20/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Jeff Halper, An Israeli in Palestine. Resisting dispossession, redeeming Israel, Pluto Press 2008
scritto per noi da
Francesca Borri
 
Hajji. Hajji Rasmia Tabaki, si chiamava così - in un accenno di alba sopra Gerusalemme, giugno 1967, la prima vittima dell’occupazione israeliana. Della sua vita non è avanzata che una lapide, ma neppure racconta il suo nome. Perché è la pietra chiara e lucente della spianata davanti al Muro del Pianto, dilagata liscia sull’intero quartiere arabo di Mughrabi, ogni impiglio di memoria livellato via. Hajji non è stata uccisa da un proiettile, ma da una ruspa, sotto la prima di quelle che sarebbero state, e tutte impunite, diciottomila case.

Trentuno anni dopo, è davanti alla casa in macerie di Salim Shawamreh che Jeff Halper, statunitense, dice - è il giorno che sono diventato israeliano. Non il giorno del Bar-Mitzvah, e neppure, più laicamente, con il servizio militare, nuova fede nazionale. Perché nessuna ragione di sicurezza, nessuna strategia di difesa - quella ruspa non aveva giustificazioni, era semplicemente incompatibile con il dépliant dominante di Israele unica democrazia del Medio Oriente, appiglio di civiltà che galleggia nel mare arabo e barbaro, combattendo costantemente - e eticamente - per nient’altro che la sua sopravvivenza. E invece nessuna sopravvivenza. Insieme a quella casa, è finita sparsa al suolo ogni certezza di Halper, e il suo sionismo liberale, la sua idea, fino ad allora, che Israele avesse diritto di esistere, e anche i palestinesi, certo - ma accanto a Israele, adeguandosi, addomesticati, agli spazi marginali e residui delle sue esigenze.

jeff halperIl giorno che davvero è diventato israeliano, dice Halper, perché ogni demolizione non è in controluce che l’essenza del sionismo, l’espropriazione e la negazione dei palestinesi - ma anche un microcosmo dell’occupazione, il cui pilastro è in realtà non la violenza, ma la forza corrosiva di strumenti solo in apparenza tecnici e neutrali. ‘Se non puoi convincerli, confondili’, consigliava Harry Truman: è il modello Gerusalemme, l’urbanistica con l’elmetto, adesso che con Oslo i palestinesi si sono riscoperti nel 18% non della Palestina storica, ma di quel 22% di Palestina storica rappresentato dai Territori Occupati e che, ancora, come in ingannevole vertigine di scatole cinesi - nel 95 percento di questo 18 percento di quel 22 percento è impossibile anche solo avere una casa. Perché appunto - anche se contano per il 30 percento dei suoi abitanti, i palestinesi sono accumulati nel 7 percento di Gerusalemme. Non hanno diritto a concessioni edilizie. E per le poche eccezioni, una concessione significa migliaia di dollari e anni di burocrazia - più il costo delle infrastrutture, che non raggiungono i quartieri arabi. L’unica soluzione sono le municipalità vicine. Ma allora per non perdere la residenza - e anche la semplice possibilità di entrare in città, di usufruire di un suo ospedale - i palestinesi, a differenza dei loro concittadini ebrei, devono dimostrare che Gerusalemme è ancora il centro della loro vita. Se sposano un palestinese dei Territori, possono solo abitare separati o andarsene. Naturalmente - solo scelte libere e volontarie, precisano le statistiche israeliane.

Ma davvero Israele è costretto a tutto questo, davvero l’occupazione non ha alcun legame con la sua natura, con quello che Israele è? Davvero l’occupazione è imposta da un nemico non disposto a compromessi, terrorista, dall’assenza di un partner per la pace, come ripetono primi ministri di destra e sinistra? Davvero è solo una questione di sicurezza? O forse questa guerra non è cominciata nel 1967, ma nel 1948, e ancora prima, ricostruisce Halper - in un progressivo avvitarsi di nishul, espropriazioni, da quando Theodor Herzl teorizzava una espulsione ‘gentile’ degli arabi, negando loro lavoro: attraverso la dichiarazione Balfour con cui ‘una nazione ha promesso a un’altra nazione il paese di una terza’, attraverso Jabotinsky e il suo Iron Wall, l’idea cioè che si dovesse aprire un negoziato solo da posizioni di forza indiscussa, fino al Piano di Partizione delle Nazioni Unite e la guerra e l’ethnic cleansing restituito alla luce da Ilan Pappe, con Ben Gurion e il problema che era ora non più come cacciare i palestinesi, ma come minare ogni loro tentativo di ritorno, e dunque la politica dei ‘facts on the ground’, e la conversione kafkiana di ogni possibile strumento giuridico e amministrativo in strumento di espropriazione, l’inedito ossimoro dei ‘presenti assenti’ per aspirare via i rifugiati interni e poi, ancora, il 1967, e gli insediamenti, e - fino a Sharon.

