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Erano circa 150 gli insegnanti legati
al movimento della Jihad islamica che sabato scorso a Gaza hanno
inscenato una protesta intitolata: “mantenere l'unità degli
insegnanti”. Protestavano contro i licenziamenti degli operatori
dell'istruzione legati a Fatah, ma anche contro le chiusure di
diverse cliniche private, anch'esse riconducibili al governo di
Ramallah. Ancora una volta, da quando il clima tra le due principali
forze palestinesi è tornato ad arroventarsi, le forze di
sicurezza di Hamas non sono andate per il sottile: allontanati i
fotografi, la manifestazione è stata dispersa. “La polizia
ha attaccato manifestanti pacifici che non sostenevano alcuna fazione
a discapito delle altre” ha commentato indignato Nafid Azam, un
esponente della Jihad.
Lunedì 8 settembre il ministro
della Sanità dell'Autorità Palestinese, Fathi Abu
Moghli, ha smentito il coinvolgimento del suo governo nell'incitare
le proteste, e ha accusato Hamas di violare i diritti dei lavoratori.
“Il governo del colpo di stato – ha detto, riferendosi
all'esecutivo di Ismail Haniyeh - ha militarizzato ospedali e centri
sanitari non per garantire sicurezza, ma per intimorire il
personale”. Secondo il ministro, Hamas avrebbe licenziato 950
persone, tra medici e personale amministrativo, e messo sotto
sorveglianza altri 1600 sospetti dissidenti del ministero della
Sanità. Opposta l'opinione del ministro della Sanità
per il governo Hamas, Basim Naeem, secondo cui sono le proteste a
essere politicizzate. E a confema di ciò ha dichiarato che,
nel corso dell'ultima settimana, circa l'80 percento dei medici ha
regolarmente prestato servizio. Altre fonti, riportate dall'Afp e
dall'agenzia israeliana Ynet, riferivano invece di medici trascinati
a forza al lavoro e di cinque persone decedute per mancanza di
personale medico. Ma di queste non ci sono conferme ufficiali.
Quello che è certo è che
gli scioperi, specialmente nel campo della sanità, stanno
aggravando una situazione già al collasso che, più che
dalla contesa tra Hamas e Fatah, dipende dall'embargo israeliano. Lo
confermano i dati forniti dallo stesso Abu Moghli, secondo cui il 38
percento delle donne e il 55 percento dei bambini della Striscia
soffre oggi di anemia. Questo degrado dipende dall'impossibilità
di movimento all'interno della Striscia, il che impedisce la
fornitura di servizi medici, ma anche dalla chiusura dei confini, che
ha ormai ridotto gli ospedali ai limiti delle scorte. Di “situazione
catastrofica a Gaza ha parlato in questi giorni anche un gruppo di
noti attivisti arabi per i diritti umani. “Col pretesto di
assediare un governo nemico - si legge nel comunicato spedito dal
gruppo alle agenzie internazionali – Israele impedisce ai
medicinali di raggiungere i malati”. Secondo gli attivisti, se
l'embargo non è sostenuto da alcun accordo internazionale,
allora è legittimo tentare di infrangerlo. Alla protesta si è
unito anche Eyad Al Sarraj, il direttore del centro per la salute
mentale della Striscia, che lunedì ha annunciato l'inizio
della raccolta di un milione di firme da presentare alle Nazioni
Unite, per chiedere la fine dell'embargo israeliano.Naoki Tomasini