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“Un insulto alla dignità degli iracheni”, così il presidente degli
Stati Uniti, George W. Bush, ha definito le torture nel carcere di Abu
Ghraib. In un incontro coi giornalisti, al termine di una riunione al
Pentagono, il capo della Casa Bianca ha aggiunto: “Quello che hanno
commesso queste persone va al di là delle mura della prigione di
Baghdad e ha dato a molti la possibilità di mettere in discussione il
significato della nostra battaglia per la democrazia e la libertà”.
Concludendo il suo discorso, Bush ha rinnovato la fiducia al
protagonista delle scelte militari dell’amministrazione, il segretario
alla Difesa Donald Rumsfield, dicendo: “ha fatto un superbo lavoro in
Iraq”.
Fin qui la cronaca da Washington.
“Abusi terrificanti commessi da singoli soldati in un contesto
pericoloso e senza controlli”, aveva dichiarato il dottor Henry Nelson,
colonnello medico dell’Us Air Force, a proposito delle notizie sulle
violenze subite dai prigionieri nel penitenziario di Abu Ghraib. La
frase era contenuta in un rapporto segreto di 53 pagine, dal titolo
‘Secret/No foreign Dissemination’ e prodotto da un team di
investigatori militari nell’autunno del 2003, ben prima del dossier
della Croce Rossa Internazionale.
Il team aveva raccolto le testimonianze di 48 persone, tra carcerieri e
detenuti di Abu Ghraib. Il campionario di crudeltà descritte è ampio e,
anche se il buon giornalismo non dovrebbe mai ricorrere agli aggettivi,
disumano.
Le stesse tragiche verità sono contenute anche in ricerche di Amnesty International.
Uomini e donne sarebbero stati denudati e tenuti per giorni senza
abiti, minacciati con le armi e umiliati. Agli uomini, di religione
musulmana, sarebbe stato imposto di indossare biancheria intima
femminile, così ferendo la loro coscienza religiosa. Come mostrano
alcune fotografie sono stati utilizzati anche cani per spaventare le
vittime. Le percosse sembra fossero all’ordine del giorno e le prime
avvisaglie della tragedia si trovavano nelle accuse fatte da numerose
organizzazioni umanitarie e risalenti ai primi mesi di occupazione
militare dell’Iraq.
Eppure solo dopo la pubblicazione delle fotografie sui giornali la notizia ha
dato il via a commissioni di inchiesta.
Aggressioni con bastoni, pugni, secchi di acqua fredda, persino uso di
sostanze chimiche corrosive e bruciature erano abituali pratiche di
tortura. Alcuni iracheni erano costretti a masturbarsi e ad essere
ripresi dalle telecamere o fotografati, mentre altri subivano violenza
sessuale per mezzo di strumenti di varia natura.
Nel rapporto dell’esercito americano, il generale che comandava
l’equipe, Antonio Taguba, chiedeva già lo scorso anno provvedimenti
disciplinari contro dodici persone, due civili e dieci soldati. L’alto
ufficiale scriveva: “Quello che mi ha sconvolto di più? Il rifiuto
assoluto della generalessa Janis Karpinski (comandante della prigione,
ndr) a comprendere come i fatti di Abu Ghraib siano il frutto di
mancate capacità di comando”.
Tuttavia, il non rispetto della Convenzione di Ginevra potrebbe portare
a processi per crimini di guerra e non sembra da addebitarsi ad atti
compiuti da singoli.
Seymour Hersh è il giornalista del ‘New Yorker’ che tra i primi, con il
network televisivo Cbs, ha pubblicato notizie sulle atrocità subite dai
prigionieri in Iraq. Il reporter aveva vinto il prestigioso premio
Pulitzer nel 1970, per il suo reportage sulla strage di My Lai del 15
marzo 1968.
Quel giorno la compagnia Charly, del 1° battaglione di fanteria
americano, distrusse un piccolo villaggio del Vietnam, uccidendo tutti
gli abitanti, in maggioranza donne e bambini. Su quell’episodio un
altro giornalista, Richard Boyle, nel suo libro ‘Flower of the Dragon’,
scrisse: “Non fu l'azione di un solo uomo. Non fu l'azione di un solo
plotone o di una compagnia. Fu il risultato di una campagna ordinata,
pianificata, ben condotta e concepita ad alti livelli di comando per
dare una lezione agli abitanti dei villaggi della provincia del Quang
Ngai”.
