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Sul groppone quasi novecento milioni di dollari di debito. Una situazione catastrofica
lasciata dalla Marsans, compagnia turistica spagnola che dal 2001 amministrava
la compagnia aerea argentina. Adesso le cose sono cambiate. Da ieri, infatti,
il Senato argentino, dove il presidente Cristina Kirchner detiene una buona maggioranza,
ha votato a favore della nazionalizzazione (46 voti a favore, 21 contrari). Ora
si attende solo l'approvazione del secondo ramo del parlamento che dovrà dare
il via libera sul prezzo d'acquisto in base al disegno di legge presentato dell'esecutivo.
Ma qui potrebbero sorgere dei problemi. A luglio, infatti, il governo argentino
e la Marsans avevano raggiunto un accordo in cui si stabiliva che il riacquisto
da parte argentina sarebbe avvenuto in base a un prezzo fissato da entrambe le
parti.
Le parti in causa. Vincente Munoz, uno dei rappresentanti dell'azienda spagnola di fatto non ha
escluso che la trattativa possa durare molto a lungo e arrivare addirittura davanti
al Cirdi, l'organo che decide in merito alle controversie seguite a un investimento
internazionale. Inoltre, dalla società spagnola arriva un duro attacco nei confronti
dei sindacati argentini rei secondo il loro giudizio di aver fatto di tutto per
portare al fallimento la compagnia aerea grazie al loro continuo gettare acqua
sul fuoco delle polemiche. E lo stesso Munoz ha anche precisato: “Se il prezzo
a cui noi vogliamo vendere non sarà accettato, non venderemo”. Munoz ha anche
ipotizzato un possibile esproprio statale della compagnia aerea ma in questo caso
la Marsans “si tutelerà presso i tribunali internazionali”
Tutto da rifare. Oltre ai quasi novecento milioni di debiti la compagnia aerea deve tenere conto
di molti altri fattori per essere risanata come vorrebbe la presidente. Sono settanta
gli aerei a disposizione, il 40 percento dei quali sono fermi a terra e devono
essere rimessi in grado di volare al più presto in modo da invogliare i passeggeri
a utilizzare la compagnia. Le vendite di biglietti, infatti, sono calate notevolmente
negli ultimi anni proprio per l'inefficienza degli aerei e dei servizi a terra.
Ma qualcosa è stato fatto. Circa un mese fa il governo ha stanziato 50 milioni
di dollari per aggiustare alcuni velivoli e fare fronte al pagamento dei salari
ai lavoratori che sono circa novemila fra gli equipaggi e il personale di terra.
Insomma, considerando che quotidianamente Buenos Aires sborsa circa 1,5 milioni
di dollari (soldi dei contribuenti, ovviamente) per mantenere la compagnia e che
ne va della vita di migliaia di persone, qualche cosa il governo progressista
della Kirchner doveva fare. Adesso, l'ultima parola spetta all'altro ramo del
parlamento ma come già avvenuto in diverse nazioni latinoamericane di sicuro si
giungerà all'accordo per far tornate “a casa” le Areolineas Argentina.Alessandro Grandi