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Nelle
ultime settimane l'attenzione del governo verso l'espansione del
Kurdistan si è concentrata sul villaggio 'conteso' di
Khanaqin, ( in cui l'80 percento della popolazione è curda ) a
sud di Dyala e di qualche chilometro esterno ai confini della regione
curda. La situazione nel villaggio ha rischiato di degenerare
all'inizio di settembre, quando la decisione di Baghdad di
rimpiazzare le milizie Peshmergha con l'esercito nazionale fu accolta
da violente proteste della popolazione. Nel frattempo l'esercito era
alle porte del villaggio e miliziani curdi rifiutavano di andarsene.
Fortunatamente la diplomazia ha prevalso e, il 5 settembre, le forze
curde hanno accettato di lasciare pacificamente la città
nell'ambito di un accordo, per il quale l'interno dell'abitato sarà
pattugliato dalla polizia nazionale, mentre l'esercito rimarrà
all'esterno.
La
nuova legge elettorale tornerà nei prossimi giorni al centro
del dibattito parlamentare. A luglio le opposizioni avevano avanzato
una bozza che proponeva di trattare Kirkuk come un caso speciale:
rimandando l'elezione solo in quella provincia che, provvisoriamente,
sarebbe stata gestita da un consiglio ripartito su basi egualitarie
tra arabi, curdi e turcomanni. I curdi però non accettarono
quella possibilità: “Se si decidono a priori le percentuali
a che serve votare?” commentava allora Safeen Dizayee del Kurdish
Democratic Party. Un secondo tentativo è stato fatto lo scorso
17 settembre, quando il parlamento ha votato un'altra versione della
legge elettorale proposta dal rappresentante speciale Onu per l'Iraq,
De Mistura. Questa prevedeva l'avanzamento di tutte le altre elezioni
provinciali, rimandando giusto quella di Kirkuk, e la creazione di
un comitato per studiare il caso, composto in parti uguali da curdi,
arabi e turcomanni. I curdi si sono opposti perché contrari
alla spartizione del potere in città, mentre arabi e
turcomanni hanno criticato la proposta per la mancanza di una
tempistica che definisca entro quando il comitato dovrà
trovare una soluzione. Alla fine il parlamento ha approvato la
proposta, che però è stata rigettata il giorno segente
dal Consiglio Presidenziale, alla cui guida c'è un curdo, il
presidente Talabani. La mossa di Talabani ha fatto infuriare i leader
arabi, come Salah Mutlaq, dell'Arab Bloc for National dialogue, che
ha minacciato azioni di disobbedienza civile se si voterà
nuovamente con la legge elettorale del 2005, definita un “furto di
voti”.
La
necessità di superare la vecchia legge ha creato una vera e
propria corrente nel parlamento iracheno, dove si è formato un
gruppo, detto del 22 luglio, composto proprio dai 128 parlamentari
che quel giorno votarono a favore della nuova legge elettorale. Del
gruppo fanno parte anche le opposizioni al governo Al Maliki, come
gli sciiti Sadristi, i Figli dell'Iraq e anche deputati indipendenti.
Oggi sostengono che il presidente Talabani non avesse il diritto di
rigettare un emendamento che, al momento del rifiuto, non era ancora
stato approvato dal parlamento. Lunedì 22 settembre, alla
vigilia del nuovo dibattito, il membro sunnita della Commissione per
le Provincie del Parlamento iracheno, Hasim al Tay, annunciava
fiducioso: “tutte le divergenze che ostacolano una bozza
consensuale sul processo elettorale a Kirkuk sono state risolte”.
L'unico nodo ancora in sospeso, secondo al Tay, riguarderebbe il
finanziamento del comitato che dovà compilare i registri
elettorali di Kirkuk. I curdi premono perché il comitato sia
gestita dal governo locale, a maggioranza curda, mentre arabi e
turcomanni chiedono che se ne occupi l'esecutivo di Baghdad. Nel
frattempo le Nazioni Unite sono sempre più preoccupate di
dover rimandare tutte le elezioni, che si vorrebbero tenere entro la
fine del 2008. Naoki Tomasini