Scritto per noi da
Veronica Fernandes

“Questi scrittori non
esistono”. Negli anni Settanta, quando Itala Vivan, docente di
studi postcoloniali dell’Università Statale di Milano, ha
introdotto nei suoi corsi le opere di alcuni scrittori africani e
caraibici, un gruppo di colleghi l’accusata di esserseli inventati.
Nel labirinto dei 225
incontri di Festivaleteratura, arrivato quest’anno alla sua
dodicesima edizione, Peacereporter ha cercato gli scrittori e
le idee che ancora non esistono abbastanza.
Le scritture africane.
A Festivaletteratura, è proprio Itala Vivan ad accompagnare
sul palco gli autori dell’Africa e dei Caraibi. Quest’anno, ad
avere un incontro individuale, sono in tre. “Un successo rispetto
agli esordi – commenta la Vivan – ma sempre pochi”. Ne sorride
Abdourahman A. Waberi che dal Gibuti si è trasferito in
Normandia a vent’anni e adesso, con quattro titoli tradotti in
italiano, è approdato a Mantova per parlare di
Stati Uniti
d’Africa, il suo libro più conosciuto. Una distopia
divertita. “Almeno – precisa – io mi sono divertito a scrivere
di un Africa ricchissima, con ristoranti e lavoro per tutti,
costretta ad accogliere straccioni bianchi arrivati dalle favelas di
Zurigo, dalle terre di conflitti etnici, come la Spagna o di popoli
divisi dai dialetti, come il Belgio”. Il suo mondo alla rovescia è
raccontato con la trascuratezza con cui i media europei, spiega,
trattano le questioni africane: le lingue diventano dialetti, le
guerre conflitti tribali, i nomi dei popoli sono storpiati. Leggendo
si ride degli
svittesi, il nome con cui gli abitanti di Asmara
(speculare di New York) si riferiscono ai pezzenti della Svizzera.
“Mi fa piacere raccontare tutto questo in Italia – spiega Waberi
– anche se qui la realtà è peggio di una distopia: il
governo sta attuando misure razziste contro i Rom e gli immigrati”.
Si stupisce che abbiano seguito, che sia nascendo “una sorta di
neo-fascismo soft, dove le istituzioni sono troppo deboli e la
multiculturalità un miraggio”. Secondo lo scrittore
antillano Eduard Glissant, arrivato protetto da un cordone di
volontari in divisa blu, la vera distopia è la Francia di
Sarkozy. Cammina con il bastone, si siede, e poi alza la voce.
“Creare un Ministero dell’Immigrazione e dell’Identità
Nazionale? No. Perché questa separazione adesso? Nel 1946, tra
le macerie della Seconda Guerra mondiale, la Francia ha dato vita a
politiche di incentivo agli antillani per trasferirsi e aiutare nella
ricostruzione. Adesso, invece, torniamo al noi e loro”.
Inaccettabile per Glissant che, nei suoi saggi, ha teorizzato la
creolizzazione della società. “E’ come quando un francese
viene a dirmi che sì, in fondo, la colonizzazione ha avuto
anche aspetti positivi. No – alza ancora la voce – sono io che
posso dirlo, magari, io che l’ho subita in tutta la sua disparità”.
Le scritture europee.
Gli incontri letterari possono anche servire a delineare uno scenario
di integrazione. Giuseppe Antonelli, docente di Linguistica presso
l’Università di Cassino, ha chiesto a 14 scrittori di
“regalare” una parola nella propria lingua madre, da inserire in
un ipotetico vocabolario europeo. Sponsorizzato dalla Commissione
Europea, il progetto fa riflettere sul concetto di Europa quando a
donare una parola sono scrittori di Paesi solo candidati a diventare
membri dell’Unione Europea. Non a caso, la scrittrice turca Seray
Şahiner sceglie
belki, che nella sua lingua significa forse.
Lo scrittore basco Bernardo Atxaga, che dona il verbo
ikasi,
apprendere, mette il pubblico di fronte al problema delle nazioni non
riconosciute e del valore simbolico che può acquisire una
lingua per affermare la propria identità. Otto delle 23 lingue
ufficiali dell’Unione, tutti i tre alfabeti (latino, greco e
cirillico) e le storie che le parole raccontano. Predrag
Matvejevic, docente di Letteratura francese all’Università
di Zagabria, porta la parola pane in croato, “Ci sono metafore, proverbi, insulti
e cognomi che derivano da
questa parola, in croato e in tutte le altre lingue – spiega – è
una parola su cui riflettere soprattutto nella sua assenza. Ricordo
la guerra e in particolare l’assedio di Sarajevo, dal 5 febbraio 1992 al 29 febbraio
1996, il più lungo della storia. Chissà quante volte avranno
chiesto pane e quante volte, invece, non hanno ricevuto niente”.
Le scritture senza i
libri. Mentre la città vende, sfoglia e scambia libri c’
anche chi scrive attacca frecce colorate sul pavimento con scritto un
indirizzo che porta ad una mostra, alle fotografie di una collezione.
O chi come Sara, incatena ai pali i suoi pannelli con racconti brevi.
“E’ per cambiare la città, per fermare la gente e farle
fare un altro percorso – spiega – a Mantova ho appeso cinque
pannelli sulla storia dei laghi. Per finire la storia bisogna seguire
le indicazioni, è come una caccia al tesoro”. La gente,
effettivamente, li legge. Ai bambini sono piaciuti, anche a chi
passeggia tra un incontro e l’altro. A Mantova, si scrive anche
senza carta e si legge senza libri.