Nel momento in cui la Russia mostra i suoi muscoli all'Occidente e l'ex presidente
Putin aumenta il suo consenso all'interno del Paese, il Cremlino decide di riscrivere
la storia.
La genesi. A dire il vero la decisione risale a più di quattro anni fa, quando il testo
di Nikita Zagladin, “Storia della Russia e del mondo nel Ventesimo Secolo”, ha
sostituito quello di Igor Dolutsky come riferimento base per gli insegnanti di
storia: se il manuale di Dolutsky è il risultato degli anni della Perestrojka,
con una visione molto critica del presente e dell'attuale leadership politica,
quello di Zagladin costituisce la perfetta espressione del piano di rinascita
imperialistica. Rispondendo all'invito dello stesso presidente Putin, che aveva
chiesto agli storici di "coltivare nei giovani un sentimento di orgoglio per ...
il proprio Paese”, Zagladin ha creato una narrativa nazionale con la quale informare
(nel senso proprio di dare forma) ed appassionare i nuovi cittadini.
Per ottenere questo però, è stato accusato di aver tralasciato tutti gli episodi
drammatici della storia russa, dall’assedio di Leningrado fino alla guerra contro
i separatisti ceceni, passando ovviamente per l'interpretazione dell'epoca e della
figura di Stalin.
La nuova interpretazione. Da allora nuovi testi si sono succeduti. In particolare, quest’anno sono usciti
un paio di volumi ad uso degli insegnanti: “Storia della Russia moderna:1945-2006”
e “Storia della Russia. 1945-2007”, che seguono molto da vicino le teorie del
Cremlino. Stalin, considerato ancora il padre della patria, è l'uomo forte che
riesce a traghettare il Paese fuori dall'isolamento feudale in cui versava. Come
Bismark riuscì ad unificare la Germania “con il ferro e con il fuoco”, così lui
dovette ricorrere alla concentrazione del potere e alla repressione per industrializzare
il paese. In questo senso le purghe e i gulag non sarebbero state altro che un
mezzo per selezionare una classe dirigente capace e fedele, in grado di portare
a termine il compito. Allo stesso modo, le deportazioni in massa e la collettivizzazione
delle terre sarebbero state tutte fasi necessarie alla modernizzazione dell’economia.
Secondo questa interpretazione, furono le contingenze a creare il restringimento
delle libertà, così come è avvenuto negli Stati Uniti dopo l’attentato dell’11
settembre. Ma la Grande Carestia del 1932-33, in Ucraina, non è citata, così
come la distruzione dei kulaki. Una visione dei fatti assolutamente in linea con
quella dell'ex presidente Putin, che ha definito le purghe staliniane un’episodio
“terribile”, ma non tanto quanto i misfatti commessi dai nazisti. “Noi non abbiamo
altre pagine nere come il nazismo”, ha dichiarato.
La democrazia sovrana. L’ultimo capitolo dei manuali tratta gli avvenimenti più recenti, dalla caduta
dell’Unione Sovietica, “la più grande sciagura geopolita dell’ultimo secolo”,
al nuovo corso politico. Significativamente si intitola “La democrazia sovrana”,
un’espressione coniata da Vladislav Surkov, l'ideologo della ripresa dell’autoritarismo.
La figura dell’ex presidente viene innalzata a livello di eroe salvifico: così
è stato nella vicenda Yukos, dove l’incarceramento di Mikhail Khodorkovsky viene
presentata come un modo per tenere a bada il potere degli oligarchi, sottometterli
alla legge e costringerli a pagare le tasse. “Alla fine abbandonarono le speranze
di prendere il controllo sullo stato russo”, scrive Pavel Danilin, autore del
capitolo, che precisa che, nel 2004, dopo il caso della Yukos le tasse federali
aumentarono del 133,8 per cento rispetto all’anno precedente”. Quello che l’autore
omette di dire è che sotto il regime di Putin non solo è aumentato il numero dei
nuovi miliardari, ma è aumentata spropositatamente anche la loro ricchezza (seppur
a discapito del loro peso politico).
Un altro caso, tragico, di omissione dei fatti è quello della strage di Beslan,
dove l’interventismo del presidente è salutato come risolutorio nella gestione
della crisi e reso necessario dalla mancanza di ordine e di potere nelle province.
Non si fa mai accenno al fatto però che la maggior parte delle vittime di quella
strage fu uccisa dalle forze speciali russe (così come era accaduto a Mosca, al
teatro Dubrovka).
Gli anni ’90 sono stati per i russi gli anni dell’umiliazione e della sconfitta,
quando era il Fondo Monetario Internazionale a dettare la politica economica del
paese; gli anni in cui le liberalizzazioni selvagge di Elstin erodevano agli occhi
dei russi il concetto stesso di democrazia. O come dice Leonid Polyakov, editore
di uno dei due manuali, sono stati gli anni del “disarmo ideologico” quando la
Russia lasciava alle altre nazioni decidere cosa fosse o non fosse democratico.
“Ora stiamo sviluppando una ideologia nazionale che rappresenta la visione di
noi stessi come nazione, come russi; una visione della nostra identità”. Nel momento
in cui la Russia, tornata potenza di primo piano, saldamente inserita nelle relazioni
economiche internazionali, si trova a dover affrontare l’espansione della Nato
nei paesi ex sovietici, ha bisogno di armarsi anche di una rilettura del proprio
passato. E forse non è un caso che sulla Georgia Danilin scriva: “Dopo la cacciata
di Shevardnadze nel tardo 2003 e la vittoria di Saakashvili nelle lezioni presidenziali
del 2004, la Georgia è diventata un Paese totalmente dipendente dagli Stati Uniti”.