
ma non risponde. Prima della mia
partenza una sua amica, una di quelle a cui era più legata
prima dell’ultimo periodo, mi dice che Maria mi manda a dire queste
cose: che mi vuole ancora bene, che non è arrabbiata con me,
che però non sta bene, è sempre triste, ha sempre mal
di testa. Devo partire e non riesco a rivederla. Continuo a chiedermi
cosa posso fare per lei. Sono in Italia quando mi telefonano per
comunicarmi che Maria ha tentato il suicido, cercando di impiccarsi.
L’hanno salvata in tempo, intuendo
qualcosa. L’orfanotrofio non può più prendersi cura
di lei, non ha gli strumenti né il personale adatto. Deve
andare in una clinica psichiatrica, in un’altra città. Al
momento non può ricevere visite, più in là si
vedrà. Si cercano le ragioni di questo gesto. Qualche
giorno dopo comincia a circolare la
voce che il tentativo di suicidio di Maria sia legato all’arrivo
nell’orfanotrofio di alcune ragazzine che hanno, a loro volta,
subito violenza da parte del padre. Sembra che una di queste si sia
particolarmente legata a Maria e che insieme abbiamo deciso di
uccidersi. Non si sa quanto ci sia di vero, in tutto questo. Sono
notizie che si diffondono velocemente, passano sulle bocche degli
adulti e poi su quelle dei bambini che, come attori inconsapevoli, le
ingrandiscono e le arricchiscono di particolari. Per quanto mi
riguarda, se anche so di aver fatto per lei quello che potevo mi
sembra decisamente poco e devo convivere con un senso di desolazione
e di fallimento. Forse sono arrabbiata. Soprattutto, però,
penso al futuro e sono
terrorizzata. Nell’ipotesi migliore,
quella in cui Maria trovi un bravo dottore che capisca
la situazione fino in fondo e che si
prenda cura di lei, mi chiedo cosa potrebbe motivarla a guarire.
Maria è sola. Non ha un posto dove andare a parte, forse, la
casa di suo padre e dei suoi fratelli, dove sicuramente non vuole
tornare. Ha poche speranze di essere felice. Il suo tentativo di
suicidio è stato qualcosa di più di un atto folle,
dovuto alla temporanea assenza di ragione; è stato il
coronamento di un percorso di presa di coscienza di ciò che le
è accaduto in passato e di quali
possibilità il futuro le
riservasse. È stato un gesto di protesta, sicuramente un grido
di aiuto che, tuttavia, difficilmente qualcuno potrà cogliere
nel modo adeguato.
Adesso il futuro di Maria è di
un grigio scuro tendente al nero. Molte cose hanno contribuito a
renderlo tale. Una famiglia segnata dalla violenza e dalla malattia,
l’assenza di un supporto adeguato al momento giusto, una grave
latitanza da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lei (mi
riferisco, soprattutto, ai doveri dello Stato) e forse, infine, una
mancanza da parte di molti di noi. Qualcuno dice che ha contribuito
anche una naturale inclinazione di carattere, forse un’eccessiva
fragilità. A me sembra quasi paradossale stabilire quale sia
il limite di una fragilità eccessiva, per una ragazzina che, a
13 anni, è già stata segnata da tragedie che la maggior
parte di noi non conosceranno mai. Certo, altri nella sua situazione
ce l’hanno fatta. Altri, in situazioni persino peggiori (ma è
possibile fare una hit-parade dei dolori altrui?) sono cresciuti con
traumi minori e alcuni si sono perfino costruiti un futuro felice. Ma
questo cosa significa? Cosa vale questo, se non a restituire almeno
una piccola speranza di successo a tutti coloro che, nella continua
lotta per la sopravvivenza, rischiano di affogare? È già
qualcosa, ovviamente, ma non ha alcun valore per Maria, in questo
momento. Maria non potrà mai tornare a una vita normale, se
per normale (parola così difficile da usare, in certe
situazioni) si intende serena. Non potrà tornarci perché
in questa dimensione di serenità non c’è mai stata,
non la conosce e non sa nemmeno in cosa consista. Forse dubita
persino che possa esistere.
Quella di Maria è solo una
storia tra le tante, tantissime, e come diceva Guccini in una
vecchia, desolata canzone “non merita nemmeno due colonne sul
giornale”. Tuttavia, oggi, sono qui a cercare quelle due colonne.
Per me, ovviamente è prima di tutto un fatto personale. Da
quando è successo tutto questo questo ho evitato di parlarne,
ho sepolto il mio male, con tutto ciò che si porta dietro
(senso di impotenza, senso di colpa e
soprattutto quel dolore che ti si ferma
nella gola e non va né su né giù) cercando di
non guardarlo in faccia. So bene che raccontare questa storia non
cambierà nulla, per Maria, e non farà la differenza per
nessuno di coloro che la leggeranno. Credo fermamente, tuttavia, che
ci sia una grossa disonestà di fondo nel nascondersi davanti
al dolore altrui, evitando di parlarne con la motivazione, spesso
veritiera, che non possiamo fare niente per cancellarlo o ridurlo.
Non si tratta del dovere di cronaca né, ancor meno, di
sbandierare un fatto personale. Maria è stata violentata dal
padre, non ha ricevuto un supporto psicologico adeguato, ha dovuto
affrontare da sola gli anni della primissima adolescenza, prendendo
coscienza di quanto le era accaduto e, infine, ha cercato di
uccidersi.
Qualcuno ha una responsabilità
diretta di quanto è accaduto. Suo padre, la macchina della
giustizia, un assistente sociale incapace, uno stato che, ancora in
ginocchio dopo una guerra che l’ha distrutto, maltrattato dalla
giustizia internazionale, dimenticato quasi completamente (con poche,
salvifiche eccezioni) dagli aiuti umanitari, non è in grado di
assicurare assistenza adeguata ai suoi bambini
più deboli, quelli che dovrebbe
accudire con più amore e con più attenzione. Dunque, in
una certa misura, anche la Comunità Internazionale ha delle
responsabilità in questa storia. Da parte nostra, noi abbiamo
almeno il dovere di ripeterci che tragedie come questa esistono e si
ripropongono continuamente, di guardarle in faccia e di fare in modo
che non vengano sepolte nell’indifferenza generale. Un giorno,
forse, qualcuno di noi potrà fare qualcosa di più per
una Maria qualsiasi. Allora, magari, si ricorderà anche di
questa storia e le regalerà un valore nuovo.
Francesca Righetti