Scritto per noi da
Ilaria Brusadelli
Bogotà è una città immensa. Arrivando di notte nella capitale colombiana non
si riesce a vedere dove finiscono le migliaia di luci che si arrampicano sulle
montagne che circondano il centro. Andando verso sud si inizia lentamente a salire
per i barrios della sconfinata periferia della città: Ciudad Bolivar.

Lentamente i militari, con il viso da bambini e un mitra pronto a sparare, diventano
sempre meno; il centro della città, infatti, è completamente militarizzato e,
più ci si allontana dalle mete turistiche e d’affari, più le vie diventano pericolose
anche per i soldati.
Quando spunta il sole ecco che la città appare in tutta la sua grandiosità: "ufficialmente
vivono a Bogotà circa 7 milioni di persone a cui si aggiungono i milioni di desplazados
che vivono a Ciudad Bolivar" ci spiega padre Francisco Nieto che in uno dei quartieri
più pericolosi, Villa Gloria, sta costruendo un centro per bambini mutilati. La
Colombia, infatti, è uno degli stati più minati al mondo e i bambini, in fuga
dai loro paesi a causa dei guerriglieri, sono le prime vittime di queste armi
meschine.
A Ciudad Bolivar ogni famiglia ha un lutto per cui soffrire, una bolletta di
qualche migliaia di pesos (equivalenti a circa 12 euro) da pagare. Molte sono
le donne che crescono i propri figli da sole, in una stanza di un paio di metri
quadrati e due letti per nove persone. Ma nessuna famiglia si rifiuta di offrire
un bicchiere di tinto (un caffè molto diluito e dolciastro) a un ospite a cui raccontano la propria
vita e cederebbero il proprio letto.

Le storie che si ascoltano in questi quartieri sono spesso terribili, lo sanno
bene le suore della Congregazione della Divina Volontà che nel barrio Lucero Medio
hanno costruito una piccola mensa dove distribuire la colazione ai più piccoli
e dare un pranzo per pochi pesos ai bambini e ai ragazzi più poveri.
In mensa Laura si alza la maglietta e dice “yo me quemé” (io mi sono bruciata). Ha un enorme bruciatura su tutto il ventre e le gambe,
provocata qualche anno fa da una candela con cui stava giocando e che ha bruciato
il vestito che indossava per il suo compleanno.
È la mamma di Laura che ci racconta la storia di sua figlia, una dolcissima bambina
di dieci anni. Lei non c’era quando Laura giocava con la candela nell’unica stanza
della casa dove dorme con la sorellina e i genitori. Era al lavoro, i soldi del
marito cottimista non bastano mai e il rimorso di non esserci stata le gonfia
ancora gli occhi di lacrime.

Ora lei non può più lavorare, perché se dovesse succedere ancora qualcosa, le
figlie le verrebbero portate via dagli assistenti sociali che regolarmente controllano
che lei sia sempre presente. Instancabilmente, però, aiuta le suore nella mensa
e, se nel suo piccolo orto c’è qualche foglia di insalata in più è già pronta
per essere portata alle
hermanitas (alle suore). Laura ha bisogno ogni mese una pomata che costa circa 25 euro
e delle garze per fasciare la bruciatura e evitare che si allarghi sempre di più.
La mamma di Laura, che ha poco meno di trent’anni, vive costantemente con la
consapevolezza di non poter difendere le sue bambine da una così difficile realtà,
dove si diventa grandi in fretta e anche dei luoghi sicuri possono diventare pericolosi:
la casa o il centro dove Laura, studentessa modello, ogni giorno va a fare i compiti.
È qui, infatti, che poco dopo la bruciatura il bellissimo sorriso di sua figlia
ha attirato le attenzioni di un bambino poco più grande di lei. Laura non sa nulla
di cos’è il sesso ed è stata obbligata a scoprirlo con le carezze di un ragazzo
quindicenne. Carezze maliziose, frasi da grande sussurrate da chi l’aiuta a fare
i compiti che, approfittando di un’aula vuota, ha manifestato attenzioni da uomo
per un corpo già bruciato dal fuoco, ora scottato anche nell’anima. Il ragazzo
è stato immediatamente allontanato dal centro ma Laura continua gli incontri con
il suo psicologo e tutto questo è troppo per chi, ogni giorno, è costretto ad
affrontare la cruda realtà di Ciudad Bolivar.
La periferia di Bogotà ha storie così dure ad ogni incrocio, ad ogni cancello
delle scuole dove si incontrano bambine con un ventre gonfio di un’altra vita.
Dove nonne quarant’enni curano i propri nipotini mentre cuciono scarpe per avere
i soldi necessari per mandare le figlie-madri a scuola. Dove gli assistenti sociali
cercano di salvare ragazzine da attenzioni morbose dei patrigni. Per non parlare
di quei bambini che rischiano la vita perché non hanno 15 euro per gli esami per
scoprire qual è l’allergia che li fa morire lentamente.
Ciudad Bolivar è troppo lontana da ospedali, farmacie, questure per garantire
ai bambini i loro diritti fondamentali: prima di tutto quello alla vita e alla
salute. Sono le associazioni umanitarie, i missionari che ogni giorno cercano
di aiutare queste persone aggrappate alla religione con una gioia e una fede difficili
da incontrare. «Ma cos’è quella luce che brilla negli occhi di Laura e di tutte
i colombiani al sud della città? - chiediamo a padre Francisco - è la speranza
che non li abbandona mai». Si fa fatica a pronunciare la parola speranza in un
quartiere in cui con il calare del sole scatta il coprifuoco, a meno che non si
voglia rischiare di essere arruolati dalla guerriglia, di essere derubati o accoltellati
per pochi soldi.
Torna la notte, con le sue mille luci e qualche sparo lontano ma, come ogni giorno,
anche il sole rispunterà sulle alture di Ciudad Bolivar.