Scritto per noi da Laura Canali *
Si
chiama Maria, o meglio noi la chiamaiamo così in questo racconto, solo il suo
nome è inventato. Ha due anni e mezzo e viene dalla zona settentrionale del
distretto di Oyam, nel Nord Uganda. Scende dall’enorme Land
Cruiser Toyota con cui è stata portata all’Aber Hospital.
Scende da sola, con un salto, sotto lo sguardo vigile del padre e di
Mercy, una delle social workers del progetto che l’ha accompagnata.

Si
guarda attorno stringendo nella manina una caramella ancora
incartata. Mentre Richard, il driver, aiuta il papà di Maria a
scaricare la sua bicicletta dalla macchina, io la guardo con un
sorriso e la saluto anche se so perfettamente che non capisce una
parola di inglese. Lei mi guarda seria, io le tendo la mano e lei,
dopo qualche attimo di esitazione, allunga la sua manina – quella
senza caramella – sulla mia. Maria ha un bel vestitino viola e giallo,
un po’ sgualcito e con qualche buco, ma comunque un bel vestito.
Non ha scarpe ai piedi, come moltissimi bambini da queste parti. Non
sorride a nessuno, ma sembra tranquilla con la sua caramella in mano.
Non piange neppure...sembra assorta nei suoi pensieri. Maria ieri
mattina è stata violentata. Un
venerdì piuttosto intenso all’ufficio di Coopi e Cuamm ad
Aber. Le scartoffie oggi mi hanno costretta in ufficio, ma tra
meeting con lo staff e training da organizzare, la giornata per me ed
Eleonora scorre intensamente.
E
in questo clima indaffarato, verso le 15.30 Mercy arriva nel mio
ufficio dicendo che ha un’emergenza: una bimba di 2 anni e mezzo,
vittima di violenza, è arrivata al Coopi Couselling Center di
Anyeke, capoluogo del distretto, dove Tonny, il nostro Social Worker,
ci dice che il reperimento del Pep (Post Exposure Profilaxis, per
evitarle almeno il rischio di contagio da Aids) presso l’Health
Center risulta un po’ problematico.

Proprio
due giorni fa, io ed Emanuela, medico e Project Manager del nostro
progetto, siamo state ad Anyeke per parlare con le autorità
locali. Uno dei motivi della nostra visita era fare chiarezza sul
rilascio della Pep, appunto, profilassi che prevede l’utilizzo di
alcuni farmaci, su prescrizione medica, da assumere entro le prime 72
ore dal rapporto sessuale, quando si è stati esposti a rischio
di contagio da Hiv. Il
nostro problema, parlando dei casi di
Sexual
and Gender-Based Violence
(Sgbv), nasce dal fatto che una normale procedura medica interna
prevede il preventivo test di entrambi i partners (se il rischio di
contagio deriva da rapporto sessuale) prima di dare il Pep. Ma nei
casi che trattiamo noi - violenza sessuale e defilement (rapporti con
minori) – si tratta di reati, e dunque nel 99,9 percento dei casi
il “partner” è scomparso o ricercato dalla polizia. Capita
spesso dunque che la macchina burocratica si impantani qui. E se si
considera l’urgenza del Pep e il fatto che in tutto il distretto di
Oyam il Pep è disponibile negli unici due ospedali dove ci
sono medici (Anyeke appunto, e Aber, dove noi abbiamo il nostro
ufficio), in un territorio dove le distanze possono essere infinite e
difficili da coprire, è facile rendersi conto della
drammaticità della situazione. Le
autorità locali si sono dimostrate sensibili alla questione e
disponibili ad aiutarci a non rimanere impigliati nelle maglie
burocratiche interne all’Health Center e ci hanno garantito che
parleranno il prima possibile con lo staff addetto alla distribuzione
del Pep, per agevolare la collaborazione tra l’Health Center e le
vittime di Sgbv riferite loro dal Counselling Center Coopi.
Ma
i tempi affinché un accordo preso a tavolino scenda a cascata
verso il basso della struttura e si tramuti in un palpabile
cambiamento sono lunghi, e la piccola Maria è rimasta impigliata
ancora nella maglia burocratica proprio poco prima che la matassa
venisse finalmente sbrogliata.

