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“Oggi tutti parlano della tortura in Iraq, ma noi siamo del parere che
si debba controllare il fenomeno in tutti i Paesi del mondo”, a parlare
è Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty
International. E insiste: “I Paesi nei quali nel 2003 abbiamo scoperto
casi di gravi maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza sono
132. Tra questi non solo gli Stati Uniti, la Cina e la Federazione
Russa, ma anche Francia, Germania, Svizzera, Svezia, Canada, Irlanda,
Belgio, Grecia, Austria e Italia”.
Il tono del presidente della grande organizzazione internazionale è
calmo e pacato. Il rischio che l’opinione pubblica possa ritenere
‘eccessive’ le denuncie di Amnesty non lo preoccupa affatto. “La
definizione di tortura è molto chiara – va avanti Bertotto - e da
quella si deve partire. La ‘Convenzione contro la tortura e altre pene
o trattamenti crudeli, inumani o degradanti’ definita a New York il 10
dicembre 1984 e ratificata anche dal nostro Paese, il 12 gennaio 1989,
è chiara in merito. Chi la viola ne è responsabile”.
Il protocollo recita all’articolo 1: “Ai fini della presente
Convenzione, il termine tortura designa qualsiasi atto con il quale
sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o
psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza
persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o
una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di
intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od
esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo
basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o
tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da
qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua
istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine
non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da
sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate”.
Oltre il linguaggio tecnico, le immagini diffuse in questi giorni sulle
sevizie nel carcere iracheno di Abu Ghraib sono la testimonianza più
efficace del dramma cui sono sottoposti migliaia di prigionieri in
centinaia di carceri nel mondo.
Bertotto ha idee molto chiare sulla situazione: “Noi abbiamo notizie di
training di addestramento alla tortura in alcune scuole militari degli
Stati Uniti. Il programma fa parte di un sistema di cooperazione
internazionale e ai corsi partecipano specialisti di molti altri Paesi.
La tortura oggi è una vera e propria emergenza. Dopo la strage delle
Torri Gemelle quello che era considerato inaccettabile è diventato
possibile. Alcuni pensano che, se si debbono ottenere informazioni su
ipotetici attentati e atti di terrorismo, superare i limiti possa
essere giustificato”.
A Washington e Londra alcune commissioni parlamentari di inchiesta
stanno cercando di far luce sugli episodi iracheni, mentre i governi
americano e inglese negano di aver avuto notizie o di aver pianificato
gli abusi.
Il presidente di Amnesty continua il suo discorso: “Il generale
Geoffrey Miller, ex comandante del centro di detenzione di Guantanamo,
è stato trasferito in Iraq perché nel carcere cubano sono stati testati
nuovi sistemi di interrogatorio e il suo compito potrebbe essere quello
di impiegare le nuove tecniche tra il Tigri e l’Eufrate. La convinzione
secondo la quale nessuno sapeva o è al corrente è, senza alcuna
riserva, risibile”.
La memoria degli europei riporta alle terribili macchine per il dolore
del medioevo, alle segrete, alle catene e forse induce in qualcuno una
certa diffidenza verso la reale consistenza delle denuncie che molte
organizzazioni internazionali fanno da anni. Bertotto ha una risposta
anche per questo: “Oggi la tortura si è modernizzata, utilizza
tecnologie sofisticate, esiste un vero e proprio mercato di
attrezzature per praticarla. Non è solo dolore fisico, ma anche
violenta pressione psicologica. Non lascia sempre segni sul corpo, ma è
in grado di ferire la mente, anche irreparabilmente”.
Nelle scorse settimane il governo italiano ha smentito di essere a
conoscenza degli episodi di Abu Ghraib, sebbene Amnesty sostenesse di
aver consegnato un rapporto specifico sui fatti.
Il presidente della sezione italiana dell’organizzazione è chiaro: “Io
personalmente ho partecipato ad incontri ad alto livello nei quali se
ne è parlato e il nostro documento è stato affidato nelle mani del
consulente diplomatico del Presidente del Consiglio, Silvo Berlusconi".
Inoltre, Margherita Boniver, Sottosegretario con delega per di diritti
umani, rispondendo il 3 luglio dello scorso anno ad una interrogazione
dell’on Piscitello, nel corso di una sessione della Commissione Affari
Esteri della Camera, aveva detto: “In relazione alle denunce da parte
di Amnesty International sulle condizioni riservate agli internati
iracheni nella base americana di Camp Cropper a Baghdad ed in altri
centri di detenzione nel Paese riferite dall’Onorevole interrogante,
appare opportuno evidenziare come la stessa ONG (Amnesty International,
ndr) abbia preso diretto contatto con le Autorità americane in Iraq ed
abbia accolto positivamente le dichiarazioni rese dai consulenti
giuridici dell’esercito statunitense e dell’Autorità Provvisoria di
Occupazione di voler migliorare rapidamente le condizioni detentive in
tali strutture”.
Sulle smentite del governo italiano Bertotto conclude. “In ogni caso
non ritengo plausibile che la nostra intelliegence non fosse in grado
di vedere quello che noi avevamo notato fin dal mese di giugno del 2003
e di riferirlo al governo. In Iraq esiste un sistema stabile di tortura
per ottenere notizie di prigionieri. Non sono casi isolati, non si
tratta di episodi individuali. Lo stesso sistema si utilizza in molte
parti del mondo e questo non è tollerabile. Non si possono violare i
diritti per la ragion di stato”.
Le affermazioni di Bertotto non lasciano spazi a dubbi e, pur non
essendoci notizie di nessun genere sul coinvolgimento delle truppe
italiane in episodi di violenza verso i detenuti, rimane poco chiara la
posizione dell'esecutivo, che non ha istituito alcuna commissione di
inchiesta sul merito della questione.
“La guerra – aggiunge Berotto – porta con se un numero impressionante
di violazioni. Abbiamo di recente denunciato la presenza di 21mila
bambini soldato in Liberia. Abbiamo sottoposto all’attenzione
dell’Unione Europea la sofferenza delle donne in Kosovo, vittime di un
traffico internazionale e costrette a prostituirsi. Il personale della
comunità internazionale in attività in quella zona costituisce il 20
per cento di coloro che si servono delle prestazioni delle ragazze,
spesso adolescenti. Dal 1999, col dispiegamento della forza
internazionale di peacekeeping (Kfor) e l’istituzione della missione
delle Nazioni Unite per l’amministrazione ad interim del Kosovo
(Unmik), il territorio è diventato uno dei principali luoghi di
destinazione per le sfortunate vittime del mercato della
prostituzione”.
Il dirigente di Amnesty, con le sue parole, induce a riflettere anche sugli
effetti reali delle 'missioni militari di pace'.
I tentativi di insabbiare i fatti operati dalle alte gerarchie degli
eserciti e dai governi sono al centro di una forte campagna di stampa
in tutto il mondo. Le organizzazioni umanitarie da tempo rendono
pubbliche le violazioni dei diritti dei prigionieri e dei singoli
cittadini.
Il presidente della sezione italiana di Amnesty conclude l’intervista
dicendo: “Solo applicando controlli internazionali, istituendo
commissioni ispettive senza vincoli, imponendo ai Paesi sospettati di
violazioni di aprire i penitenziari potremo sconfiggere questa piaga.
Fino a quando ci saranno governi che detengono persone senza processo,
senza diritto alla difesa, senza garanzie, per periodi di tempo
indeterminati e in luoghi inaccessibili la situazione rimarrà
gravissima. Tra questi governi ci sono, tra i tanti, anche quelli di
Stati Uniti e di Israele, molto influenti nella scena politica del
Pianeta”.