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Abdul Wali, ventotto anni, fu catturato dai soldati statunitensi un
anno fa, il 19 giugno 2003, nei pressi di Asadabad, nella provincia di
Kunar, estremo oriente afgano, al confine con il Pakistan. Era
sospettato di aver partecipato a un attacco a colpi di lanciarazzi
contro la locale base militare Usa. Venne portato dai militari nella
stessa base e lì rinchiuso. Ogni base americana, anche le più piccole,
ha delle strutture di detenzione temporanea ‘non ufficiali’.
L’interrogatorio fu particolarmente violento. Abdul venne pestato e
torturato per due giorni di fila. Contro di lui si accanì con
particolare furia un agente della Cia, David Passaro, trentotto anni,
ex soldato dei corpi speciali. Lo picchiò ripetutamente, con calci e
pugni, e soprattutto bastonandolo con una torcia elettrica. La mattina
del 21 giugno Abdul morì. Nessuna autopsia venne eseguita sul suo
cadavere.
Pochi giorni fa l’agente Passaro è stato ufficialmente accusato per
questo omicidio e ora è sotto inchiesta nel suo stato natale, il North
Carolina. Rischia fino a quarant’anni di carcere e un milione di
dollari di multa. Forse lui pagherà, diventando capro espiatorio di un
fenomeno che anche in Afghanistan sembra essere molto più diffuso di
come si pensava. Nonostante i riflettori dei media si siano da tempo
spenti sul fronte orientale della guerra al terrorismo, le notizie di
torture anche mortali di prigionieri afgani detenuti nelle carceri
militari Usa non sono mancate. Punte di un iceberg che è venuto a galla
in Iraq con lo scandalo di Abu Ghraib, ma che con tutta probabilità è
presente anche in Afghanistan.
Un’ipotesi suggerita dal fondato sospetto che certe pratiche
non siano casi isolati ma prassi consolidate dettate dall’alto. E dato
che i vertici che impartiscono le direttive sono le stesse per l’Iraq e
l’Afghanistan – i ‘falchi’ del Pentagono e della Cia – è normale
ipotizzare che le stesse cose siano avvenute in entrambi i contesti. Le
testimonianze, d’altronde, non mancano. Basta chiedere a qualsiasi
afgano che viva nei pressi di una delle tante piccole basi Usa
disseminate nelle aree più ‘calde’ del paese. Ognuna di esse funziona
anche come centro di detenzione temporanea in cui i sospetti appena
arrestati vengono interrogati, e torturati, in attesa di essere
trasferiti nelle prigioni di Kabul o Kandahar (a meno che i parenti non
paghino un riscatto). PeaceReporter ha recentemente raccolto simili
denunce nei pressi della piccola base usa di Grishk, poco a ovest di
Kandahar.
L’eventualità che la tortura dei prigionieri sia un sistema consolidato
e generalizzato, applicato anche all’Afghanistan, risulta ancor più
verosimile alla luce dei recenti rapporti sull’esistenza di una rete
internazionali di carceri segrete Usa</A> dove vengono tenuti, e
interrogati lontani da occhi indiscreti, prigionieri che ufficialmente
nemmeno esistono. Secondo la denuncia di Human Rights First in
Afghanistan ci sono almeno sette strutture detentive clandestine
gestite dai militari o dai servizi segreti americani: due della Cia a
Kabul e Bagram, e cinque dell’esercito a Jalalabad, Gardez, Khost,
ancora a Kabul e infine ad Asadabad, quella dove l’agente
Passaro ha torturato a morte Abdul Wali.