scritto per noi da
Matteo Fagotto
Chi l'ha spuntata, Mugabe o Tsvangirai? Dopo la firma dell'accordo di pace in
Zimbabwe, raggiunto ufficiosamente lo scorso
giovedì tra il presidente Robert Mugabe e il leader dell'opposizione, Morgan Tsvangirai,
la domanda tiene ancora banco. La formazione di un governo di unità nazionale,
in cui saranno rappresentati sia lo Zanu-Pf del capo di stato che il Movement for Democratic Change di Tsvangirai, non ha risolto i dubbi su una divisione dei poteri che lascia
molti punti oscuri. E che rischia di compromettere il già difficile ritorno alla
normalità del Paese.

A ormai quattro giorni di distanza dall'annuncio dell'accordo che pone fine a
cinque mesi di crisi politica, gli analisti si chiedono chi sarà da oggi in avanti
il vero leader dello Zimbabwe: Tsvangirai, che è riuscito a ottenere la guida
del gabinetto e la maggioranza dei ministri per il suo
Mdc? O Mugabe, il quale guiderà un non meglio identificato Consiglio di Stato, che
dovrà "supervisionare" i lavori del gabinetto? E in caso di (probabilissimo) disaccordo
tra i due, chi avrà l'ultima parola? Tutte questioni su cui il mediatore sudafricano
Thabo Mbeki, ansioso di raggiungere un accordo per puntellare la sua figura politica
traballante in patria, ha preferito sorvolare, rimandando i particolari a una
conferenza stampa in programma oggi. Ma il legittimo dubbio è che, volendo trovare
un accordo a qualsiasi costo per giustificare settimane di colloqui, si sia attuata
una divisione di poteri che potrebbe ingarbugliare ancora di più una situazione
politica già difficile.

Fino alla scorsa settimana, Mugabe rassicurava i suoi sostenitori dicendo che
non avrebbe mai permesso al
Mdc di governare il Paese; mentre Tsvangirai ha ripetuto per settimane che "è meglio
nessun accordo che un cattivo accordo". Entrambe le promesse sono state abbandonate
in nome della
realpolitik, col rischio però di trasferire all'interno del governo i contrasti quasi insanabili
tra i due leader politici. Dato il carattere confuso e generico dell'accordo,
è probabile che l'equilibrio tra i due verrà cercato nella ordinaria gestione
delle questioni governative, ma molto dipenderà anche dall'assegnazione dei vari
dicasteri: il
Mdc (che ha ottenuto il controllo della polizia mentre l'esercito rimarrà sotto
lo
Zanu-Pf), spera di aggiudicarsi i ministeri di Interni, Giustizia e Finanze.
Nonostante l'accordo, molto resta ancora da fare. Difficile infatti che gli investitori
internazionali decidano di tornare nel Paese senza concrete garanzie di stabilità
politica. Lo stesso discorso vale per gli aiuti economici, congelati negli anni
scorsi per protesta contro la gestione autoritaria del potere da parte dello stesso
Mugabe. Lo Zimbabwe, alle prese con un'inflazione che ha raggiunto il 15.000.000
percento e con una disoccupazione all'80 percento, non si può più permettere di
rimanere ostaggio delle lotte politiche. Anche perché, entro due anni, le parti
si dovranno accordare per scrivere una nuova Costituzione e organizzare nuove
elezioni.