19/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Una bimba di due anni violentata in Uganda, dove l'Aids è un dramma quotidiano
Scritto per noi da Laura Canali *

Si chiama Maria, o meglio noi la chiamaiamo così in questo racconto, solo il suo nome è inventato. Ha due anni e mezzo e viene dalla zona settentrionale del distretto di Oyam, nel Nord Uganda. Scende dall’enorme Land Cruiser Toyota con cui è stata portata all’Aber Hospital. Scende da sola, con un salto, sotto lo sguardo vigile del padre e di Mercy, una delle social workers del progetto che l’ha accompagnata.

foto di laura canaliSi guarda attorno stringendo nella manina una caramella ancora incartata. Mentre Richard, il driver, aiuta il papà di Maria a scaricare la sua bicicletta dalla macchina, io la guardo con un sorriso e la saluto anche se so perfettamente che non capisce una parola di inglese. Lei mi guarda seria, io le tendo la mano e lei, dopo qualche attimo di esitazione, allunga la sua manina – quella senza caramella – sulla mia. Maria ha un bel vestitino viola e giallo, un po’ sgualcito e con qualche buco, ma comunque un bel vestito. Non ha scarpe ai piedi, come moltissimi bambini da queste parti. Non sorride a nessuno, ma sembra tranquilla con la sua caramella in mano. Non piange neppure...sembra assorta nei suoi pensieri. Maria ieri mattina è stata violentata. Un venerdì piuttosto intenso all’ufficio di Coopi e Cuamm ad Aber. Le scartoffie oggi mi hanno costretta in ufficio, ma tra meeting con lo staff e training da organizzare, la giornata per me ed Eleonora scorre intensamente.
E in questo clima indaffarato, verso le 15.30 Mercy arriva nel mio ufficio dicendo che ha un’emergenza: una bimba di 2 anni e mezzo, vittima di violenza, è arrivata al Coopi Couselling Center di Anyeke, capoluogo del distretto, dove Tonny, il nostro Social Worker, ci dice che il reperimento del Pep (Post Exposure Profilaxis, per evitarle almeno il rischio di contagio da Aids) presso l’Health Center risulta un po’ problematico.

foto di laura canaliProprio due giorni fa, io ed Emanuela, medico e Project Manager del nostro progetto, siamo state ad Anyeke per parlare con le autorità locali. Uno dei motivi della nostra visita era fare chiarezza sul rilascio della Pep, appunto, profilassi che prevede l’utilizzo di alcuni farmaci, su prescrizione medica, da assumere entro le prime 72 ore dal rapporto sessuale, quando si è stati esposti a rischio di contagio da Hiv. Il nostro problema, parlando dei casi di Sexual and Gender-Based Violence (Sgbv), nasce dal fatto che una normale procedura medica interna prevede il preventivo test di entrambi i partners (se il rischio di contagio deriva da rapporto sessuale) prima di dare il Pep. Ma nei casi che trattiamo noi - violenza sessuale e defilement (rapporti con minori) – si tratta di reati, e dunque nel 99,9 percento dei casi il “partner” è scomparso o ricercato dalla polizia. Capita spesso dunque che la macchina burocratica si impantani qui. E se si considera l’urgenza del Pep e il fatto che in tutto il distretto di Oyam il Pep è disponibile negli unici due ospedali dove ci sono medici (Anyeke appunto, e Aber, dove noi abbiamo il nostro ufficio), in un territorio dove le distanze possono essere infinite e difficili da coprire, è facile rendersi conto della drammaticità della situazione. Le autorità locali si sono dimostrate sensibili alla questione e disponibili ad aiutarci a non rimanere impigliati nelle maglie burocratiche interne all’Health Center e ci hanno garantito che parleranno il prima possibile con lo staff addetto alla distribuzione del Pep, per agevolare la collaborazione tra l’Health Center e le vittime di Sgbv riferite loro dal Counselling Center Coopi.
Ma i tempi affinché un accordo preso a tavolino scenda a cascata verso il basso della struttura e si tramuti in un palpabile cambiamento sono lunghi, e la piccola Maria è rimasta impigliata ancora nella maglia burocratica proprio poco prima che la matassa venisse finalmente sbrogliata.