"Ricordo quel 1970, per quanto fossi molto lontano dal Vietnam”. Mauro
allora era un giovane studente italiano, che come migliaia di altri
ragazzi in tutto il mondo chiedeva la fine della guerra. “Quando i
giornali scrissero di My Lai tutto quello che già trovavamo terribile
diventò un incubo. Erano anni duri quelli – continua Mauro - noi
volevamo solo che finissero i bombardamenti, la distruzione, la morte
di migliaia di civili uccisi dalle bombe dei B52, i giganteschi
bombardieri dell’Us Air Force. Ci arrestavano durante le
manifestazioni. Un altro mondo, parallelo al nostro, pensava che
fossimo degli esaltati, forse un po’ pazzi. Era la ‘maggioranza
silenziosa’, ma noi amavamo la vita più della politica, cercavamo il
futuro, cantavamo ‘Blow in the wind’, volevamo la libertà per quel
piccolo Paese asiatico”.
Mauro adesso ha i capelli grigi, ma non ha dimenticato. Non è un uomo
che vive di nostalgia, però non riesce a impedire ai suoi occhi di
diventar lucidi. Poi, all’improvviso, si allontana e torna subito dopo
con un vecchio libro e legge: “L’addestramento è tutto concentrato su
come uccidere i prigionieri. Ci hanno detto che i vietnamiti sono una
sottospecie. Potete uccidere il ‘gook’ (versione dispregiativa in
inglese di asiatico, ndr) e tagliarlo a pezzi. Ci hanno insegnato ad
usare l’equipaggiamento elettrico, a strappare le unghie, a ficcare
canne di bambù dentro le orecchie. Potevamo spogliare le donne, aprirle
e infilare bastoni e baionette nelle loro parti intime. Facevano ogni
sforzo per spingerci allo sterminio e alla tortura dei prigionieri.
Questa è la testimonianza – quasi grida Mauro, sbattendo il libro sul
tavolo – di un veterano della guerra del Vietnam, di un soldato
americano. Non di un visionario hippy tra le nuvole. Noi sapevamo che i
nostri coetanei dall’altra parte dell’Oceano, a San Francisco, a New
York, a Chicago, un po’ ovunque negli Usa, criticavano la guerra.
Insieme avremmo impedito che tutto quell’orrore continuasse. E così fu.
Oggi mi avvilisce rivedere le stesse cose e non capisco lo stupore di
tanti. È la storia della guerra che si ripete, ma noi non dobbiamo
perdere la memoria, dobbiamo ricordare a chi c’era e a chi non era
ancora nato che questa non è la prima volta”.
Anche Hersh la pensa così. Il premio Pulitzer sostiene che Abu Ghraib è
un fatto che non coinvolge solo la generalessa Karpinski, ma anche il
generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze Usa in Iraq, il
generale John Abizaid, a capo del Centcom, fino ai vertici del
Pentagono, il comando supremo Usa, che fin dall’inizio hanno tentato di
nascondere i fatti.
Sembra che qualcosa stia scuotendo il grande Paese nordamericano dal
torpore e dalla sindrome da paura che è seguita alla strage delle Twin
Towers. Da un sondaggio, effettuato dalla Gallup per la televisione Cnn
e il quotidiano Usa Today, emerge che ormai solo il 44 per cento degli
americani ritiene "l'attacco a Saddam Hussein giusto”, sei punti in
meno di un mese fa. Per il 54 per cento degli intervistati invadere
l’Iraq è stato un errore e solo il 41 per cento è soddisfatto del
comportamento del presidente.
Mauro adesso scuote il capo, ma non è sconsolato. “Non credo
riusciranno a fermare lo scandalo. Adesso è solo questione di tempo, ma
penso davvero che questa tragedia possa restituire a molti la memoria
dei diritti”