Ogni settimana, ultimamente quasi ogni giorno, negli Usa si passa da un allarme all'altro
La prima volta in cui fui coinvolto in
un incidente stradale fu a sei o sette anni.
Un sacco di tempo fa. Ma certi
particolari li ricordo ancora come se fosse ieri.
Mio padre era alla guida. Asfalto
ghiacciato. Iniziammo a slittare. Questo successe prima delle cinture
di sicurezza, le macchine avevano, sì, delle cinture imbottite
sui sedili, ma non a misura del fondoschiena di chiunque. Mio padre
fece scattare il suo braccio sinistro e mi spinse verso lo schienale
per evitare che finissi in avanti, in realtà stavamo per
scaraventarci contro qualcosa.

La cosa straordinaria è che
sembrò un’eternità. Come se il tempo frenasse la sua
corsa mentre slittavamo in avanti e di lato, finendo sul ciglio.
Sembrava potessimo disporre di tutto il tempo possibile immaginabile,
eppure non c’era nulla che potessimo fare per allontanarci dal
ghiaccio, modificare la traiettoria, frenare… nulla… sino allo
schianto finale.
Mentre leggo le notizie economiche, ho
la sensazione di essere vittima di un incidente alla moviola.
Ogni settimana, ultimamente quasi ogni
giorno, passiamo da un nuovo allarme economico all’altro, da una
rovina all’altra e già un’altra è in agguato.
Questa volta è la Lehman
Brothers.
Prima Fannie Mae e Freddie Mac. E prima
ancora Bear Stearns.
In agosto “una famiglia americana su
416 si è vista precludere il diritto di riscatto”. Il numero
di bancarotte personali sta subendo un’impennata, nonostante una
legge del 2005 che le rendeva più difficili e che garantiva ai
creditori la possibilità di esigere denaro anche da chi era in
bancarotta. Le azioni della General Motors sono ai livelli del 1950.
Come GM, la Ford lascia a casa migliaia di lavoratori. Per
sopravvivere, tutti reclamano a gran voce l’aiuto federale. I fondi
pensione sistematicamente falliscono.
Queste le mie personali esperienze.
Come quando mi fermo alla pompa di
benzina e vedo il contatore segnare 50 dollari, 60 e poi arrivare a
70 per il pieno. O come quando vado al supermercato e ci lascio 140
dollari per quello che più o meno un anno fa me ne costava 90.
Spesso mi imbatto in gente ricca con
relativi accompagnatori. A febbraio viaggiavo con un avvocato di uno
studio di grido di New York. Lavora con gli IPO. Mi disse che il
volume d’affari dello studio a gennaio 2008 era sceso del 90 per
cento rispetto all’anno precedente. Un paio di giorni fa uno dei
fondi di copertura ci è venuto a trovare durante i nostri
consueti doppi di tennis. Tra un set e l’altro ci ha confidato
quanto difficile sia di questi tempi recuperare i crediti. “Su un
prestito sicuro”, il che significa garantito da attività,
per la maggior parte immobiliari – parlava di 120 milioni di
dollari e più – le banche esigono il 20% d’interessi”.
Ogni analista che vedo o sento
incrimina la “bolla edilizia” e lo “scandalo dei subprime”.
Questo non è corretto.
Infatti non spiega perché mai il
dollaro abbia perso un terzo del suo valore rispetto alla moneta
canadese e all’euro, tra gli altri, e perché l’oro abbia
superato la soglia di 1.000 dollari – questo molto prima che la
bolla cominciasse a far acqua.
Ciò non spiega perché il
mercato azionario sia sotto di 15 punti percentuali (tenendo conto
dell’inflazione) rispetto al 2001.

Ciò non spiega perché il
reddito medio – dipende da chi parla – è di 700, 1.000,
1.200 dollari a persona al mese. Anche con più lavoratori
all’interno dello stesso nucleo familiare, il reddito medio per
famiglia scende.
Ciò non spiega perché,
durante il cosiddetto boom dell’era Bush, i profitti delle società
erano costantemente in ascesa ma le società non sapevano dove
investire.
