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I fatti. Sono giorni ormai che Morales deve affrontare quasi quotidianamente proteste
e blocchi stradali da parte di manifestanti che, probabilmente manipolati dai
poteri forti ancora presenti nel Paese, chiedono denaro per i loro progetti di
autonomia e la restituzione di un'aliquota derivante dalla vendita di gas che
Morales ha destinato a un fondo pensione per gli indigenti ultrasessantenni boliviani.
Complice dell'attuale crisi, che nelle ultime 24 ore ha messo a ferro e fuoco
la città di Santa Cruz e altre località della Mezzaluna (la zona che raggruppa
le cinque provincie ribelli), dove l'esercito e la polizia sono stati duramente
colpiti dai manifestanti, sarebbe il rappresentante statunitense nel Paese, Goldberg,
che secondo Morales “cospira contro la democrazia e soprattutto cerca di dividere
il Paese”. Per questo motivo Golberg è stato cacciato dalla Bolivia. “Non ho paura
'dell'impero' -ha detto il presidente boliviano- e dichiaro il sig. Goldberg persona
non gradita. Con questo chiedo al nostro cancelliere di far pervenire la decisione
del Governo all'ambasciatore Usa in modo che possa tornare urgentemente nel suo
Paese”. Una decisione che secondo gli Stati Uniti porterà a serie conseguenze.
Violenza senza fine. Strutture istituzionali sono state attaccate e semidistrutte dai manifestanti
che in taluni casi le hanno occupate. Un gasdotto che conduce il gas verso il
Brasile sarebbe stato manomesso compromettendo seriamente l'invio verso Brasilia
e causando elevati danni economici al Paese. E ancora vetrine di edifici che ospitano
aziende nazionalizzate sono andate distrutte: in Bolivia come ricorda Juan Ramon
Quintana, ministro della Presidenza “è in atto un golpe civico, dove non si usano
carri armati”. E i manifestanti, tutti mascherati per non farsi riconoscere, fra
il lancio di una bomba molotov e un sasso acuminato, gridavano slogan contro il
governo e augurando la morte a Morales. La polizia e l'esercito sono e resteranno
per i prossimi giorni in stato di massima allerta.
Danni economici. Nel frattempo a causa dell'attacco avvenuto nel dipartimento di Tarija, contro
il gasdotto che conduce il prezioso idrocarburo verso il Brasile e l'Argentina,
la società statale Ypfb (Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos) ha deciso
di ridurre enormemente l'invio di gas verso quei paesi. “Un attentato terrorista”
lo ha definito il presidente della Ypfb Santos Ramirez, condotto da fanatici legati
ai prefetti ribelli. Dal Brasile, però, fanno sapere che il gas giunge come da
accordi. Ma i problemi potrebbero non essere finiti. Secondo alcune voci,a ncora
non confermate, gli autonomisti avrebbero occupato e preso il controllo di un
campo per l'estrazione di gas destinato al mercato argentino.
Golpe? Ne sono sicuri sia Morales che Quintana: in Bolivia è in atto un golpe civico,
comandato dai prefetti ribelli, appoggiato dagli Usa, eseguito dalla popolazione
a cui non interessa la democrazia. Tutto questo potrebbe avere un costo altissimo
sia in termini economici che sociali. Stando alle dichiarazioni delle emittenti
radiofoniche e televisive del Paese sembra, infatti, che solo nella giornata di
ieri oltre 97 persone siano già rimaste ferite in seguito agli scontri fra oppositori
a Morales e suoi seguaci. “Gli incidenti fra opposte fazioni sono stati molto
duri e solo per puro caso non sono giunti a livelli estremi” dicono dall'ospedale
di Tarija. “Praticamente siamo di fronte a una guerra civile ma saremo in grado
di fermarla” dicono alcuni dirigenti contadini del Mas (Movimento al Socialismo),
la formazione di Morales. E in questo caso la chiesa cattolica prende le distanze
da tutti: la colpa della distruzione del paese è da attribuire sia ai sostenitori
del governo sia a quelli dell'opposizione.Alessandro Grandi