Mentre
Mercy si dirige con Richard ad Anyeke, io dall’ufficio chiamo
Emanuela che oggi è a Kampala, e che in quanto medico ha più
feeling di me – e conosce meglio - l’health staff di Anyeke. Lei
inizia a fare una serie di telefonate e mi richiama dopo un quarto
d'ora dicendomi che il laboratory assistant ha ricevuto istruzioni
per fare il test, anche se solo alla bambina. Dopo circa mezzora
Mercy, che nel frattempo ha raggiunto Tonny, il nostro social worker
del Counselling Center di Anyeke, mi chiama per dirmi che il test è
fortunatamente negativo (se fosse stata già positiva non
avrebbe avuto senso fare il Pep), ma che per dare il Pep c’è
bisogno della firma di un medical officer e che, essendo venerdì
pomeriggio, non c’è più nessuno.
Richiamo
Emanuela, che rifà una serie di telefonate prima di richiamare
me e dirmi che sorella Gilda è in reparto maternità ad
Anyeke, che lei darà la Pep alla bambina, ma che non essendo
medico non ne conosce il dosaggio e dunque sta attendendo la chiamata
di un medico dall’ospedale di Aber (cioè dal compound dove
sto io) che le indichi il dosaggio necessario per una bimba così
piccola. Tutto sembra risolto, quando chiama ancora Mercy dicendo che
ora sorella Gilda conosce il dosaggio necessario, ma che ormai sono
le 17 di venerdi e... la farmacia dell’ospedale di Anieke è
chiusa! Per giunta sarà chiusa anche per il resto del week
end, mentre le 72 ore scadranno per Maria domenica mattina.

Quindi
io e Christa, ginecologa, decidiamo di portare Maria e il suo papà
qui ad Aber, a quasi un’ora di macchina da Anyeke. Verso le 18 il
Land Cruiser guidato da Richard, con a bordo Mercy e Maria con il suo
papà e la loro bicicletta, arriva nel parcheggio dell’ufficio.
Christa
è già andata in ospedale a recuperare il medicinale
necessario a Maria per la profilassi, mentre mi faccio raccontare da
Mercy qualcosa di più sull’accaduto. La persona che ha
abusato di Maria ha 16 anni, è un conoscente che ora è
ricercato dalla polizia (denunciato dalla madre dello stesso). Torna
Christa dopo una decina di minuti e spiega al padre (con l’aiuto di
Mercy, visto che l’inglese del padre non sembra ottimo) le modalità
di assunzione: mezza pastiglia la mattina, mezza la sera per 28
giorni. Il papà di Maria ne approfitta per chiedere al medico
musungu (come vengono chiamati i bianchi nei paesi dell’Africa
orientale) alcune spiegazioni riguardo le visite e le prescrizioni
che le sono state fatte all’Health Center IV di Anyeke. L'autista
Milton, nonostante il suo orario di lavoro sia abbondantemente
terminato, appresa la situazione, corre di nuovo in ufficio per poter
riaccompagnare a casa Maria e il suo papà, non appena avranno
finito. Dopo
una breve consultazione interna, decidiamo che è il caso che
Christa proceda anche alla visita della bimba e alla compilazione del
verbale della polizia che serve per poter procedere con la denuncia
del reato. Mercy l’accompagna per distrarre Maria durante la non
piacevole visita; M. è davvero bravissima a non piangere. Si
limita a qualche mugugno iniziale.
Io
nel frattempo osservo, senza farmi vedere, il padre di Maria che aspetta
fuori. Sembra tranquillo... ha fatto molta strada per portare la sua
bambina all’ospedale e ora chiacchiera con Milton. E osservandolo
mi rendo conto per l’ennesima volta che da queste parti ci sono
davvero poche cose che ormai riescono a sconvolgere la gente.

Al
termine della visita, Milton aiuta il padre di Maria a caricare la
bicicletta sulla Land Cruiser. Poi il padre sale a bordo e si porta
su anche lei (che a salire da sola stavolta non ci riesce... troppo
alta quella macchina gigante per una bimba di 2 anni e mezzo). Le
portiere si chiudono e ci salutiamo con la mano. Buona fortuna Maria. I
nostri social workers continueranno a seguire il caso anche per i
prossimi mesi, andranno a trovare Maria e il suo papà, si
accerteranno che tra un mese la bimba faccia l’esame del sangue per
verificare che non abbia preso qualche altra malattia come ad esempio
la sifilide, ma io difficilmente riuscirò a rivederla. Abitano
in un villaggio piuttosto lontano e remoto. La
macchina si allontana e dopo qualche istante vengo catapultata di
nuovo nella mia vita da
musungo. Sono ormai le 19.30. Resto
in ufficio ancora una mezz’ora, mentre si prepara la cena. La
serata trascorre tra una pasta pomodori e melanzane, un bicchiere di
vino, quattro chiacchiere sulla lunga giornata appena trascorsa.
Verso le 22.30 bussano alla porta: è Milton che mi riporta le
chiavi dell’auto. Ha un aria stanca, e prima di augurarmi la buona
notte mi dice solo una frase: “Lo hanno arrestato”. Sogni d’Oro
piccola Maria.