Mettiamo caso che la politica del
governo abbia effetti economici.
Quali politiche hanno prodotto ora che
questa economia slitta sul ghiaccio, al rallentatore, verso il
precipizio o, se siamo fortunati, in un fosso?
Il punto, il nodo dell’economia
bushiana è tagliare le tasse, specialmente quelle dei ricchi.
Ritengo impossibile prefigurare quali
siano le motivazioni di Bush per una qualsiasi cosa. È
probabile che abbia questa tendenza perché lui stesso, la sua
famiglia, i suoi amici sono molto ricchi e negli anni nascondono
sotto il materasso migliaia di dollari. O forse per ragioni
politiche. Una volta disse che i super ricchi sono la sua “base”.
O probabilmente è una questione di classe che nasce dalla
convinzione che i ricchi sono ricchi perché sono migliori e
col loro denaro fanno le cose migliori. Credo mistico che il
“mercato” rende tutto migliore.
Qual che sia la verità,
svendevano i tagli alle tasse come stimolo economico e i pacchetti
lavoro con la promessa che non avrebbero creato deficit, idea
peraltro basata sulla visione romantica di Ayn Rand dei miliardari
che si sarebbero scapicollati verso posti dimenticati da dio per
creare, creare ed ancora creare nuove imprese che avrebbero creato a
loro volta nuovi posti di lavoro, “ottimi posti di lavoro”, e le
nuove tasse sarebbero state pagate da imprese e lavoratori a
reintegro del deficit iniziale.
Ahimè, nulla di tutto ciò
è successo.
I deficit ci sono stati.
Bush è andato in guerra
sperperando una follia e li ha fatti aumentare. Qualunque boom ci sia
stato non ha prodotto un ritorno tale da colmare il debito.
Prossimo episodio della saga.
Il debito normalmente porta
all’inflazione.
I banchieri odiano l’inflazione, come
i politici.
Quindi Alan Greenspan, il nostro eroe
economico, è intervenuto. Ha tagliato i tassi che la Federal
Reserve applicava alle banche sui prestiti governativi.
Lo scopo era tenere sotto controllo
l’inflazione.
Più o meno la cosa ha funzionato
per cinque anni. I tassi d’inflazione ufficiali, ed effettivi, sono
rimasti su livelli piuttosto bassi.
La ragione per cui dico più o
meno è che in realtà l’inflazione è stata
soppressa. Il dollaro è stato svalutato, da quanto ne
sappiamo, almeno di un terzo. Il prezzo del petrolio è per
l’appunto in dollari. I produttori di petrolio d’oltreoceano
hanno visto i profitti calare di circa un terzo. Quindi hanno agito
come avrebbe agito una persona di buon senso se avesse avuto il
potere di farlo: aumentando il prezzo.
Questa non è l’unica ragione
dell’aumento del costo del greggio, ma ne ha dato l’avvio e ne
costituisce buona parte. Dato che il petrolio fa muovere tutto in
America, i prezzi dei beni sono di conseguenza aumentati. Ciò
non spiega l’impennata dei costi cui stiamo assistendo ma può
esserne considerata significativa forza propulsiva.

Questo fenomeno si lega ad altre
spinte.
Il libero commercio è la prima
voce in lista.
Il libero commercio ha portato
dall’oltreoceano in America beni di consumo a basso costo che hanno
fatto la felicità dei negozianti e tenuto basso l’inflazione.
È stata dura per i lavoratori.
Non solo molti si sono trovati a spasso, ma la pressione sulle paghe
è stata tenuta sotto controllo in ogni settore. Ed anche
questo ha contribuito a mantenere bassa l’inflazione.
Ed è stata dura anche per quelle
imprese che comunque producono qui negli Stati Uniti. Produzione e
servizi ausiliari sono stati appaltati all'esterno, sebbene le
aziende fossero rimaste qui, come entità di distribuzione e
societarie.
Possiamo individuare altri fattori come
la deregolamentazione, la non applicazione delle regolamentazioni, la
nomina degli amministratori delegati nelle agenzie governative e la
desindacalizzazione.
Con produzioni decentrate all'estero e
salari in ribasso, le aziende, in effetti, hanno fatto affari d’oro.
