08/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa nazionalizzano le agenzie dei mutui in odor di fallimento. Ma i problemi sono più radicati. E gli americani non sembrano rendersene conto
La chiamano “nazionalizzazione temporanea”, non tout court. Il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie semipubbliche che garantiscono il 70 percento dei mutui negli Usa, è comunque il più grande intervento pubblico di Washington nel funzionamento dei mercati. Duecento miliardi di dollari – pagati dai contribuenti – per salvare il settore immobiliare americano, e in definitiva l'intero sistema finanziario, dal tracollo. Ma nonostante l'euforia delle Borse di tutto il mondo alla notizia e i sospiri di sollievo di fronte al mancato fallimento di due gruppi che nell'ultimo anno avevano accumulato 1.600 miliardi di debiti, il salvataggio rimane una toppa messa su uno scafo che continua a fare acqua.

Siamo al culmine di un processo che non ha una data di inizio precisa. Sì, la bolla del settore immobiliare ha cominciato a gonfiarsi quando è scoppiata quella della new economy, nel 2000. I bassi tassi di interesse fissati dall'allora governatore della Fed, Alan Greenspan, portarono a un boom dell'acquisto di immobili, anche da parte di chi non se li poteva permettere; tanto, i prezzi in continua ascesa facevano sì che il valore delle case possedute continuasse a crescere; milioni di famiglie americane, rifinanziando periodicamente i loro mutui, hanno in sostanza usato le loro case come giganteschi bancomat, indebitandosi sempre più. Ma anche questa bolla è scoppiata, e gli effetti si vedono ancora oggi. I prezzi delle case sono in calo da oltre un anno e non hanno ancora toccato il fondo. Sempre più famiglie non riescono più a pagare le rate del mutuo, aumentate di centinaia di dollari, dato che i tassi di interesse sono saliti. E oltre al mutuo, da pagare ci sono anche tutte le spese fatte in periodo di vacche grasse, con debiti fuori controllo sulle carte di credito.

Gli Stati Uniti, in sostanza, hanno vissuto per troppo tempo al di sopra delle loro possibilità. Decenni di benzina a basso prezzo, per la quasi totale assenza di tasse, hanno portato il paese a consumare il 25 percento del petrolio mondiale. L'indebitamento crescente degli ultimi dieci anni è stato finanziato dall'acquisto di titoli del Tesoro di Washington da parte della Banca centrale cinese. “Compriamo olio saudita e ci indebitiamo con soldi cinesi”, ha sintetizzato Hillary Clinton nel suo discorso alla convention dei Democratici a Denver. Ma ora i nodi sono venuti al pettine. L'impennata del prezzo del petrolio ha colto gli americani più impreparati di altri. La festa del credito perenne è finita, ora c'è da pagare il conto. Sulle radio americane sento di continuo pubblicità per ridurre miracolosamente i propri debiti, grazie a contenziosi con le banche. “Cancella il tuo debito sulle carte di credito!”, promette una. “Riprenditi la tua vita!”, dice un'altra.

Il segretario Usa al Tesoro, Henry PaulsonIl desiderio comune, in sostanza, è di veder passare la tempesta e ricominciare a vivere – e consumare – come prima. A cambiare, quindi, ma non necessariamente nel modo inteso da Barack Obama. A due mesi dalle elezioni, proprio oggi per la prima volta un sondaggio dà il candidato repubblicano John McCain addirittura in vantaggio sul suo rivale democratico. Di solito, un partito di governo che si presenta al voto con l'economia allo sbando va incontro a una sicura sconfitta. Oggi invece, mentre i sondaggi mostrano come oltre tre americani su quattro pensino che il paese “sta andando nella direzione sbagliata”, mentre un'amministrazione repubblicana che predica il mantra del “small government” e del libero mercato è intervenuta ancora una volta per salvare l'economia, mentre quello che era un avanzo di bilancio con Clinton è diventato un deficit miliardario e tuttora in crescita negli otto anni di Bush, gli americani sembrano pronti a volere per altri quattro anni un presidente repubblicano – tra l'altro, pure uno che ha ammesso “l'economia non è il mio forte”. Lo spauracchio dell'aumento delle tasse, sempre agitato dai repubblicani contro i democratici, sembra funzionare. Anche se Obama ha ripetuto infinite volte che le alzerebbe solo per i più ricchi.

Insomma, c'è crisi. Ma manca il passo mentale successivo. Thomas Frank, autore del libro “What's the matter with Kansas?” (cosa succede al Kansas?), ha scritto che i repubblicani sono riusciti a far dimenticare ai loro elettori i problemi economici, facendo leva sui valori sociali che i conservatori vedono perennemente in pericolo. Il libro è stato scritto nel 2004, prima della rielezione di Bush. Ma vedendo i programmi economici di Obama cadere nel vuoto, mentre l'ultraconservatrice vice di McCain, Sarah Palin, ha girato la campagna elettorale senza dire una parola sul suo programma per uscire da questa crisi, sembra che quattro anni siano passati invano.
 

Alessandro Ursic

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