06/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Mantova, dalla nostra collaboratrice al Festival

Scritto per noi da
Veronica Fernandes

“Questi scrittori non esistono”. Negli anni Settanta, quando Itala Vivan, docente di studi postcoloniali dell’Università Statale di Milano, ha introdotto nei suoi corsi le opere di alcuni scrittori africani e caraibici, un gruppo di colleghi l’accusata di esserseli inventati.
Nel labirinto dei 225 incontri di Festivaleteratura, arrivato quest’anno alla sua dodicesima edizione, Peacereporter ha cercato gli scrittori e le idee che ancora non esistono abbastanza.

Le scritture africane. A Festivaletteratura, è proprio Itala Vivan ad accompagnare sul palco gli autori dell’Africa e dei Caraibi. Quest’anno, ad avere un incontro individuale, sono in tre. “Un successo rispetto agli esordi – commenta la Vivan – ma sempre pochi”. Ne sorride Abdourahman A. Waberi che dal Gibuti si è trasferito in Normandia a vent’anni e adesso, con quattro titoli tradotti in italiano, è approdato a Mantova per parlare di Stati Uniti d’Africa, il suo libro più conosciuto. Una distopia divertita. “Almeno – precisa – io mi sono divertito a scrivere di un Africa ricchissima, con ristoranti e lavoro per tutti, costretta ad accogliere straccioni bianchi arrivati dalle favelas di Zurigo, dalle terre di conflitti etnici, come la Spagna o di popoli divisi dai dialetti, come il Belgio”. Il suo mondo alla rovescia è raccontato con la trascuratezza con cui i media europei, spiega, trattano le questioni africane: le lingue diventano dialetti, le guerre conflitti tribali, i nomi dei popoli sono storpiati. Leggendo si ride degli svittesi, il nome con cui gli abitanti di Asmara (speculare di New York) si riferiscono ai pezzenti della Svizzera. “Mi fa piacere raccontare tutto questo in Italia – spiega Waberi – anche se qui la realtà è peggio di una distopia: il governo sta attuando misure razziste contro i Rom e gli immigrati”. Si stupisce che abbiano seguito, che sia nascendo “una sorta di neo-fascismo soft, dove le istituzioni sono troppo deboli e la multiculturalità un miraggio”. Secondo lo scrittore antillano Eduard Glissant, arrivato protetto da un cordone di volontari in divisa blu, la vera distopia è la Francia di Sarkozy. Cammina con il bastone, si siede, e poi alza la voce. “Creare un Ministero dell’Immigrazione e dell’Identità Nazionale? No. Perché questa separazione adesso? Nel 1946, tra le macerie della Seconda Guerra mondiale, la Francia ha dato vita a politiche di incentivo agli antillani per trasferirsi e aiutare nella ricostruzione. Adesso, invece, torniamo al noi e loro”. Inaccettabile per Glissant che, nei suoi saggi, ha teorizzato la creolizzazione della società. “E’ come quando un francese viene a dirmi che sì, in fondo, la colonizzazione ha avuto anche aspetti positivi. No – alza ancora la voce – sono io che posso dirlo, magari, io che l’ho subita in tutta la sua disparità”.

b. atxagaLe scritture europee. Gli incontri letterari possono anche servire a delineare uno scenario di integrazione. Giuseppe Antonelli, docente di Linguistica presso l’Università di Cassino, ha chiesto a 14 scrittori di “regalare” una parola nella propria lingua madre, da inserire in un ipotetico vocabolario europeo. Sponsorizzato dalla Commissione Europea, il progetto fa riflettere sul concetto di Europa quando a donare una parola sono scrittori di Paesi solo candidati a diventare membri dell’Unione Europea. Non a caso, la scrittrice turca Seray Şahiner sceglie belki, che nella sua lingua significa forse. Lo scrittore basco Bernardo Atxaga, che dona il verbo ikasi, apprendere, mette il pubblico di fronte al problema delle nazioni non riconosciute e del valore simbolico che può acquisire una lingua per affermare la propria identità. Otto delle 23 lingue ufficiali dell’Unione, tutti i tre alfabeti (latino, greco e cirillico) e le storie che le parole raccontano. Predrag Matvejevic, docente di Letteratura francese all’Università di Zagabria, porta la parola pane in croato, “Ci sono metafore, proverbi, insulti e cognomi che derivano da questa parola, in croato e in tutte le altre lingue – spiega – è una parola su cui riflettere soprattutto nella sua assenza. Ricordo la guerra e in particolare l’assedio di Sarajevo, dal 5 febbraio 1992 al 29 febbraio 1996, il più lungo della storia. Chissà quante volte avranno chiesto pane e quante volte, invece, non hanno ricevuto niente”.

Le scritture senza i libri. Mentre la città vende, sfoglia e scambia libri c’ anche chi scrive attacca frecce colorate sul pavimento con scritto un indirizzo che porta ad una mostra, alle fotografie di una collezione. O chi come Sara, incatena ai pali i suoi pannelli con racconti brevi. “E’ per cambiare la città, per fermare la gente e farle fare un altro percorso – spiega – a Mantova ho appeso cinque pannelli sulla storia dei laghi. Per finire la storia bisogna seguire le indicazioni, è come una caccia al tesoro”. La gente, effettivamente, li legge. Ai bambini sono piaciuti, anche a chi passeggia tra un incontro e l’altro. A Mantova, si scrive anche senza carta e si legge senza libri.


Categoria: Costume