27/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel 1987 un ragazzo di 17 anni finisce nella prigione delle torture

Carcere“Quando ho visto le fotografie del carcere di Abu Ghraib mi sono reso subito conto che per me avevano un altro valore. Non erano i momenti drammatici della vita di uomini sconosciuti, erano i miei momenti. Io in quel carcere sono stato torturato”.

Taha Omar è un profugo iracheno di origine curda e nella prigione di Baghad ha passato un mese e venti giorni che non riuscirà mai più a dimenticare.

In piazza Campo de’ Fiori, a Roma, il grande camion americano, dai vistosi tubi di scappamento alti e cromati, funge da palco per la manifestazione che Amnesty International ha organizzato sabato 26 giugno in occasione della giornata internazionale dedicata alle vittime della tortura.

Alle spalle della singolare scenografia qualche tavolino e delle sedie. Taha è seduto qui, con il suo vestito grigio e gli occhi timidi.

"Sono nato a Suleymania, nel nord curdo dell’Iraq – dice il profugo – e la mia storia è cominciata nel 1987, quando avevo 17 anni e mezzo. Era l’epoca in cui Saddam era il padrone del mio Paese. Mio fratello era un militante dell'Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) ed io studiavo legge a Baghdad.

Volevano avere sue notizie, informazioni su di lui e mi arrestarono. Lui era già stato preso e anche mia madre e mio padre erano stati catturati dal Mukhabarat, i servizi segreti. La cella era di un metro per un metro. Ogni giorno venivano e mi portavano fuori. Un essere umano si sveglia e vede il sole. La mia città è circondata dalle montagne e la sera il tramonto, fino all’orizzonte, rende il cielo rosso come il fuoco. Per me non c’era tutto questo. Ogni giorno mi afferravano, mi legavano e mi picchiavano. Ogni giorno, puntuali come la morte che non arrivava mai”.

Chi ha subito traumi così intensi, quando racconta, rivive la sua esperienza. Così è difficile raccogliere ricordi, testimonianze, pensieri. La tortura, nella sua brutalità, scava l’anima delle vittime, rompe ogni equilibrio emotivo, devasta la coscienza. La cronaca minuta di un avvenimento è giusto lasci spazio al pudore, alla riservatezza, al dolore.

Taha continua: “Io invocavo il mio dio, Allah. Io chiamavo il profeta, Maometto. E loro mi lasciavano per un attimo. L’aguzzino si allontanava per tornare subito dopo con una mazza diversa. Se chiamavo Allah sul bastone era scritto Allah. Se chiamavo il Profeta sul bastone era scritto Maometto”.

Le fotografie delle torture nel carcere di Abu Ghraib hanno fatto il giro del mondo. Chiunque sa, conosce l’infinita pena che uomini e donne lì, nella periferia della capitale irachena, hanno dovuto subire. Lì e nelle carceri israeliane, africane, asiatiche. Ovunque i diritti umani siano violati. Anche il giornalismo, di fronte alle vittime, deve sapersi fermare.

“Mio fratello in quel carcere è morto, ucciso dalle botte, dalla violenza. Mentre io ero lì, in un'altra cella. Solo perché era curdo, perché non era con Saddam”, insiste Taha.

Quando è stato rilasciato, il ragazzo di allora, in quel lontano 1987, è tornato alla sua vita e agli studi. Si è laureato, è rientrato nella sua bella città tra i monti e il deserto. Ha fatto l’avvocato. Fino al 1998, quando e fuggito dal suo Paese.

“Sono arrivato a Roma – racconta con la voce bassa, quasi sussurrando le parole – dopo un viaggio interminabile su un Tir. Siamo partiti dalla Turchia, nascosti nel camion e neppure l’autista lo sapeva. Con noi c’era un bambino che alla fine neppure riusciva più a respirare. Qui non avevo amici, non sapevo dove andare, non avevo un soldo. Mi hanno dato un foglietto dove era scritto che aspettavo la concessione dello status di profugo. Dormivo su un cartone, al parco. La mattina mi svegliavo con gli uomini che facevano le pulizie e i giardinieri. È andata avanti così per mesi.

Una volta ho chiesto ad una persona che si occupava di assistenza se avesse un cane. Lui mi ha risposto di sì. Volevo sapere se lo faceva dormire a casa, sul divano, se gli dava da mangiare, se lo accudiva. Mi ha risposto di sì. Io ero meno del suo cane, ero meno di un cane. Avevo un cartone e il parco, neppure da mangiare”.

Roberto Bàrbera


 

Categoria: Tortura
Luogo: Iraq