Scritto per noi da
Michele Luppi
Venti di guerra continuano a soffiare nell’est della Repubblica Democratica del
Congo dove negli ultimi giorni i ribelli guidati dal generale Nkunda hanno preso
il controllo delle colline attorno a Goma, avvicinandosi sempre più alla città.
Secondo le ultime notizie i ribelli sarebbero a meno di 20 chilometri dal capoluogo
dove si trova la base regionale della Monuc, la missione delle Nazioni Unite in
Congo, che nel solo Nord Kivu conta circa 8 mila uomini.

Nonostante la presenza dei caschi blu e di vari reparti dell’esercito congolese
però, nell’ultima settimana, l’avanzata di Nkunda sulle colline del Masisi e del
Rutshuru è parsa inarrestabile. I continui successi dei ribelli stanno provoncando
il panico nella popolazione di Goma che accusa i militari dell'Onu di non riuscire
a proteggere la popolazione, imponendo ai ribelli il rispetto degli accordi di
pace siglati nel gennaio scorso. Rabbia esplosa in alcuni casi nel lancio di sassi
contro mezzi della Monuc.

Con l’intensificarsi dei combattimenti è anche ripreso l’esodo dei civili che
fuggono dai villaggi in direzione di Goma. Fonti umanitarie parlano di 55 mila
nuovi sfollati che vanno ad aggiungersi al circa milione di persone che vivono
da mesi nei campi profughi. Solo alla periferia del capoluogo si contano quattro
campi di rifugiati : per vedereli è sufficiente uscire di pochi chilometri dal
centro di Goma lungo la strada che porta a Bukavu. Le condizioni in cui vivono
i profughi sono estremamente precarie, specialmente nei due piccoli campi più
vicini alla città, dove a migliaia vivono in tende improvvisate con paglia, bastoni
e il telo di plastica bianca con lo stemma dell’Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i Rifugiati. Gli scontri tra il Congresso Nazionale per la Difesa del
Popolo, la formazione guidata dal tutsi congolese Nkunda (storicamente vicino
al Ruanda), e l’esercito congolese (Fardc) sono iniziati nell’agosto del 2007
quando i ribelli si sono stanziati sulle colline del parco nazionale Virunga.
Ben presto gli scontri hanno coinvolto anche gruppi di milizie locali, i Mai Mai,
schieratesi al fianco dell’esercito di Kinshasa.

Dopo aver siglato un accordo con il Ruanda per il disarmo congiunto dei vari
gruppi ribelli ancora presenti nel paese, l’esercito congolese avevano lanciato,
nel dicembre 2007, una pesante offensiva contro il Cnpd, conclusasi però con la
disfatta delle Fardc, costrette a ripiegare sulle proprie posizioni dopo aver
perso almeno due mila uomini. Fallito il tentativo di sconfiggere Nkunda con la
forza si erano aperte trattative diplomatiche con la convocazione nel mese di
gennaio della conferenza di Goma conclusasi con un insperato accordo per il cessate
il fuoco tra i principali gruppi ribelli e l’esercito. Un patto rimasto solo sulla
carta perchè i combattimenti, anche se in tono minore, sono continuati andando
ad aggravare la già critica situazione umanitaria del Nord Kivu. Secondo fonti
della Monuc dalla firma di gennaio i nuovi scontri hanno provocato altri 150 mila
profughi.Con l’intensificarsi delle violenze nell’ultima settimana sempre più
voci si sono alzate nel mondo politico congolese contro i caschi blu, ritenuti
incapaci di garantire la sicurezza della popolazione e il rispetto del cessate
il fuoco.

Il ministro degli interni, Denis Kalumi Numbi, ha chiesto lunedì, a nome del
governo Congolese, un intervento deciso dei militari dell’Onu, invocando l’uso
della forza contro i ribelli di Nkunda, secondo quanto previsto al capitolo VII
della Carta delle Nazioni Unite.Il presidente dell’Assemblea Nazionale, Vital
Kamehre, ha invece sottolineato l’inadeguatezza del mandato dei Caschi Blu chiedendo
l’invio nel Kivu di una missione di forze speciali come quella inviata nel 2004
nell’Ituri, organizzata dall’Unione Europea, sotto il comando dell’esercito francese.
Il comandante della Monuc, Babacar Gaye, ha risposto alle critiche affermando
come "non sono gli accordi di pace a fare la pace, bensì la volontà dei firmatari",
mandando un chiaro mesaggio non solo ai ribelli di Nkunda ma alle stesse Fardc.
Di fronte al prosieguo delle violenze e ai successi dei ribelli ci si chiede come
una milizia con meno di tre mila effettivi e, teoricamente, senza il sostegno
di paesi terzi, possa tenere in scacco un’intera nazione dove è dispiegata la
più grande missione di pace della storia delle Nazioni Unite. Una guerra le cui
conseguenze ricadranno sulla già fragile economia del Kivu rendendo difficili
i commerci e sopratutto l'approvigionamento di cibo nelle città. In Congo ancora
una volta ambiguità, debolezza statale e interessi, locali, regionali ed internazionali,
si fondono creando una miscela che rischia nuovamente di esplodere. O forse è
già esplosa.