03/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dai concerti sotto la guerra alla musica per la pace. Parla il direttore di un coro speciale
dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Josip KatavicNel 1994 Sarajevo era ancora sotto assedio. Ogni giorno e ogni notte i serbi appostati sulle colline sparavano sulla città. Bombe, granate e tiri di cecchini portavano distruzione e morte nelle strade e nelle case della città. Di fronte a questa aggressione la gente si difendeva, più che con le armi, con la forza di volontà, con l’ostinazione di andare avanti nonostante tutto. E con la cultura.

A quell’epoca il giovane Jospip Katavič, oggi trentottenne, era direttore del coro operistico nazionale della Bosnia-Herzegovina, il migliore complesso canoro della ex-Jugoslavia.
“La guerra non ha fermato la nostra musica. Abbiamo continuato a tenere regolarmente concerti al Teatro Nazionale, al buio, con le candele, per evitare le fatali attenzioni dei serbi. Era sempre pieno di pubblico: la gente veniva, sfidando la paura, pur di vivere un momento di serenità, di normalità”.

La copertina del cd del concerto“Poi, nel giugno del ‘94, accadde l’inimmaginabile. Ebbi l’onore di preparare il mio coro per un evento davvero straordinario: l’esecuzione del Requiem di Mozart tra le rovine annerite della Biblioteca Nazionale, distrutta due anni prima dalle bombe al fosforo lanciate dai serbi. Dirigeva Zubin Mehta e cantavano come solisti José Carreras e Ruggero Raimondi. L’edificio era circondato dai blindati bianchi dell’Onu. L’evento era trasmesso in mondovisione, ma l’unico spettatore in sala era il presidente bosniaco Alija Izetbegovič”.

“Il soffitto della Biblioteca era sfondato e le finestre distrutte: la musica risuonava su tutta la città. Forse si sentiva fin dalle colline dove stavano i serbi, che quella notte non spararono un colpo. Sarà stata una coincidenza... Ma preferisco pensare che la musica, almeno per quella notte, sia riuscita a fermare la guerra”.

“Finita la guerra, nel 1996, fui chiamato a rimettere in piedi il coro francescano della chiesa di Sant’Antonio da frate Ivo Markovič. Non riuscivamo però a mettere assieme un numero sufficiente di cantanti cattolici e così decidemmo di creare un coro multireligioso, formato da persone di tutte le fedi in nome delle quali, fino a un anno prima, si era combattuta la guerra. Nacque così il coro ‘Pontanima’: un gioiello che si può trovare solo qui a Sarajevo”.

Il coro Pontanima“Nei nostri concerti cantiamo musiche religiose islamiche, cattoliche, protestanti, ortodosse ed ebraiche. Il solista di ogni pezzo appartiene sempre a una religione diversa da quella del canto in questione. L’appartenenza religiosa non è importante per i membri del coro, che spesso ignorano quale sia la religione dei loro colleghi. Come è giusto che sia”.

“Abbiamo cantato a Sarajevo davanti a tutte le autorità religiose cittadine. Abbiamo cantato in chiese ortodosse e in chiese cattoliche, anche se mai ancora nelle rispettive cattedrali cittadine. In moschea non si può fare musica, ma abbiamo suonato nell’Istituto islamico di Sarajevo. Un giorno abbiamo tenuto un concerto in una moschea distrutta dai serbi a Banja Luka, nella repubblica serba di Bosnia. Il pubblico era tutto serbo. All’inizio non volevano farci eseguire i canti islamici, ma poi li abbiamo convinti e alla fine ci hanno chiesto il bis. E’ stata una grande soddisfazione”.

Il concerto all'Unesco“Dopo aver tenuto oltre 250 concerti in Bosnia, siamo andati all’estero. Abbiamo cantato in Italia, in Vaticano, in Germania, in Austria e in Francia, dove ci siamo esibiti nella sede dell’Unesco e il nostro ambasciatore ci ha presentati addirittura come ‘la cosa più meravigliosa che la Bosnia-Herzegovina può offrire’. Abbiamo fatto concerti anche negli Stati Uniti, al Campidoglio, dove abbiamo ricevuto il premio pacifista ‘Search for a common ground’, di cui in passato sono stati insigniti personaggi come James Baker, Desmond Tutu e Jimmy Carter. Abbiamo inciso tre cd, e ora è in uscita il quarto”.

“Qui in Bosnia c’è ancora molto lavoro da fare per costruire una società basata sulla convivenza delle diversità, una società in cui le differenze vengano vissute come una ricchezza e non più come qualcosa che divide. Sono convinto che la musica sia un grande strumento universale capace di unire gli uomini che la storia ha diviso, di gettare ponti tra le anime degli uomini e dei popoli. Noi continuiamo a cantare”.
Categoria: Pace, Religione
Luogo: Bosnia Erzegovina