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“Quando ho visto le fotografie del carcere di Abu Ghraib mi sono reso
subito conto che per me avevano un altro valore. Non erano i momenti
drammatici della vita di uomini sconosciuti, erano i miei momenti. Io
in quel carcere sono stato torturato”.
Taha Omar è un profugo iracheno di origine curda e nella prigione di
Baghad ha passato un mese e venti giorni che non riuscirà mai più a
dimenticare.
In piazza Campo de’ Fiori, a Roma, il grande camion americano, dai
vistosi tubi di scappamento alti e cromati, funge da palco per la
manifestazione che Amnesty International ha organizzato sabato 26
giugno in occasione della giornata internazionale dedicata alle vittime
della tortura.
Alle spalle della singolare scenografia qualche tavolino e delle sedie.
Taha è seduto qui, con il suo vestito grigio e gli occhi timidi.
"Sono nato a Suleymania, nel nord curdo dell’Iraq – dice il profugo – e
la mia storia è cominciata nel 1987, quando avevo 17 anni e mezzo. Era
l’epoca in cui Saddam era il padrone del mio Paese. Mio fratello era un
militante dell'Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) ed io studiavo
legge a Baghdad.
Volevano avere sue notizie, informazioni su di lui e mi arrestarono.
Lui era già stato preso e anche mia madre e mio padre erano stati
catturati dal Mukhabarat, i servizi segreti. La cella era di un metro
per un metro. Ogni giorno venivano e mi portavano fuori. Un essere
umano si sveglia e vede il sole. La mia città è circondata dalle
montagne e la sera il tramonto, fino all’orizzonte, rende il cielo
rosso come il fuoco. Per me non c’era tutto questo. Ogni giorno mi
afferravano, mi legavano e mi picchiavano. Ogni giorno, puntuali come
la morte che non arrivava mai”.
Chi ha subito traumi così intensi, quando racconta, rivive la sua
esperienza. Così è difficile raccogliere ricordi, testimonianze,
pensieri. La tortura, nella sua brutalità, scava l’anima delle vittime,
rompe ogni equilibrio emotivo, devasta la coscienza. La cronaca minuta
di un avvenimento è giusto lasci spazio al pudore, alla riservatezza,
al dolore.
Taha continua: “Io invocavo il mio dio, Allah. Io chiamavo il profeta,
Maometto. E loro mi lasciavano per un attimo. L’aguzzino si allontanava
per tornare subito dopo con una mazza diversa. Se chiamavo Allah sul
bastone era scritto Allah. Se chiamavo il Profeta sul bastone era
scritto Maometto”.
Le fotografie delle torture nel carcere di Abu Ghraib hanno fatto il
giro del mondo. Chiunque sa, conosce l’infinita pena che uomini e donne
lì, nella periferia della capitale irachena, hanno dovuto subire. Lì e
nelle carceri israeliane, africane, asiatiche. Ovunque i diritti umani
siano violati. Anche il giornalismo, di fronte alle vittime, deve
sapersi fermare.
“Mio fratello in quel carcere è morto, ucciso dalle botte, dalla
violenza. Mentre io ero lì, in un'altra cella. Solo perché era curdo,
perché non era con Saddam”, insiste Taha.
Quando è stato rilasciato, il ragazzo di allora, in quel lontano 1987,
è tornato alla sua vita e agli studi. Si è laureato, è rientrato nella
sua bella città tra i monti e il deserto. Ha fatto l’avvocato. Fino al
1998, quando e fuggito dal suo Paese.
“Sono arrivato a Roma – racconta con la voce bassa, quasi sussurrando
le parole – dopo un viaggio interminabile su un Tir. Siamo partiti
dalla Turchia, nascosti nel camion e neppure l’autista lo sapeva. Con
noi c’era un bambino che alla fine neppure riusciva più a respirare.
Qui non avevo amici, non sapevo dove andare, non avevo un soldo. Mi
hanno dato un foglietto dove era scritto che aspettavo la concessione
dello status di profugo. Dormivo su un cartone, al parco. La mattina mi
svegliavo con gli uomini che facevano le pulizie e i giardinieri. È
andata avanti così per mesi.
Una volta ho chiesto ad una persona che si occupava di assistenza se
avesse un cane. Lui mi ha risposto di sì. Volevo sapere se lo faceva
dormire a casa, sul divano, se gli dava da mangiare, se lo accudiva. Mi
ha risposto di sì. Io ero meno del suo cane, ero meno di un cane. Avevo
un cartone e il parco, neppure da mangiare”.