foto di laura canaliMentre Mercy si dirige con Richard ad Anyeke, io dall’ufficio chiamo Emanuela che oggi è a Kampala, e che in quanto medico ha più feeling di me – e conosce meglio - l’health staff di Anyeke. Lei inizia a fare una serie di telefonate e mi richiama dopo un quarto d'ora dicendomi che il laboratory assistant ha ricevuto istruzioni per fare il test, anche se solo alla bambina. Dopo circa mezzora Mercy, che nel frattempo ha raggiunto Tonny, il nostro social worker del Counselling Center di Anyeke, mi chiama per dirmi che il test è fortunatamente negativo (se fosse stata già positiva non avrebbe avuto senso fare il Pep), ma che per dare il Pep c’è bisogno della firma di un medical officer e che, essendo venerdì pomeriggio, non c’è più nessuno.
Richiamo Emanuela, che rifà una serie di telefonate prima di richiamare me e dirmi che sorella Gilda è in reparto maternità ad Anyeke, che lei darà la Pep alla bambina, ma che non essendo medico non ne conosce il dosaggio e dunque sta attendendo la chiamata di un medico dall’ospedale di Aber (cioè dal compound dove sto io) che le indichi il dosaggio necessario per una bimba così piccola. Tutto sembra risolto, quando chiama ancora Mercy dicendo che ora sorella Gilda conosce il dosaggio necessario, ma che ormai sono le 17 di venerdi e... la farmacia dell’ospedale di Anieke è chiusa! Per giunta sarà chiusa anche per il resto del week end, mentre le 72 ore scadranno per Maria domenica mattina.

foto di laura canaliQuindi io e Christa, ginecologa, decidiamo di portare Maria e il suo papà qui ad Aber, a quasi un’ora di macchina da Anyeke. Verso le 18 il Land Cruiser guidato da Richard, con a bordo Mercy e Maria con il suo papà e la loro bicicletta, arriva nel parcheggio dell’ufficio.
Christa è già andata in ospedale a recuperare il medicinale necessario a Maria per la profilassi, mentre mi faccio raccontare da Mercy qualcosa di più sull’accaduto. La persona che ha abusato di Maria ha 16 anni, è un conoscente che ora è ricercato dalla polizia (denunciato dalla madre dello stesso). Torna Christa dopo una decina di minuti e spiega al padre (con l’aiuto di Mercy, visto che l’inglese del padre non sembra ottimo) le modalità di assunzione: mezza pastiglia la mattina, mezza la sera per 28 giorni. Il papà di Maria ne approfitta per chiedere al medico musungu (come vengono chiamati i bianchi nei paesi dell’Africa orientale) alcune spiegazioni riguardo le visite e le prescrizioni che le sono state fatte all’Health Center IV di Anyeke. L'autista Milton, nonostante il suo orario di lavoro sia abbondantemente terminato, appresa la situazione, corre di nuovo in ufficio per poter riaccompagnare a casa Maria e il suo papà, non appena avranno finito. Dopo una breve consultazione interna, decidiamo che è il caso che Christa proceda anche alla visita della bimba e alla compilazione del verbale della polizia che serve per poter procedere con la denuncia del reato. Mercy l’accompagna per distrarre Maria durante la non piacevole visita; M. è davvero bravissima a non piangere. Si limita a qualche mugugno iniziale.
Io nel frattempo osservo, senza farmi vedere, il padre di Maria che aspetta fuori. Sembra tranquillo... ha fatto molta strada per portare la sua bambina all’ospedale e ora chiacchiera con Milton. E osservandolo mi rendo conto per l’ennesima volta che da queste parti ci sono davvero poche cose che ormai riescono a sconvolgere la gente.

Al termine della visita, Milton aiuta il padre di Maria a caricare la bicicletta sulla Land Cruiser. Poi il padre sale a bordo e si porta su anche lei (che a salire da sola stavolta non ci riesce... troppo alta quella macchina gigante per una bimba di 2 anni e mezzo). Le portiere si chiudono e ci salutiamo con la mano. Buona fortuna Maria. I nostri social workers continueranno a seguire il caso anche per i prossimi mesi, andranno a trovare Maria e il suo papà, si accerteranno che tra un mese la bimba faccia l’esame del sangue per verificare che non abbia preso qualche altra malattia come ad esempio la sifilide, ma io difficilmente riuscirò a rivederla. Abitano in un villaggio piuttosto lontano e remoto. La macchina si allontana e dopo qualche istante vengo catapultata di nuovo nella mia vita da musungo. Sono ormai le 19.30. Resto in ufficio ancora una mezz’ora, mentre si prepara la cena. La serata trascorre tra una pasta pomodori e melanzane, un bicchiere di vino, quattro chiacchiere sulla lunga giornata appena trascorsa. Verso le 22.30 bussano alla porta: è Milton che mi riporta le chiavi dell’auto. Ha un aria stanca, e prima di augurarmi la buona notte mi dice solo una frase: “Lo hanno arrestato”. Sogni d’Oro piccola Maria.
Categoria: Bambini, Diritti, Salute
Luogo: Uganda
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