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Martedì 9 settembre un commando
suicida delle Trigri tamil, una decina di membri del reparto delle
cosiddette Tigri Nere, di cui facevano parte anche cinque donne, ha
attaccato una base dell'esercito di Colombo a Vavuniya, nella zona
controllata dal governo, uccidendo almeno una dozzina di soldati e
un civile, prima di essere a loro volta eliminati. Il bilancio
ufficiale parla di 25 vittime, mentre fonti tamil riferiscono di
almeno 20 morti solo tra i soldati cingalesi. L'attacco è
stata la prima reazione delle Tigri dopo alcuni mesi di sconfitte,
che le hanno costrette a ritirarsi in profondità nella giungla
e avevano fatto pensare a un'imminente fine del conflitto che, dal
1983, ha già causato la morte di oltre 70mila persone. Con
queste ultime vittime il bilancio ufficiale dall'inizio del 2008 è
salito a 6462 morti tra i ribelli e 631 tra le forze armate
cingalesi. Secondo fonti del governo, durante l'attacco contro la
base di Vavuniya, la contraerea cingalese avrebbe abbattuto uno degli
aeroplani usati dai ribelli per i bombardamenti. La notizia è
stata però smentita e, al pari del numero delle vittime, non
può essere verificata per via dell'assenza di fonti
indipendenti sul posto. Secondo il portavoce dei ribelli, Rasian
Ilanthirayan, l'aereo delle Tigri “ha abbattuto una stazione radar
e una torretta di comunicazione, distrutto alcuni depositi di armi e
postazioni antiaeree, per poi tornare alla base intatto”. La
rudimentale ma efficace aviazione in possesso delle Tigri tamil
consiste in cinque velivoli di fabbricazione ceka, modello Zlin 143,
contrabbandati a pezzi e assemblati dai ribelli.
Mercoledì è partita la
rappresaglia dell'aviazione srilankese, che ha colpio in almeno
quattro raid quello che viene considerato il centro di controllo e
comando delle Tigri, nel mezzo della regione di Kilinochchi, uno
degli ultimi bastioni dei ribelli tamil nel nord del paese.
Nonostante le perdite subite martedì a Vavuniya, il governo ha
intenzione di schiantare definitivamente la resistenza dei ribelli
nel nord del paese. Di fatto però, ogni attacco delle forze
armate contro le aree tamil provoca centinaia, quando non migliaia di
profughi, che in maggioranza fuggono proprio verso le aree
controllate dai ribelli, esponendosi ancora di più ai
bombardamenti governativi. Il protrarsi dell'offensiva militare rende
oggi estremamente difficile il lavoro delle organizzazioni umanitarie
che cercano di alleviare la grave situazione dei profughi, che sono
oltre 150mila solo nel nord del paese. Martedì 9 le Nazioni
Unite hanno annunciato l'inizio del ritiro del loro personale dalle
zone coinvolte negli scontri, senza specificare un calendario per il
ritiro completo della missione, e precisando che il sostegno ai
profughi non cesserà. Lunedì il governo di Colombo
aveva avvertito di non essere in grado di proteggere gli operatori
umanitari nel distretto di Wanni, invitando le Ong a lasciare la
zona, per evitare il ripetersi del massacro di 17 impiegati
dell'organizzazione francese Action Against Hunger, avvenuto
nell'agosto 2006. Le Nazioni Unite hanno subito accolto il consiglio,
mentre le altre, poche, Ong rimaste nella zona, tra cui la Croce
Rossa Internazionale, fanno sapere di non avere piani di evacuazione,
almeno per il momento. Mercoledì il Segretario Generale
dell'Onu, Ban Ki Moon, ha espresso la sua preoccupazione per
l'aggravarsi del conflitto in Sri Lanka e ha ricordato alle parti il
dovere di “garantire sicurezza e libertà di movimento per i
civili e per le organizzazioni umanitarie”. Secondo l'Alto
Commissariato Onu per i Rifugiati, Unhcr, lo scontro tra l'esercito
di Colombo e il Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte) ha causato lo
sfollamento di 12mila famiglie nel solo mese di luglio 2008. Naoki Tomasini