
Ma davvero Israele è
costretto a tutto questo, davvero l’occupazione non ha alcun legame
con la sua natura, con quello che Israele è? Davvero
l’occupazione è imposta da un nemico non disposto a
compromessi, terrorista, dall’assenza di un partner per la pace,
come ripetono primi ministri di destra e sinistra? Davvero è
solo una questione di sicurezza? O forse questa guerra non è
cominciata nel 1967, ma nel 1948, e ancora prima, ricostruisce Halper
- in un progressivo avvitarsi di
nishul, espropriazioni, da
quando Theodor Herzl teorizzava una espulsione ‘gentile’ degli
arabi, negando loro lavoro: attraverso la dichiarazione Balfour con
cui ‘una nazione ha promesso a un’altra nazione il paese di una
terza’, attraverso Jabotinsky e il suo Iron Wall, l’idea cioè
che si dovesse aprire un negoziato solo da posizioni di forza
indiscussa, fino al Piano di Partizione delle Nazioni Unite e la
guerra e l’ethnic cleansing restituito alla luce da Ilan Pappe, con
Ben Gurion e il problema che era ora non più come cacciare i
palestinesi, ma come minare ogni loro tentativo di ritorno, e dunque
la politica dei ‘facts on the ground’, e la conversione kafkiana
di ogni possibile strumento giuridico e amministrativo in strumento
di espropriazione, l’inedito ossimoro dei ‘presenti assenti’
per aspirare via i rifugiati interni e poi, ancora, il 1967, e gli
insediamenti, e - fino a Sharon.

Perché è Sharon a
reinventare il
nishul da crimine a strategia, con l’obiettivo
di impedire per sempre la possibilità materiale di uno stato
palestinese, blindare irreversibile il dominio israeliano: non più
una linea dritta di difesa, ma una rete di punti interconnessi di
controllo, una ‘spatial trap’ per impaludare il nemico,
impedirgli i movimenti: ‘le villette uni-familiari dei coloni hanno
sostituito i carroarmati come unità di combattimento, i piani
regolatori invece che rudimentali mappe di fortificazioni: sono le
case oggi in Israele, come divisioni armate, ad avanzare occupando
vette strategiche di colline, a circondare il nemico, a tagliare vie
di rifornimento e comunicazione’. Una tenaglia contro ogni diritto
internazionale, sdoganata a Oslo dal sigillo di una corrotta Autorità
Palestinese. In un dominio che è anche sfruttamento di risorse
naturali e subordinazione economica - il de-sviluppo di cui scrive
Sara Roy - fino al disimpegno da Gaza: tornare all’unilateralismo,
congelare ogni trattativa, ricominciare a dire che non esistono
partner per la pace, disconoscere i palestinesi - unico successo di
Oslo - nella consapevolezza che il tempo è a favore di
Israele, della sua gramigna di ‘facts on the ground’. Non
l’ethnic cleansing, ma un incravattato ‘quiet transfer’,
consono all’unica democrazia del Medio Oriente: erodere la vita dei
palestinesi, nell’attesa che - volontariamente - emigrino.
Per questo è fondamentale
‘getting it’, dice Halper, comprendere. ‘Re-framing’:
ristrutturare i discorsi e i linguaggi, le percezioni, il pensiero
comune: perché le conclusioni derivano dalle premesse.
Demolire l’idea che Israele combatte per la sua sopravvivenza,
quarta potenza militare - e nucleare - al mondo, sconfiggere la
retorica dominante che assolve gli israeliani, in quanto vittime, da
qualsiasi responsabilità - quel
ain brera, non avevamo
scelta, che puntella ogni libro di storia.

Ma poi anche ‘going
there’, andare in Palestina. Perché molti pacifisti
mantengono ferme le premesse sioniste, e una Dichiarazione di
Indipendenza che cerca uno stato non democratico, ma ebraico:
l’innesco è per loro il 1967. Ma ‘the
idea of transfer is as old as modern zionism’, riconosce Benny
Morris. ‘Israelis live in a bubble, in a self-contained world. They
do not know a thing about either the realities on the ground in the
Territories or what the Palestinians think and want. They seldom
venture in the Territories, and if they do, they do so either as
soldiers - not exactly the way to understand the other side - or as
settlers travelling Israeli-only highways. Palestinians are reduced
to a background’. In questo senso, allora, ‘essere un
israeliano in Palestina’ - non un sionista, uno la cui identità
si innesta su una ideologia, ma un uomo la cui identità si
radica nella realtà, ovvero l’esistenza legittima e
indiscussa di Israele ma anche, altrettanto legittima e indiscussa,
dei palestinesi, e non solo come singoli ma come popolo. Perché
uno stato degli ebrei non può essere uno stato ebraico - uno
stato compatibile con i valori ebraici.
Jeff
Halper oggi presiede l’Israeli Committee Against House Demolitions.
Perché a volte, diceva Martin Luther King, si ha
l’impressione che il vero nemico dei neri non siano i bianchi
estremisti, ma i bianchi moderati e progressisti, quelli che
concordano sull’obiettivo da raggiungere, ma mai sui tempi,
l’azione diretta - quelli che frenano sempre che non è
ancora il momento opportuno, come se fosse possibile per un uomo
stabilire le scadenze per la libertà di un altro uomo. ‘An
ethnocracy cannot make peace’. In fondo è questo il
primo dei luoghi comuni da demolire. Sono i palestinesi, oggi, non
gli israeliani, a non avere un partner per la pace.