Tre fattori hanno prodotto una grande
quantità di liquidità svincolata.
Primo, il governo tagliava le tasse
mentre aumentava le spese.
Secondo, la Federal Reserve ha reso i
prestiti, artificialmente, meno onerosi.
Terzo, le grandi imprese hanno fatto i
soldi, in larga misura abbassando paghe e salari, ma non avevano modo
di piazzarli.
Ma cosa ci si doveva fare con tutti
quei soldi?
Nulla veniva prodotto con quella
crescita potenzialmente adatta a rimborsare i prestiti.
I lavoratori non producevano più
denaro che potesse essere usato per creare maggior consumo.
Perciò un mare di dollari è
stato impegnato in due settori diversi, dai quali si supponeva
avrebbe potuto essere rimborsato; beni immobili e consumatori (che
rendevano meno) per personali investimenti nelle linee di credito.
C'è stata la crescita di circa
37 punti percentuali del Prodotto Interno Lordo in moneta reale
nell’arco di sette anni, quindi 17 punti percentuali tenendo conto
dell'inflazione.
Facciamo un passo indietro e diamo
un’occhiata ad altri due parametri: reddito medio e mercato
azionario.
Entrambi registrano un crollo.
Dov’è la crescita?
Stava nei prestiti. Debito e credito.
Si profila una bolla, una bolla
edilizia, che sta all’interno – o è sintomatica – di
un’altra bolla, la bolla del credito, di proporzioni così
rilevanti da rappresentare l’intera crescita dell’economia
americana degli ultimi sette anni.
Il nocciolo della questione, i semi che
hanno dato origine al frutto proibito sono i tagli alle tasse.
I tagli alle tasse sono effettivamente
stimolo per l’economia?
Enormi quantità di denaro hanno
finito per creare un mito. Al centro delle pretese la storia di San
Ronald Reagan.
Reagan tagliò le tasse sui
redditi, rivoluzione. Ma alzò le tasse su assistenza e sanità.
Questo significa che i ricchi pagavano meno e i lavoratori di più.
Conseguenza immediata fu che l’economia vacillava. Quindi Reagan
aumentò le imposte, anche se non nella stessa misura in cui le
aveva tagliate. Contemporaneamente, il greggio scese da 40 a 20
dollari al barile. L’economia riprese vigore. Questo fino al crollo
del mercato azionario nell’87.
Nel caso opposto la cosa diventa più
lampante. L’aumento delle tasse stimola la ripresa economica. Può
anche essere un non senso, una contro-intuizione, ma i fatti sono
questi.
Se le tasse fossero arrivate al 90 per
cento?

Secondo Reaganiani e Bushiani il mondo
sarebbe esploso, la produttività disintegrata fino al totale
stop, gli investitori si sarebbero volatilizzati, gli operai
avrebbero appeso al chiodo gli attrezzi.
Durante la seconda guerra mondiale, le
tasse videro un’impennata.
L’americano che guadagnava quella
tantum di 500 dollari all’anno pagava il 23 per cento di
tasse sul reddito, mentre quelli che di dollari ne guadagnavano un
milione all’anno pagavano il 94 per cento di imposte.
Risultato:
l’economia americana fra il 1941 ed
il 1945 ebbe una crescita senza precedenti (ed irripetibile). Il Pil
statunitense passò da 88,6 miliardi nel 1939 – mentre il
paese ancora soffriva degli effetti della depressione – a 135
miliardi nel 1944.
Dal 1946 al 1963 la percentuale massima
fluttuava dall’86 al 91 per cento.
La crescita economica media era di 3,5
punti percentuali all’anno.
Il tasso attuale di imposta sul reddito
è del 35 per cento.
La crescita economica è stata,
al massimo, di 2,5 punti percentuali, se non si considera il 2007. E
senza tener conto del tipo di crescita, costituita principalmente dal
debito accresciuto e dalle piramidi del debito.
Nel 1992 il tasso d’imposta si è
attestato intorno al 31 per cento.
Bill Clinton l’ha aumentato sino al
39,1 per cento.
