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Quindici anni fa, il futuro di Robert si annunciava tutt’altro che
roseo. Figlio di una ragazza madre, era rimasto orfano a poco più di
tre anni. Lui e la sorella maggiore erano stati accolti in casa della
nonna, che però, tra figli e nipoti, faceva fatica a star dietro a
tutti. Dopo un anno e una brutta infezione intestinale, le sue
condizioni erano deteriorate al punto da richiedere il ricovero per
malnutrizione nell’ospedale di Tosamaganga, poco lontano dal suo
villaggio, nel sud ovest della Tanzania. A quattro anni raggiungeva
appena i sette chili. Tornato a casa, non aveva prospettive di andare a
scuola: i pochi soldi guadagnati vendendo parte del raccolto bastavano
solo per le rette dei due figli più grandi. Con la morte della nonna,
qualche anno dopo, il suo destino sembrava segnato.
Meno di un terzo a scuola. Non è una storia eccezionale. In Tanzania un
terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Si stima che
tre bambini su dieci non riescano a frequentare la scuola elementare,
anche se i costi non sono alti. Negli ultimi anni il governo, nel
tentativo di migliorare l’accesso alla scuola, ha eliminato le rette.
Alle famiglie resta una spesa minima, circa dieci euro l’anno, cui
riescono a far fronte finché un imprevisto (una malattia, la morte di
un familiare) non obbliga a usare i soldi per necessità più urgenti.
Per le secondarie, o i corsi professionali, i costi non raggiungono i
100 euro l’anno, un investimento che però molti non si possono
permettere: meno del 10 per cento dei ragazzi le frequenta.
L’infermiera italiana. L'eccezionale è che Robert ora è meccanico. Dopo il
ricovero a
Tosamaganga, ha ricevuto aiuto da un’infermiera italiana che lavorava
lì, Teresa Saglio. Ha completato la scuola primaria e seguito un corso
professionale, trovando poi lavoro in un’officina. “Per ora guadagna
poco” racconta Teresa ridendo “ma lavora e ha potuto costruirsi la
casa”. Segno di benessere in un villaggio dove la maggior parte della
gente vive in capanne di mattoni e fango. Teresa è una donnina minuta e
schiva di 78 anni. “Non parliamo di me” chiede “meglio raccontare dei
ragazzi”. Originaria della val d’Ossola, nel dopoguerra ha lavorato
come operaia, finché non è stata licenziata nel 1964 per aver
scioperato, e poi come infermiera generica. Negli anni ‘70 è partita
volontaria in progetti di cooperazione, prima in Uganda e in Kenya
e dal 1978 in Tanzania, rientrando in Italia solo qualche anno per
conseguire i diplomi di infermiera e caposala. Dal 1982 è a
Tosamaganga, dove si e’ sempre occupata di bambini malnutriti in
ospedale. Da dieci anni si occupa ufficialmente solo del centro di
formazione, dove i volontari vengono a studiare lo swahili.
Ma l’attività a cui tiene di più è l’assistenza a chi non ha i mezzi
per andare a scuola.
Un sacco per ciascuno. Nei mesi che precedono l’inizio dell’anno
scolastico a gennaio, la si incontra al lavoro nel cortile del centro
di formazione a Tosamaganga, alle prese con rotoli di tela scura. A chi
le chiede cosa sta facendo, risponde: “Taglio le divise per i ragazzi
che devono andare a scuola”. Prepara poi un sacco per ciascuno, con
tutto l’occorrente: oltre alle divise, i quaderni, le penne, un po’ di
sapone. Qualcosa in più per le secondarie. “Sono poche cose, ma per
qualche famiglia, o per chi famiglia non ha, anche queste piccole spese
diventano un ostacolo insormontabile”. Più i soldi delle rette, dove
occorrono. Racconta: “Quest’anno i ragazzi sono più di 300, da 18
villaggi della parrocchia dell’ospedale. Un’altra trentina andranno
alle superiori”. Tutto riportato su un registro, scritto con
calligrafia minuta. “Altrimenti non riesco a ricordarmi tutto”. In
pratica è un fondo di solidarietà per i più deboli. “Le segnalazioni
vengono dai capivillaggio, dagli insegnanti, dal parroco. Si tratta di
orfani, bambini di famiglie disastrate, o semplicemente troppo povere
per poter mandare i figli a scuola”. Qualche richiesta di aiuto arriva
direttamente a Mama Teresa, come la chiamano qui. “L’aiuto viene dato a
tutti, se ci sono soldi. Poi qualcuno va bene, come Robert; altri
invece lasciano la scuola o vengono bocciati”. Da dove vengono i soldi,
Teresa? “Ci sono persone che mi aiutano” taglia corto, senza aggiungere
di più.
A giugno del 2003, per trent’anni in Africa al servizio dei malati e
dei più bisognosi, ha ricevuto dall’ambasciatore italiano in Tanzania
l’onorificenza di cavaliere della Repubblica.