stampa
invia
Il 26 giugno Zoriah si trovava in Iraq,
a Falluja, est di Baghdad, insieme ai marines che stavano effettuando
perquisizioni casa per casa in cerca di miliziani di al Qaeda, quando
la radio li avvertì di un attentato evvenuto poco lontano, nel
villaggio di Karmah, in cui erano morti tre soldati Usa, oltre a due
interpreti e 20 civili iracheni. Giunti sul posto, soldati e
fotografo si trovarono davanti una scena atroce per quanto
drammaticamente comune: sparsi nel cortile della casa dove erano
scoppiate le bombe giacevano corpi senza vita e membra staccate
dall'esplosione. Al centro, un anziano giaceva morto su una sedia di
plastica, poggiato su un fianco, come se si fosse appisolato per la
calura pomeridiana irachena. Tutt'attorno, soldati sconvolti che
correvano di qua e di la tra pozze di sangue per recuparare i corpi e
infilarli nelle body bags o, quando terminarono i sacchi per i
cadaveri, avvolgendoli nelle lenzuola.
Zoriah racconta nel suo blog, in cui ha
pubblicato le immagini che scattò in quei momenti, che a un
certo punto un marine lo avvicinò con l'ordine di rimuoverlo
dalla scena dell'esplosione. Fu chiuso in un'auto blindata e non potè
prendere altre immagini. Poi lo trasferirono a Baghdad, dove altri
militari cercarono di convincerlo a cancellare le immagini e,
soprattutto, a non pubblicarle. Lui rifiutò e la sua licenza
di seguire le truppe Usa da embedded venne revocata. “Hanno ammesso
con loro un fotografo di guerra, ma poi, quando ho scattato una foto
di guerra, mi hanno espulso” commenta amaramente il fotografo.
“Finchè si fotografano i militari che offrono lecca lecca ai
bambini per le strade o mentre forniscono aiuti medici va tutto bene,
ma fotografare la vera guerra è inaccettabile”. Il fotografo
è convinto di non aver violato le regole di embedment ma,
nonostante i vari reclami, il comando dell'esercito Usa non lo
riammetterà più assieme alle sue truppe. Gli rimane
solo un accdredito per coprire le attività della forza
multinazionale, ma con i marines ha chiuso. Ufficialmente la ragione
addotta è stata che Zoriah avrebbe pubblicato le immagini
prima che sia stato possibile avvisare le famiglie delle vittime,
tuttavia, lui sostiene che i decessi siano stati notificati ai
familiari il 28 luglio, e che la pubblicazione del suo post risalga
al 30.
Quel che è certo è che
dal 2003 ad oggi l'amministrazione statunitense ha fatto di tutto per
occultare le immagini delle vittime tra i suoi soldati, che oggi sono
4155. Immagini scomode per il Pentagono, così come è
scomodo mostrare al mondo che anche nella provincia di Al Anbar, che
questo mese è stata trasferita sotto il controllo
dell'esercito iracheno, la sicurezza è ancora un traguardo
lontano. Qualcuno potrebbe infine pensare che le immagini di un
attentato siano troppo crude, qualcuno potrebbe sentirsi “offeso”.
In questo caso però, scrive Zoriah nel suo blog, “invece di
leggere i dettagli dell'attentato, invece di essere scossi dalle
immagini della morte, fate vi prego qualcosa per fermare gli eventi
che rendono possibili quelle atrocità”.Naoki Tomasini