Il Dow Jones salì del 360 per
cento. Il numero di posti di lavoro crebbe al ritmo di 237.000 al
mese (con Bush, nel 2007, solo 72.000 al mese). Il reddito medio per
famiglia cresceva piuttosto che diminuire. Il bilancio era in
pareggio.
Entrambi i candidati parlano di tagli
alle tasse per sistemare l’economia.
Ha senso?
Qui, nello stato di New York, stiamo
fronteggiando una crisi di bilancio dovuta al collasso dei mercati
finanziari da dove proviene gran parte del nostro gettito fiscale.
Il governatore può scegliere di
aumentare le tasse o di tagliare le spese. È un buon
democratico, piuttosto liberal. Ma ha ottenuto i voti della gente e
la legislatura e tutti volevano ridurre le spese.
Il che significa tagliare la forza
lavoro dello stato.
Il che significa che chi aveva il
lavoro e spendeva denaro sarà disoccupato e senza molte
possibilità di spendere. Il che significa meno introiti per lo
stato e per chi ne era in affari, cioè la crisi economica si
aggraverà.
Gli stati si trovano in una posizione
difficile perché sono in competizione gli uni con gli altri
per “aree affaristiche amichevoli”, vale a dire, in breve, meno
tasse.
Questa amministrazione e la maggior
parte degli economisti, almeno secondo come si presentano sui media,
vogliono che “consumiamo” per tirarci fuori dai guai.
Ma la prospettiva dovrebbe essere
altra. Dovremmo produrre, per tirarci fuori dai guai.
Ciò è possibile in un
mondo di “libero commercio”?
La risposta è sì – con
la spesa pubblica. Attraverso ciò che il mercato non può
o non vuole fornire.
Il mercato non proteggerà le
nostre coste. Quanti Katrina e Ike dobbiamo avere prima di realizzare
che facciamo questo per il bene comune – e per il bene del
commercio e dell’economia?
I costi non possono essere
esternalizzati. Per loro natura, devono rimanere qui.
La stessa cosa vale per l’energia
solare ed eolica, per ricostruire il nostro sistema elettrico
sfruttando queste fonti di energia.
Il mercato non creerà un sistema
sanitario assennato ed accessibile. In fondo, il mercato ha prodotto
il peggior rapporto costo-benefici del mondo civilizzato. Il mercato
ha prodotto più burocrazia di una qualsiasi agenzia
governativa.
Un sistema sanitario nazionale
accessibile renderebbe il sistema americano più competitivo.
Per quelli che pagano per il proprio
sistema sanitario, di sicuro avrebbero in tasca più denaro di
quanto non potrebbe fare una qualsiasi proposta di riduzione delle
imposte.
Il mercato non può e non vuole
produrre aria ed acqua pure. Non darà alla luce un popolo
istruito.
Perché abbiamo avuto una tale
crescita, una tale crescita nel commercio con tasse esorbitanti,
quando queste tasse sui profitti delle società venivano
effettivamente riscosse?
Se le imposte sui redditi (privati o
societari) sono alte, la tendenza sarebbe di non riscuoterle,
specialmente se sfiorano il 90 per cento. Ma non è necessario
spingersi molto in là per cominciare ad apportare qualche
significativo aggiustamento.
Che fanno società e persone
quando guadagnano in un contesto che prevede imposte elevate?
Reinvestono nella produzione. La monetizzazione è difficile ma
il valore di ciò che possiedono continua a crescere man mano
che il reinvestire si rivela redditizio. Quindi dobbiamo “fare
soldi alla vecchia maniera….guadagnando”.
C’è una differenza fra la mia
attività ed “il commercio”, ricchezza della nazione.
Nella mia attività, odio
regolamentazioni, sindacati e pressione fiscale elevata.
Nel mio paese, apprezzo
regolamentazioni, sindacati e ciò che tasse elevate, se spese
bene, possono fare per me. In quel caso, il commercio in generale va
bene, i miei investimenti nel mercato azionario vanno bene, la mia
pensione è al sicuro, il sistema sanitario è
accessibile ai miei figli, ho molte speranze per il loro futuro.