Tra crisi economica e politica estera, il primo confronto tra i due candidati finisce sostanzialmente in parità. Ma è utile per capire cosa l'uno pensi dell'altro
In forse fino all'ultimo, il primo dei tre faccia a faccia tra Barack Obama e
John McCain non ha fornito spunti verbali particolarmente significativi. Chiunque
diventerà presidente il 4 novembre, difficilmente gli esperti identificheranno
in questo duello televisivo il momento decisivo, quello in cui un atteggiamento
o una frase possono cambiare le idee degli elettori. Parlando per mezz'ora della
crisi economica e per circa un'ora di politica estera, i due candidati hanno ripetuto
slogan e concetti già noti. Per cercare di capire cosa pensano davvero, è forse
più utile concentrarsi sui dettagli, e sulle due diverse tecniche di attaccare
il rivale.

Come sono diverse le loro visioni del mondo, devono essere molto differenti anche
le opinioni che McCain il vecchio e Obama il giovane hanno l'uno dell'altro. Il
candidato repubblicano – presentatosi davanti alle telecamere con una cravatta
a righe oblique televisivamente orrenda – tende a disprezzare il suo sfidante
e non vuole concedergli nessuna possibilità. Dal suo punto di vista, Obama deve
sembrare davvero impreparato a guidare gli Stati Uniti. Quando l'altro parla,
lui non lo guarda mai e a volte non riesce a frenare sorrisi astiosi (un atteggiamento
potenzialmente dannoso), come se pensasse che Obama non dovrebbe neanche essere
là con lui a contendergli la presidenza. Quando l'altro tenta di rispondere a
un'accusa personale, McCain continua a menar fendenti come se non gli giungesse
nessun rumore di disturbo. Non abbassa la voce, non tentenna, e le sue parole
si sentono più delle obiezioni che arrivano dall'altro podio. E' un atteggiamento
da cagnaccio, da lottatore fiero e a volte impulsivo, che McCain ha da anni. Ma
il primo confronto diretto con il uno sfidante di 25 anni più giovane lo ha messo
in evidenza più che mai.
Obama – che sulla giacca aveva la spilla con la bandiera a stelle e strisce,
un astuto accorgimento per difendersi dalle voci secondo cui si rifiuta di farlo
perché non è patriottico – si divide invece tra il rispetto reverenziale per l'esperto
rivale e l'approccio più amichevole e sorridente. Durante il confronto si è rivolto
diverse volte verso McCain chiamandolo semplicemente “John”, mentre l'altro non
ha mai abbandonato il distaccato “senator Obama”. Quando l'altro parla, lui lo
guarda. Spesso – è successo almeno cinque volte – prima di iniziare il suo intervento
ha dato parzialmente ragione a McCain su qualcosa detto in precedenza, cosa che
il candidato repubblicano non ha fatto mai. E se deve accusare il rivale di qualcosa,
tende a farlo in modo più sfumato, collegando McCain alle posizioni fallimentari
di George W. Bush. Obama dà l'impressione di credere che McCain abbia idee vecchie
per un mondo che intanto è cambiato. Ma non lo attacca frontalmente su questo,
neanche per difendersi dalle accuse di inesperienza.
C'è poi una contraddizione evidente. McCain ha impostato tutta la sua campagna
attorno allo slogan “Country first”, la patria prima di tutto, per dare l'idea
di essere un candidato con senso dello Stato e non un vanesio che concentra il
suo messaggio di cambiamento su di sé, giocando così sul fastidio che molti conservatori
provano verso il “professorino” Obama. Ma durante tutto il dibattito, si è perso
il conto delle volte in cui McCain ha parlato delle sue posizioni, del suo lavoro
al Senato, della sua prigionia in Vietnam, di dove è stato, di cosa ha visto,
di chi ha incontrato, di come cambierà una politica di Washington in cui si muove
da un quarto di secolo. Obama ha invece presentato posizioni più sfumate e comunque
meno incentrate sulla sua persona. Ha parlato più del futuro che del passato,
delineando obiettivi di lungo periodo. Ha dato l'impressione – ed era probabilmente
il suo obiettivo – di essere il volto di un'America diversa, che vuole cambiare.
Ed è sembrato, sì, decisamente “presidenziale”. Dalle reazioni di McCain, probabilmente
l'ha capito anche lui.