Sono stati quasi un blitz i colloqui di riconciliazione tra sunniti e alawiti
a Tripoli. Dopo un solo giorno di dibattito, il leader del partito sunnita Mustaqbal,
Saad Hariri e quello degli alawiti, Ali Eid, hanno firmato un memorandum d'intesa
che dovrebbe portare la fine delle violenze nella città del nord del Libano, teatro
nei mesi scorsi di battaglie tra milizie che costarono la vita a 23 persone e
portarono allo sfollamento di decine di famiglie.

L'accordo raggiunto ieri è contenuto in un memorandum intitolato “Il documento
di Tripoli”, che stabilisce di consegnare la sicurezza della città all'esercito
libanese, rimuovere tutte le milizie attive nel nord del Paese, consentire il
ritorno a casa ai profughi e pagare i risarcimenti a quanti hanno perduto l'abitazione
negli scontri. L'iniziativa era stata proposta nei giorni scorsi da Hariri, che
aveva subito ottenuto il placet di Nasrallah. L'incontro per la firma si è tenuto
ieri sera a casa dello sceicco Malek al Shaar, mufti di Tripoli, in presenza del
premier Fouad Siniora. Il documento inizia così: “Tripoli è contraria a ogni conflitto
interno e rifiuta di essere arena di scontro per poteri stranieri”. “Sono molto
ottimista” ha dichiarato Shaar, “l'accordo avrà successo perché tutti i partiti
vi hanno contribuito”. La tensione tra le comunità tripoline sunnita e alawita
risale alla guerra civile, ma le violenze erano riesplose a maggio e, con singoli
episodi, nei mesi successivi. Quegli scontri, ha dichiarato Shaar, “non sono stati
né settari né religiosi. É stata una disputa politica, ed è per questo che l'iniziativa
di pace ha avuto successo”.

Secondo i firmatari, questo accordo di riconciliazione potrebbe mettere fine
alle ingerenze straniere nel paese, in particolare quella siriana. Lo sostiene
oggi anche il gran mufti Mohammed Rashid Qabbani, secondo cui “le minacce del
fondamentalismo nel nord sono sempre stata una cospirazione da parte di forze
straniere intenzionate a giustificare un intervento negli affari libanesi”. Gli
alawiti sono infatti una branca dello sciismo legata alla famiglia siriana degli
Assad in Siria. Hariri aveva accusato apertamente il presidente siriano di finanziare
il terrorismo in Libano (per mano delle milizie alawite e con il sostegno a Hezbollah)
e sostiene tuttora che lo scopo di Damasco sia quello di ripristinare la sua influenza
sul paese, lasciato dall'esercito siriano nel 2005. Opposto il parere del leader
alawita di Tripoli Rifaat Ali Eid, secondo cui l'accordo di Tripoli non avrebbe
nulla a che vedere con gli interessi siriani, anzi, “solo uno Stato con un forte
esercito e istituzioni è in grado di proteggere le minoranze come quella alawita”.

Non crede a questa tesi l'editoriale del quotidiano libanese Daily Star, intitolato
Libano e Siria sono interessate al successo reciproco, secondo cui Damasco ha bisogno di collaborare con Beirut per sollevare la propria
economia in recessione, ma per far ciò, occorre che il dialogo tra fazioni e governo
di unità nazionale reggano. In questo momento, secondo il quotidiano, l'accordo
di riconciliazione concilia anche gli interessi siriani. Ora che le milizie alawite
hanno combattuto contro i “terroristi” sunniti, Assad può permettersi di sostenere
che la situazione a Tripoli era potenzialmente esplosiva. Come sostiene un altro
editoriale, questa volta del quotidiano arabo Asharq al Awsat, “Damasco ha inferto
un colpo ai sunniti e ora punta ad accordarsi con Hezbollah per tornare a proporsi
come garante della strabilità nel paese dei Cedri”. Secondo l'autore, Tariq Alhomayed,
Assad sostiene gli alawiti per tornare ad avere un influenza in Libano, e punta
a farlo col consenso internazionale: da un lato riscuotendo il credito guadagnato
sostenendo l'invasione russa della Georgia, dall'altro sfruttando le aperture
dell'isolamento (anche economico) occidentale, inaugurate dal presidente francese
Sarkozy e proseguite con l'apertura di colloqui (per ora indiretti) con Israele
e, non ultimo, con la riapertura di contatti diplomatici recentemente sancita
insieme al presidente libanese Michel Suleiman.
L'accordo di lunedì potrebbe segnare l'inizio di un periodo diverso per l'intera
regione mediorientale, nuovi equilibri che, per quanto rigarda il Libano, potrebbero
consolidarsi nelle prossime elezioni che si terranno nel 2009. Proprio a quelle
ha pensato il leader cristiano delle Forze Libanese, Samir Geagea, commentando
il documento di Tripoli. Secondo lui, le prossime elezioni saranno “una competizione
tra due agende completamente diverse, gli elettori dovranno scegliere tra un Libano
democratico e libero o un paese guidato da fazioni fondamentaliste e settarie.
Perdere questa sfida consentirà ai nemici del Libano di entrare in parlamento,
di controllare il potere legislativo e cambiare il sistema”. E ha concluso: “Il
Libano è l'ultima roccaforte dei cristiani in Medioriente”.