27/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra crisi economica e politica estera, il primo confronto tra i due candidati finisce sostanzialmente in parità. Ma è utile per capire cosa l'uno pensi dell'altro
In forse fino all'ultimo, il primo dei tre faccia a faccia tra Barack Obama e John McCain non ha fornito spunti verbali particolarmente significativi. Chiunque diventerà presidente il 4 novembre, difficilmente gli esperti identificheranno in questo duello televisivo il momento decisivo, quello in cui un atteggiamento o una frase possono cambiare le idee degli elettori. Parlando per mezz'ora della crisi economica e per circa un'ora di politica estera, i due candidati hanno ripetuto slogan e concetti già noti. Per cercare di capire cosa pensano davvero, è forse più utile concentrarsi sui dettagli, e sulle due diverse tecniche di attaccare il rivale.

Come sono diverse le loro visioni del mondo, devono essere molto differenti anche le opinioni che McCain il vecchio e Obama il giovane hanno l'uno dell'altro. Il candidato repubblicano – presentatosi davanti alle telecamere con una cravatta a righe oblique televisivamente orrenda –  tende a disprezzare il suo sfidante e non vuole concedergli nessuna possibilità. Dal suo punto di vista, Obama deve sembrare davvero impreparato a guidare gli Stati Uniti. Quando l'altro parla, lui non lo guarda mai e a volte non riesce a frenare sorrisi astiosi (un atteggiamento potenzialmente dannoso), come se pensasse che Obama non dovrebbe neanche essere là con lui a contendergli la presidenza. Quando l'altro tenta di rispondere a un'accusa personale, McCain continua a menar fendenti come se non gli giungesse nessun rumore di disturbo. Non abbassa la voce, non tentenna, e le sue parole si sentono più delle obiezioni che arrivano dall'altro podio. E' un atteggiamento da cagnaccio, da lottatore fiero e a volte impulsivo, che McCain ha da anni. Ma il primo confronto diretto con il uno sfidante di 25 anni più giovane lo ha messo in evidenza più che mai.

Obama – che sulla giacca aveva la spilla con la bandiera a stelle e strisce, un astuto accorgimento per difendersi dalle voci secondo cui si rifiuta di farlo perché non è patriottico – si divide invece tra il rispetto reverenziale per l'esperto rivale e l'approccio più amichevole e sorridente. Durante il confronto si è rivolto diverse volte verso McCain chiamandolo semplicemente “John”, mentre l'altro non ha mai abbandonato il distaccato “senator Obama”. Quando l'altro parla, lui lo guarda. Spesso – è successo almeno cinque volte – prima di iniziare il suo intervento ha dato parzialmente ragione a McCain su qualcosa detto in precedenza, cosa che il candidato repubblicano non ha fatto mai. E se deve accusare il rivale di qualcosa, tende a farlo in modo più sfumato, collegando McCain alle posizioni fallimentari di George W. Bush. Obama dà l'impressione di credere che McCain abbia idee vecchie per un mondo che intanto è cambiato. Ma non lo attacca frontalmente su questo, neanche per difendersi dalle accuse di inesperienza.

C'è poi una contraddizione evidente. McCain ha impostato tutta la sua campagna attorno allo slogan “Country first”, la patria prima di tutto, per dare l'idea di essere un candidato con senso dello Stato e non un vanesio che concentra il suo messaggio di cambiamento su di sé, giocando così sul fastidio che molti conservatori provano verso il “professorino” Obama. Ma durante tutto il dibattito, si è perso il conto delle volte in cui McCain ha parlato delle sue posizioni, del suo lavoro al Senato, della sua prigionia in Vietnam, di dove è stato, di cosa ha visto, di chi ha incontrato, di come cambierà una politica di Washington in cui si muove da un quarto di secolo. Obama ha invece presentato posizioni più sfumate e comunque meno incentrate sulla sua persona. Ha parlato più del futuro che del passato, delineando obiettivi di lungo periodo. Ha dato l'impressione – ed era probabilmente il suo obiettivo –  di essere il volto di un'America diversa, che vuole cambiare. Ed è sembrato, sì, decisamente “presidenziale”. Dalle reazioni di McCain, probabilmente l'ha capito anche lui. 

Alessandro Ursic

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