scritto per noi da
Matteo Fagotto
La corsa alla conquista dell'Africa lanciata da India e Cina si arricchisce di
nuovi protagonisti: negli ultimi mesi, Turchia, Russia e Iran hanno fatto il loro
ingresso sulla scena, promettendo cooperazione commerciale, politica e nucleare,
e candidandosi al ruolo di partner economici di primo livello. Il monopolio occidentale
dell'Africa del dopo Guerra Fredda è definitivamente in cantina. Come riferisce
a
PeaceReporter l'economista
Ed Kutsoati "il modo in cui l'Africa gestirà la 'seconda corsa' alle sue risorse determinerà
il destino del continente".

L'accordo commerciale da due miliardi e mezzo di dollari siglato la scorsa settimana
tra la russa Gazprom e la compagnia petrolifera nazionale nigeriana, che tanto
allarme ha suscitato in Europa, è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno più
ampio. Dopo il crollo dell'Urss e 18 anni di assenza quasi totale, Mosca ha rimesso
da poco piede nel continente, siglando una serie di accordi di fornitura energetica
e militare con Marocco, Libia e Algeria. Ora, Gazprom mira a costruire un gasdotto
che dalla Nigeria arrivi al Mediterraneo attraversando il Sahara, aumentando i
timori di un'Europa che si scopre troppo dipendente da Mosca per le forniture
di energia. Altre compagnie russe, tra cui la Lukoil, hanno ottenuto contratti
di esplorazione petrolifera in Ghana e Namibia.
Ad allarmare il Vecchio Continente è arrivata anche la notizia dell'accordo nucleare
siglato tra la Nigeria e l'Iran, in base al quale Teheran fornirà tecnologia a
usi civili per la produzione di energia elettrica, di cui il Paese africano ha
disperato bisogno per alimentare la crescita economica. Il ministro degli Esteri
iraniano, Manoucher Mottaki, ha inoltre annunciato la nascita di un summit Africa-Iran,
la cui prima riunione è prevista entro la fine dell'anno a Teheran, e che avrà
come principale obiettivo la cooperazione economica.

L'Iran è stato battuto sul tempo dalla Turchia, che ad agosto ha organizzato
un incontro (tenutosi ad Istanbul) con i rappresentanti di ben cinquanta stati
africani. Secondo il governo di Ankara, l'interscambio tra Turchia e Africa è
salito del 140 percento in quattro anni, passando da 5,4 a 13 miliardi di dollari
a fine 2007. Ankara, che nel 2005 ha ottenuto lo status di Paese osservatore presso
l'Unione Africana, ha in programma di aprire 15 nuove ambasciate nel continente,
e spera di ottenere l'appoggio di quanti più stati possibile per le elezioni del
prossimo Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che la vedono in corsa con Austria e
Islanda per due posti.
Se gli obiettivi politici della Turchia sono chiari, per il resto i tre nuovi
partners giurano di non essere interessati solo alle materie prime del continente,
ma di voler costruire relazioni economiche più durature. In teoria l'aumento dei
potenziali clienti va a vantaggio dei governi africani, che però non sempre si
sono preoccupati di scegliere le opzioni più convenienti per i propri Paesi. "Ogni
partner commerciale mira a soddisfare i propri obiettivi, questo i politici africani
dovrebbero averlo capito. Per questo è loro precisa responsabilità far sì che
certe dinamiche di sfruttamento avvenute nel passato non si ripetano", spiega
a PeaceReporter l'economista James Shikwati, direttore presso l'Inter Region Economic Network di Nairobi. Una soluzione potrebbe essere quella di creare un blocco economico
africano, per poter trattare da una posizione di forza. Ma l'Europa ci ha messo
decenni per diventare un'Unione imperfetta, e l'Unione Africana non ha dimostrato
di saper fare meglio.