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Manifestanti anti-putiniani per le strade di Mosca - pochi e guardati a vista
dalla polizia - con cartelli in cui il presidente russo è ritratto con le fattezze
di Adolf Hitler. Quotidiani indipendenti russi – i pochi ancora in circolazione
– con titoli come “Golpe costituzionale”, “Un passo verso la dittatura”, “La restaurazione”.
“Il progetto di Putin e del suo alleato, il leader nazionalista Zhirinovsky,
di trasformare la Federazione Russa in uno Stato unitario e centralistico e di
rafforzare in senso autoritario il regime di potere personale del presidente -
scrive sulle colonne del Moscow Times Andrei Piontkovsky, analista politico russo
indipendente - stava da lungo tempo a prender polvere sulle scrivanie dei burocrati
del Cremlino”.
“Sfruttando opportunisticamente la tragedia nazionale di Beslan – spiega Piontkovsky
- Putin ha rispolverato quel progetto e lo ha inserito nel pacchetto di “misure
anti-terrorismo” che ha presentato a un’opinione pubblica ancora scioccata. Si
tratta di misure che contrastano con la Costituzione vigente, e che quindi, se
venissero applicate senza modifiche alla nostra carta fondamentale configurerebbero
un vero e proprio golpe costituzionale”.
Il piano di riforme annunciate da Putin nei giorni scorsi dopo la strage di Beslan
per trasformare la Russia in un paese capace di contrastare efficacemente la minaccia
terroristica, sta sollevano critiche e timori in patria e all’estero: si accusa
Putin di sfruttare la scusa della lotta al terrorismo per imporre una svolta autoritaria
in politica interna e adottare una linea aggressiva e muscolare in politica estera.
Una svolta che ricorda da vicino quella impressa dalla Casa Bianca negli Usa dopo
l’11 settembre. Bush docet.
Una svolta che però va al di là di quella americana, considerando la già pesante
situazione attuale. Negli ultimi anni Putin era già riuscito a ridurre al silenzio
la stampa indipendente (ricordiamo l’avvelenamento e l’arresto dei giornalisti
scomodi che stavano andando a Beslan), a mettere fuori gioco i potenti ‘oligarchi’
eltsiniani filo-americani (Berezovsky in esilio a Londra, Kodorkovsky in galera)
e a mandare i suoi fedelissimi ex colleghi del Kgb (i cosiddetti siloviki) in tutti i posti-chiave del potere.
Ora ha stabilito che i governatori regionali, fino ad oggi eletti dai cittadini
delle ottantanove regioni della Federazione Russa, verranno nominati direttamente
da lui, in contrasto con la vigente Costituzione federale russa. Una svolta centralistica
che priva i cittadini di un loro diritto politico fondamentale e mina alla base
il principio federale che oggi mette al riparo la Russia dalle spinte secessioniste
sempre in agguato nelle regioni periferiche.
“Trasformare una nazione multi-etnica come la Russia in uno Stato unitario è
una mossa suicida”, avverte Piontkovsky. “La disintegrazione dell’Unione Sovietica
iniziò proprio quando i burocrati di partito caddero nell’illusione che fosse
nata “una nuova entità collettiva storica: il popolo sovietico”. Oggi sembra che
i burocrati del Cremlino stiano commettendo lo steso tragico errore: quello di
credere che sia nata la nuova entità collettiva storica del “popolo putiniano”.
Inoltre il presidente russo ha deciso che dalle prossime elezioni della Duma
verranno introdotte importanti modifiche nel sistema elettorale, ufficialmente
al fine di garantire maggioranze parlamentari più stabili che diano maggiore sostegno
all’operato dell’esecutivo, cioè all’operato di Putin stesso. In sintesi, si tratta
dell’abolizione dell’elezione diretta su base locale dei parlamentari, meccanismo
che fino a oggi ha garantito ai candidati dell’opposizione buone possibilità di
essere eletti. Il risultato sarà una Duma dominata dalla maggioranza filo-governativa
e trasformata in un docile organo consultivo asservito al Cremlino.
Come se non bastasse, Putin ha annunciato una riforma in ‘stile americano’ del
già potentissimo servizio segreto russo, l’Fsb (ex Kgb), che d’ora in poi vedrà
ulteriormente rafforzati i propri poteri di controllo sulla vita dei cittadini
russi grazie all’istituzione di un Dipartimento per la sicurezza interna analogo
all’americano Departement of Homeland Security.
Sul fronte della politica estera, Putin, per bocca dei suoi generali, ha poi
annunciato un cambiamento di strategia difensiva che ricalca quella americana
della ‘guerra preventiva’. La Russia si riserva il diritto di colpire preventivamente
le basi dei terroristi che minacciano la sicurezza nazionale in qualsiasi paese
del mondo. Il primo della lista sembra essere la vicina Georgia, da tempo accusata
dal Cremlino di tollerare la presenza di basi terroristiche cecene nelle valli
di Kodori e di Pankisi.
Le riforme annunciate da Putin hanno allarmato le cancellerie occidentali, preoccupate
da una svolta autoritaria e aggressiva dell’ex potenza orientale. Negli ultimi
giorni tra Mosca e Washington sono volate parole grosse, soprattutto da parte
russa. Il segretario di Stato Usa, Colin Powell, ha dichiarato che queste riforme
“preoccupano” gli Stati Uniti perché rappresentano “un passo indietro ne l processo di democratizzazione della Russia” e che quindi “vanno discusse con
la Russia”.
Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, ha replicato con durezza: “I processi
in corso in Russia sono affar nostro. Gli Stati Uniti non possono pretendere che
la democrazia venga copiata dal modello di qualcun altro. (…) Noi, per esempio”,
ha aggiunto il capo della diplomazia del Cremlino, “non abbiamo commentato il
sistema elettorale americano in occasione delle controverse elezioni presidenziali
Usa del 2000”.
Enrico Piovesana