03/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



In Serbia le cose sono cambiate. Dopo Karadzic tocca al generale essere catturato
scritto per noi da
Alberto Tundo
 
Dopo Radovan Karadžić toccherà a Ratko Mladić e Goran Hadžić, gli ultimi due latitanti di peso che il Tribunale dell’Aja aspetta di processare per crimini contro l’umanità.

karadzic e mladic, i boia di srebrenicaPer Belgrado, ormai, l’arresto e la cattura dei due latitanti se non è una priorità, poco ci manca. All’inizio del mese, il nuovo capo dei servizi segreti serbi (Bia), Saša Vukadinović, è stato incaricato ufficialmente, dal Consiglio per la sicurezza nazionale, di arrestare Mladić entro e non oltre la fine di agosto. A Belgrado gira voce che il nuovo direttore avrebbe promesso ai funzionari dell’agenzia più in bilico, a causa dei loro vecchi e ingombranti sponsor, di non rimuoverli, in cambio di una veloce localizzazione del ricercato. Perché è inutile girarci intorno: la latitanza di Mladić è stata permessa e sponsorizzata dalla Serbia. Il fatto che gli operativi del Bia abbiano messo le mani su Karadžić è senz’altro un segnale incoraggiante, ma non vanno dimenticate le notevoli differenze tra i due latitanti: l’uno era un politico, l’altro un militare. Entrano in gioco fattori come la lealtà e lo spirito di corpo, aventi un peso non trascurabile. Portare a termine anche questa missione, potrebbe risultare davvero una questione diversa. Karadžić ha vissuto per anni nascondendosi in monasteri. Mladić, invece, protetto da soldati, alcuni dei quali provenienti come lui dalla cittadina bosniaca di Kalinovik. Un rapporto, filtrato dallo spionaggio serbo ai media nel 2006, rivelava che il generale aveva trascorso gli ultimi anni nascosto in diverse caserme e in altre strutture di proprietà dell’esercito, in Serbia e nella Repubblica Serba di Bosnia, guardato a vista da un nucleo di una cinquantina di ufficiali dell’esercito e dei servizi. Questo fino al giugno 2002, quando la Serbia aveva approvato la legge di cooperazione con il Tribunale internazionale.

E dopo quella data, cos’è successo? Probabilmente non è cambiato nulla. A questo proposito, è rivelatrice una storia che risale al 2004. Nell’ottobre di quell’anno, due soldati semplici serbi, Dragan Jakovljević e Drazen Milovanović, morirono in circostanze misteriose. I due erano di guardia ad uno degli accessi della fortezza di Topčider, una struttura sotterranea di proprietà dell’esercito, la cui esistenza è stato il segreto meglio custodito negli ultimi anni, in un Paese in cui notoriamente i segreti durano lo spazio di un mattino. Le fonti ufficiali parlarono di un omicidio/suicidio ma non convinsero quasi nessuno. Già allora, il quotidiano Večernje Novosti ipotizzò che i due piantoni probabilmente avessero riconosciuto qualcuno che non avrebbero dovuto riconoscere: adesso che si sa che Karadžić viveva senza nascondersi, sotto mentite spoglie, non resta che il generale Mladić nel ruolo dell’innominabile che li condannò a morte. Non si tratta solo di congetture. A confermare che la morte dei due militari nascondesse ben altro, fu un sergente venticinquenne disertore, Miroslav Petrović, che al periodico Danas raccontò la sua versione dei fatti del 2004. ''Mladić - raccontò il sottufficiale - ha trascorso gli ultimi mesi a Belgrado sotto la protezione dell’esercito. A giugno si è tenuta una riunione per potenziare il sistema di sicurezza a difesa del generale. Io stesso ho partecipato ad un meeting nella struttura di Topčider e lì ho incontrato ufficiali dell’esercito serbo-bosniaco, incaricati di studiare e bonificare gli itinerari percorsi da Mladić, verso nord e verso la Bosnia''. Petrović aggiunse dettagli importanti sul servizio di protezione, che, a suo dire, era costruito su tre cerchi concentrici, tre livelli che andavano dal primo - aventi funzioni di raccordo e organizzazione - al terzo, quello a stretto contatto col generale, composto dalla guardia pretoriana, uomini scelti, ben addestrati e molto fedeli. ''Mladić - aggiunse Petrović - era a Topčider in ottobre. I due compagni sfortunati lo hanno visto e sono stati eliminati immediatamente''.

il tribunale dell'ajaUna conferma della presenza in Serbia dell’ex generale arriva da una fonte molto autorevole, Rasim Ljajić, alla guida del Consiglio nazionale per la cooperazione, l’organo serbo che tiene i contatti con la corte dell’Aja. La data delle ultime notizie sul ricercato si avvicina ulteriormente ai giorni nostri. Al settimanale tedesco Der Spiegel, Ljajić ha recentemente rivelato che il latitante ha vissuto a Belgrado fino alla fine del 2005, nascondendosi in caserme e in appartamenti “sicuri”, perché ''nessuno in Serbia l’ha mai cercato sul serio. Si temeva un conflitto tra esercito e polizia in caso di un tentativo d’arresto''. Per questo, negli ultimi giorni, si sono moltiplicati gli appelli dello stesso Ljajić e del ministro della Difesa, Dragan Šutanovac, per una resa spontanea. Si sa che i contatti sono in corso, che il generale sta valutando quali garanzie chiedere in cambio. È pura contrattazione. Ancora una volta, come nel caso di Karadžić, l’arresto arriverà quando le pedine sulla scacchiera che conta saranno nelle posizioni giuste. Pochi giorni, sostiene il giornale Blic, più verosimilmente settimane, ma la partita sembra arrivata alle fasi conclusive.

Non è tanto in discussione se accadrà, quanto, piuttosto, quando. È difficile, infatti, pensare che la leadership serba abbia ordinato l’arresto di Karadžić, offrendo il fianco agli attacchi dei nazionalisti, alla solita retorica “patriottica” delle forze più conservatrici, senza prima esser sicura di poter completare l’opera e passare all’incasso. Perché la questione, riassunta ai minimi termini, è la seguente: finché questa trojka di dubbio onore non sarà tutta all’Aja, chi vuole tenere la Serbia sulla porta dell’Unione, a mendicare per avere un posto a tavola, avrà un pretesto importante per continuare a fare muro. Viceversa, una volta che la strada per Bruxelles risultasse definitivamente priva di ostacoli, sarebbe la coalizione al governo, con il Ds di Boris Tadić in testa, a capitalizzare il successo, blindando la propria posizione. Che, almeno al momento, appare quantomeno traballante. Lo dimostra lo stallo dei lavori del Parlamento, bloccati da un’opposizione agguerrita e capace di un efficace ostruzionismo. Ma è soprattutto l’elezione del sindaco di Belgrado che la dice lunga. Dragan Đilas è stato eletto da una coalizione inedita e impensabile, composta dal partito dei pensionati uniti, il Pups, e dai due acerrimi nemici dell’Sps, il partito di Milošević, e dall’Ldp di Čedomir Jovanović, riformisti radicali. Che i più importanti partiti serbi si siano fatti soffiare il sindaco della metropoli, è tutto dire.
Categoria: Diritti, Guerra, Politica
Luogo: Serbia
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