Perché è Sharon a reinventare il nishul da crimine a strategia, con l’obiettivo di impedire per sempre la possibilità materiale di uno stato palestinese, blindare irreversibile il dominio israeliano: non più una linea dritta di difesa, ma una rete di punti interconnessi di controllo, una ‘spatial trap’ per impaludare il nemico, impedirgli i movimenti: ‘le villette uni-familiari dei coloni hanno sostituito i carroarmati come unità di combattimento, i piani regolatori invece che rudimentali mappe di fortificazioni: sono le case oggi in Israele, come divisioni armate, ad avanzare occupando vette strategiche di colline, a circondare il nemico, a tagliare vie di rifornimento e comunicazione’. Una tenaglia contro ogni diritto internazionale, sdoganata a Oslo dal sigillo di una corrotta Autorità Palestinese. In un dominio che è anche sfruttamento di risorse naturali e subordinazione economica - il de-sviluppo di cui scrive Sara Roy - fino al disimpegno da Gaza: tornare all’unilateralismo, congelare ogni trattativa, ricominciare a dire che non esistono partner per la pace, disconoscere i palestinesi - unico successo di Oslo - nella consapevolezza che il tempo è a favore di Israele, della sua gramigna di ‘facts on the ground’. Non l’ethnic cleansing, ma un incravattato ‘quiet transfer’, consono all’unica democrazia del Medio Oriente: erodere la vita dei palestinesi, nell’attesa che - volontariamente - emigrino.
Per questo è fondamentale ‘getting it’, dice Halper, comprendere. ‘Re-framing’: ristrutturare i discorsi e i linguaggi, le percezioni, il pensiero comune: perché le conclusioni derivano dalle premesse. Demolire l’idea che Israele combatte per la sua sopravvivenza, quarta potenza militare - e nucleare - al mondo, sconfiggere la retorica dominante che assolve gli israeliani, in quanto vittime, da qualsiasi responsabilità - quel ain brera, non avevamo scelta, che puntella ogni libro di storia.

jeff halperMa poi anche ‘going there’, andare in Palestina. Perché molti pacifisti mantengono ferme le premesse sioniste, e una Dichiarazione di Indipendenza che cerca uno stato non democratico, ma ebraico: l’innesco è per loro il 1967. Ma ‘the idea of transfer is as old as modern zionism’, riconosce Benny Morris. ‘Israelis live in a bubble, in a self-contained world. They do not know a thing about either the realities on the ground in the Territories or what the Palestinians think and want. They seldom venture in the Territories, and if they do, they do so either as soldiers - not exactly the way to understand the other side - or as settlers travelling Israeli-only highways. Palestinians are reduced to a background’. In questo senso, allora, ‘essere un israeliano in Palestina’ - non un sionista, uno la cui identità si innesta su una ideologia, ma un uomo la cui identità si radica nella realtà, ovvero l’esistenza legittima e indiscussa di Israele ma anche, altrettanto legittima e indiscussa, dei palestinesi, e non solo come singoli ma come popolo. Perché uno stato degli ebrei non può essere uno stato ebraico - uno stato compatibile con i valori ebraici. Jeff Halper oggi presiede l’Israeli Committee Against House Demolitions. Perché a volte, diceva Martin Luther King, si ha l’impressione che il vero nemico dei neri non siano i bianchi estremisti, ma i bianchi moderati e progressisti, quelli che concordano sull’obiettivo da raggiungere, ma mai sui tempi, l’azione diretta - quelli che frenano sempre che non è ancora il momento opportuno, come se fosse possibile per un uomo stabilire le scadenze per la libertà di un altro uomo. ‘An ethnocracy cannot make peace’. In fondo è questo il primo dei luoghi comuni da demolire. Sono i palestinesi, oggi, non gli israeliani, a non avere un partner per la pace.
 
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Israele - Palestina