12/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Colombia, viaggio a Ciudad Bolivar dove anche i soldati hanno paura a entrare
Scritto per noi da
Ilaria Brusadelli
 
Bogotà è una città immensa. Arrivando di notte nella capitale colombiana non si riesce a vedere dove finiscono le migliaia di luci che si arrampicano sulle montagne che circondano il centro. Andando verso sud si inizia lentamente a salire per i barrios della sconfinata periferia della città: Ciudad Bolivar.
 
Lentamente i militari, con il viso da bambini e un mitra pronto a sparare, diventano sempre meno; il centro della città, infatti, è completamente militarizzato e, più ci si allontana dalle mete turistiche e d’affari, più le vie diventano pericolose anche per i soldati.
Quando spunta il sole ecco che la città appare in tutta la sua grandiosità: "ufficialmente vivono a Bogotà circa 7 milioni di persone a cui si aggiungono i milioni di desplazados che vivono a Ciudad Bolivar" ci spiega padre Francisco Nieto che in uno dei quartieri più pericolosi, Villa Gloria, sta costruendo un centro per bambini mutilati. La Colombia, infatti, è uno degli stati più minati al mondo e i bambini, in fuga dai loro paesi a causa dei guerriglieri, sono le prime vittime di queste armi meschine.
A Ciudad Bolivar ogni famiglia ha un lutto per cui soffrire, una bolletta di qualche migliaia di pesos (equivalenti a circa 12 euro) da pagare. Molte sono le donne che crescono i propri figli da sole, in una stanza di un paio di metri quadrati e due letti per nove persone. Ma nessuna famiglia si rifiuta di offrire un bicchiere di tinto (un caffè molto diluito e dolciastro) a un ospite a cui raccontano la propria vita e cederebbero il proprio letto.
 
Le storie che si ascoltano in questi quartieri sono spesso terribili, lo sanno bene le suore della Congregazione della Divina Volontà che nel barrio Lucero Medio hanno costruito una piccola mensa dove distribuire la colazione ai più piccoli e dare un pranzo per pochi pesos ai bambini e ai ragazzi più poveri.
In mensa Laura si alza la maglietta e dice “yo me quemé” (io mi sono bruciata). Ha un enorme bruciatura su tutto il ventre e le gambe, provocata qualche anno fa da una candela con cui stava giocando e che ha bruciato il vestito che indossava per il suo compleanno.
È la mamma di Laura che ci racconta la storia di sua figlia, una dolcissima bambina di dieci anni. Lei non c’era quando Laura giocava con la candela nell’unica stanza della casa dove dorme con la sorellina e i genitori. Era al lavoro, i soldi del marito cottimista non bastano mai e il rimorso di non esserci stata le gonfia ancora gli occhi di lacrime.
 
Ora lei non può più lavorare, perché se dovesse succedere ancora qualcosa, le figlie le verrebbero portate via dagli assistenti sociali che regolarmente controllano che lei sia sempre presente. Instancabilmente, però, aiuta le suore nella mensa e, se nel suo piccolo orto c’è qualche foglia di insalata in più è già pronta per essere portata alle hermanitas (alle suore). Laura ha bisogno ogni mese una pomata che costa circa 25 euro e delle garze per fasciare la bruciatura e evitare che si allarghi sempre di più.
La mamma di Laura, che ha poco meno di trent’anni, vive costantemente con la consapevolezza di non poter difendere le sue bambine da una così difficile realtà, dove si diventa grandi in fretta e anche dei luoghi sicuri possono diventare pericolosi: la casa o il centro dove Laura, studentessa modello, ogni giorno va a fare i compiti. È qui, infatti, che poco dopo la bruciatura il bellissimo sorriso di sua figlia ha attirato le attenzioni di un bambino poco più grande di lei. Laura non sa nulla di cos’è il sesso ed è stata obbligata a scoprirlo con le carezze di un ragazzo quindicenne. Carezze maliziose, frasi da grande sussurrate da chi l’aiuta a fare i compiti che, approfittando di un’aula vuota, ha manifestato attenzioni da uomo per un corpo già bruciato dal fuoco, ora scottato anche nell’anima. Il ragazzo è stato immediatamente allontanato dal centro ma Laura continua gli incontri con il suo psicologo e tutto questo è troppo per chi, ogni giorno, è costretto ad affrontare la cruda realtà di Ciudad Bolivar.
La periferia di Bogotà ha storie così dure ad ogni incrocio, ad ogni cancello delle scuole dove si incontrano bambine con un ventre gonfio di un’altra vita. Dove nonne quarant’enni curano i propri nipotini mentre cuciono scarpe per avere i soldi necessari per mandare le figlie-madri a scuola. Dove gli assistenti sociali cercano di salvare ragazzine da attenzioni morbose dei patrigni. Per non parlare di quei bambini che rischiano la vita perché non hanno 15 euro per gli esami per scoprire qual è l’allergia che li fa morire lentamente.
Ciudad Bolivar è troppo lontana da ospedali, farmacie, questure per garantire ai bambini i loro diritti fondamentali: prima di tutto quello alla vita e alla salute. Sono le associazioni umanitarie, i missionari che ogni giorno cercano di aiutare queste persone aggrappate alla religione con una gioia e una fede difficili da incontrare. «Ma cos’è quella luce che brilla negli occhi di Laura e di tutte i colombiani al sud della città? - chiediamo a padre Francisco - è la speranza che non li abbandona mai». Si fa fatica a pronunciare la parola speranza in un quartiere in cui con il calare del sole scatta il coprifuoco, a meno che non si voglia rischiare di essere arruolati dalla guerriglia, di essere derubati o accoltellati per pochi soldi.
Torna la notte, con le sue mille luci e qualche sparo lontano ma, come ogni giorno, anche il sole rispunterà sulle alture di Ciudad Bolivar.
Parole chiave: colombia
Categoria: Politica, Costume
Luogo: Colombia
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