scritto per noi da
Matteo Fagotto
Si è conclusa martedì, con le dimissioni in massa dal governo di tredici tra
ministri e viceministri, la lotta per il potere tra Thabo Mbeki e Jacob Zuma.
Il presidente sudafricano, costretto lo scorso sabato a dimettersi sotto le pressioni
dell'esecutivo dell'African National Congress, abbandona la partita dopo nove anni di dominio della scena politica. L'aver
sottostimato le minacce provenienti dall'ala sinistra del partito e il non aver
rispettato le regole da lui stesso imposte gli sono stati fatali.

In realtà, la condanna a morte sulla carriera politica di Mbeki era stata già
emessa lo scorso dicembre, al congresso dell'
Anc di Polokwane, dove l'allora presidente aveva dovuto cedere la guida del partito
proprio all'arcirivale Zuma. Fino al 2005 braccio destro di Mbeki, quello stesso
giorno di dicembre Zuma coronava il suo sogno di tornare
al potere, dopo i processi per violenza sessuale e corruzione (entrambi terminati
senza esito) che ne avevano minato la carriera politica. Ironia della sorte, Mbeki
è stato costretto a dimettersi proprio per presunte interferenze sull'operato
della giustizia per favorire una condanna di Zuma. Ma è lecito far dimettere un
capo di stato per dei sospetti non suffragati da prove? "E' la stessa cosa che
Mbeki fece quando, nel 2005, cacciò Zuma dalla vicepresidenza dell'Anc e del Paese per le sue vicende legali", rende noto a PeaceReporter Pamela Masiko-Kambala, ricercatrice politica presso l'Institute for Democracy in South Africa.
La caduta di Mbeki è un evento epocale per la giovane democrazia sudafricana:
l'ex-braccio destro di Nelson Mandela, l'artefice del miracolo economico del Paese
lascia un Sudafrica più ricco, ma anche molto più disequilibrato socialmente rispetto
a dieci anni fa. Se la prosperosa classe media nera deve le sue fortune a Mbeki,
non così la pensa la maggioranza della popolazione che ancora vive in condizioni
di povertà, e che ha visto in Zuma il suo eroe. "L'aver sottostimato l'ostilità
dell'ala sinistra del Parlamento, in particolare dei sindacati e del partito comunista
alleati dell'Anc, è stato fatale per Mbeki", spiega a PeaceReporter Ebrahim Fakir, vicedirettore del Centre for Policy Studies. I meriti di Mbeki vanno oltre il campo economico. Il presidente ha dotato il
Sudafrica di un sistema di leggi funzionante e di una struttura istituzionale
che prima il Paese non aveva. Ma si è progressivamente alienato dalla popolazione,
arrivando a non rispettare le stesse regole da lui imposte. "Ha mantenuto al potere
un capo di polizia coinvolto in vicende giudiziarie, ha costretto alle dimissioni
un procuratore generale, il cui potere è indipendente da quello politico", prosegue
Fakir. "Tutti errori che l'opinione pubblica non gli ha perdonato".

Zuma saprà fare di meglio? Il prossimo leader sudafricano è visto come un animale
politico, un populista che ha fatto carriera sfruttando le debolezze di Mbeki,
ma che dovrà ora reggere alla prova dei fatti. La mancanza di un programma politico
che vada oltre le generiche promesse ai poveri fa temere che Zuma non abbia un
chiaro disegno per guidare il Sudafrica lungo uno dei momenti cruciali della sua
storia. Tra due anni ci saranno i Mondiali di calcio, un'occasione irripetibile
per mostrare al mondo la faccia del nuovo Sudafrica, come avvenuto per le Olimpiadi
di Pechino della scorsa estate. Un appuntamento che la nazione arcobaleno non
può permettersi di mancare.