15/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Firmato oggi l'accordo fra Mugabe e Tsvangirai, tra mille perplessità
scritto per noi da
Matteo Fagotto
 
 
 
Chi l'ha spuntata, Mugabe o Tsvangirai? Dopo la firma dell'accordo di pace in Zimbabwe, raggiunto ufficiosamente lo scorso giovedì tra il presidente Robert Mugabe e il leader dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, la domanda tiene ancora banco. La formazione di un governo di unità nazionale, in cui saranno rappresentati sia lo Zanu-Pf del capo di stato che il Movement for Democratic Change di Tsvangirai, non ha risolto i dubbi su una divisione dei poteri che lascia molti punti oscuri. E che rischia di compromettere il già difficile ritorno alla normalità del Paese.
 
Morgan TsvangiraiA ormai quattro giorni di distanza dall'annuncio dell'accordo che pone fine a cinque mesi di crisi politica, gli analisti si chiedono chi sarà da oggi in avanti il vero leader dello Zimbabwe: Tsvangirai, che è riuscito a ottenere la guida del gabinetto e la maggioranza dei ministri per il suo Mdc? O Mugabe, il quale guiderà un non meglio identificato Consiglio di Stato, che dovrà "supervisionare" i lavori del gabinetto? E in caso di (probabilissimo) disaccordo tra i due, chi avrà l'ultima parola? Tutte questioni su cui il mediatore sudafricano Thabo Mbeki, ansioso di raggiungere un accordo per puntellare la sua figura politica traballante in patria, ha preferito sorvolare, rimandando i particolari a una conferenza stampa in programma oggi. Ma il legittimo dubbio è che, volendo trovare un accordo a qualsiasi costo per giustificare settimane di colloqui, si sia attuata una divisione di poteri che potrebbe ingarbugliare ancora di più una situazione politica già difficile.
 
Robert MugabeFino alla scorsa settimana, Mugabe rassicurava i suoi sostenitori dicendo che non avrebbe mai permesso al Mdc di governare il Paese; mentre Tsvangirai ha ripetuto per settimane che "è meglio nessun accordo che un cattivo accordo". Entrambe le promesse sono state abbandonate in nome della realpolitik, col rischio però di trasferire all'interno del governo i contrasti quasi insanabili tra i due leader politici. Dato il carattere confuso e generico dell'accordo, è probabile che l'equilibrio tra i due verrà cercato nella ordinaria gestione delle questioni governative, ma molto dipenderà anche dall'assegnazione dei vari dicasteri: il Mdc (che ha ottenuto il controllo della polizia mentre l'esercito rimarrà sotto lo Zanu-Pf), spera di aggiudicarsi i ministeri di Interni, Giustizia e Finanze.
 
Nonostante l'accordo, molto resta ancora da fare. Difficile infatti che gli investitori internazionali decidano di tornare nel Paese senza concrete garanzie di stabilità politica. Lo stesso discorso vale per gli aiuti economici, congelati negli anni scorsi per protesta contro la gestione autoritaria del potere da parte dello stesso Mugabe. Lo Zimbabwe, alle prese con un'inflazione che ha raggiunto il 15.000.000 percento e con una disoccupazione all'80 percento, non si può più permettere di rimanere ostaggio delle lotte politiche. Anche perché, entro due anni, le parti si dovranno accordare per scrivere una nuova Costituzione e organizzare nuove elezioni.
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