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Dubbia efficacia. Secondo Human Rights Watch, gli attacchi in cui muore il maggior numero di civili
sono quelli compiuti durante operazioni di 'rapid response', che a differenza
degli attacchi 'pianificati', sono condotti senza preavviso, in condizioni di
emergenza durante le quali, ad esempio, è necessario fornire una risposta rapida
e 'efficace' alla mancanza di truppe sul terreno. L'efficacia di tali operazioni
è però assai dubbia, se è vero che - denuncia il rapporto - l'aumento delle vittime
civili è anche determinato dalle infiltrazioni di talebani nei villaggi, che rendono
problematico, per le 'bombe intelligenti', distinguere gli obiettivi civili da
quelli 'militari'. In alcune circostanze, i talebani utilizzano i civili come
scudi umani per scoraggiare gli attacchi delle forze occidentali.
Cambiamenti 'tecnici'? Gli effetti degli attacchi, il cui pedaggio di morte risulta essere pesante
proprio nei casi di raid non programmati, o quando le regole di ingaggio vengono
classificate con l'ambiguo termine di 'auto-difesa preventiva', vanno oltre la
mera contabilità delle vittime. Un'inchiesta del governo afgano condotta per tre
giorni dopo la distruzione di alcune case poco prima del 30 aprile 2007, ha evidenziato
come numerosi civili siano in seguito fuggiti a causa di danni alle loro abitazioni
o di timori di nuovi attacchi. Stessa cosa per gli abitanti dei villaggi vicini.
Ciò ha prodotto un elevato numero di sfollati interni. L'unica avvisaglia di un
possibile cambiamento di rotta nelle operazioni militari Nato potrebbe essere
ravvisata da alcuni modesti cambiamenti che hanno ridotto il numero dei civili
uccisi da attacchi aerei nella seconda metà del 2007. Tra questi, l'utilizzo di
armi più leggere, il differimento degli attacchi in caso comprovato di pericolo
per i civili stessi, e la ricerca casa per casa affidata ai militari afgani.
Misure che tuttavia non mettono al riparo dall'imprevisto. E l'imprevisto è in questo caso l'ennesima strage di civili avvenuta il 22 agosto
ad Azizabad, piccolo paese nel distretto di Shindand. Gli americani, secondo il
solito copione, hanno minimizzato il numero delle vittime (32-35), per poi veder
pubblicate sul New York Times di ieri fotografie e fermi immagine della strage,
dopo che, a fine agosto, una squadra di operatori delle Nazioni Unite aveva visitato
il paesino e raccolto nuove informazioni e prove che i civili uccisi erano 90,
sessanta dei quali bambini. Una visita della giornalista Carlotta Gall nell'area
ha prodotto un reportage pubblicato oggi sempre dal New York Times nel quale le
voci raccolte e le prove circostanziate della strage hanno avuto come conseguenza
la riapertura dell'inchiesta sull'attacco. Le foto del quotidiano Usa e i fermi
immagine ripresi dai telefoni cellulari mostrano cadaveri di civili, fra cui molti
bambini, allineati nella moschea del villaggio. Fonti ospedaliere locali, inoltre,
hanno detto al giornale che nel locale ospedale passarono 50-60 cadaveri, fra
cui quelli di donne e bambini. "Alla luce di nuove prove su vittime civili nell'
operazione contro gli insorti del 22 agosto nel distretto di Shindand, provincia
di Herat, ritengo sia prudente richiedere che il Comando centrale invii un alto
ufficiale per rivedere l' inchiesta Usa e le sue risultanze", ha detto il generale
David McKiernan, aggiungendo che "il popolo dell' Afghanistan ha il nostro impegno
ad arrivare alla verità". Quante verità si nascondono negli attacchi Nato-Isaf-Usa,
all'oscuro di giornalisti, macchine fotografiche e telefoni cellulari?Luca Galassi