È
difficile, infatti, pensare che la leadership serba abbia ordinato
l’arresto di Karadžić, offrendo il fianco agli attacchi dei
nazionalisti, alla solita retorica “patriottica” delle forze più
conservatrici, senza prima esser sicura di poter completare l’opera
e passare all’incasso.
Perché
la questione, riassunta ai minimi termini, è la seguente:
finché questa trojka di dubbio onore non sarà tutta
all’Aja, chi vuole tenere la Serbia sulla porta dell’Unione, a
mendicare per avere un posto a tavola, avrà un pretesto
importante per continuare a fare muro. Viceversa, una volta che la
strada per Bruxelles risultasse definitivamente priva di ostacoli,
sarebbe la coalizione al governo, con il Ds di Boris Tadić in testa,
a capitalizzare il successo, blindando la propria posizione. Che,
almeno al momento, appare quantomeno traballante. Lo dimostra lo
stallo dei lavori del Parlamento, bloccati da un’opposizione
agguerrita e capace di un efficace ostruzionismo. Ma è
soprattutto l’elezione del sindaco di Belgrado che la dice lunga.
Dragan
Đilas è stato eletto da una coalizione inedita e impensabile,
composta dal partito dei pensionati uniti, il Pups, e dai due
acerrimi nemici dell’Sps, il partito di Milošević, e dall’Ldp
di Čedomir Jovanović, riformisti radicali.
Che
i più importanti partiti serbi si siano fatti soffiare il
sindaco della metropoli, è tutto dire.