01/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A Sarajevo le moschee arabe stipendiano chi si converte all'integralismo
dal nostro inviato
Enrico Piovesana

La moschea di Begova Manca poco alla preghiera di mezzogiorno. Sotto una fitta nevicata Mohamed attraversa il cortile dell’antica moschea di Begova. Dopo essersi tolto le scarpe sui tappeti freddi e umidi davanti all’ingresso, tira fuori dalla tasca un’enorme chiave con cui apre il portone di legno della moschea.
Mohamed, che tutti chiamano Dino, ha trent’anni. Dopo la guerra ha finito gli studi universitari alla madrasa di Sarajevo ed è diventato il guardiano della più grande moschea della città, costruita dagli Ottomani nel 1531.

Mohamed accende tutte le luci interne della moschea mentre già entrano i primi fedeli, che si vanno a sedere qua e là sulla distesa di tappeti, aprono il Corano e iniziano a pregare in silenzio. Sono quasi tutti anziani, pensionati che non avendo nulla da fare hanno tutto il tempo di venire in moschea cinque volte al giorno per pregare e per fare quattro chiacchiere con gli amici sorseggiando un buon chai caldo.

“In Bosnia – spiega Mohamed – siamo musulmani come in Italia siete cattolici. La religione è parte della nostra cultura, delle nostre tradizioni, ma viene vissuta in maniera molto superficiale e poco praticante. Le moschee si riempiono solo il venerdì e le tradizioni vengono rispettate solo durante le feste. Quasi nessuno prega cinque volte la giorno o si astiene dal bere alcolici. E sono pochissime le donne che portano il velo. Dopo la fine dell’ateismo di Stato del periodo comunista abbiamo cominciato a vivere la religione in maniera più libera, noi come gli ortodossi e i cattolici. Ma la nostra società è rimasta fondamentalmente laica e secolarizzata. Insomma, non siamo certo dei fondamentalisti. E non vogliamo diventarlo”.

Mohamed, detto Dino Mohamed indica alcune grandi macchie circolari, appena visibili, sulla volta intonacata della cupola centrale.
“Sono i segni delle granate lanciate dai serbi durante l’assedio. Sono esplose qui dentro la moschea rovinando i muri, che erano di pietra a vista. Subito dopo la guerra volevamo restaurare tutto ma non avevamo i soldi. Un giorno sono arrivati dei religiosi sauditi: ci hanno offerto molti soldi per pagare i lavori, ma in cambio pretendevano che la moschea diventasse di rito wahabita, che secondo loro è l’unico vero Islam. Abbiamo rifiutato. E con il poco denaro che avevamo abbiamo intonacato tutto, in attesa di avere i soldi, un giorno, per restaurare le pareti originali. La nostra storia non è in vendita!”.

“Così i governi dei paesi arabi hanno incominciato a costruire per conto loro delle nuove grandi moschee fuori città, moschee fondamentaliste con imam, provenienti dai paesi arabi, che predicano un Islam radicale e intollerante, lontanissimo dalle nostre tradizioni di moderazione e tolleranza. Per attrarre fedeli hanno usato il denaro, cominciando a stipendiare con 500 euro al mese tutti i capi famiglia che si convertivano al wahabismo accettando di farsi crescere la barba e di imporre il velo integrale alle loro mogli”.

Preghiera nella moschea “Ovviamente, in un paese in cui non c’è lavoro e i pochi che lo hanno guadagnano in media 150 euro al mese, molti, soprattutto giovani, sono finiti in quelle moschee. Ma poi  hanno capito che lì si fa politica, che quell’Islam non ha nulla a che fare con la religione. Così si sono tagliati la barba e sono tornati alla loro vita di sempre. Oggi, grazie anche alla, seppur debole, ripresa dell’economia e dell’occupazione, la propaganda wahabita non ha più molto successo, anche se rimane un serio problema perché gli integralisti provocano divisione nella nostra comunità e rovinano l’immagine dell’Islam bosniaco mettendo in pericolo la convivenza con le altre religioni, che per noi è importantissima”.

E’ quasi mezzogiorno. Un giovane muezzin entra in moschea e si infila in una porticina alta un metro. “E’ l’accesso allo stretto cunicolo a chiocciola che porta sulla cima del minareto”, dice Mohamed. “Per salire, carponi, ci metterà dieci minuti. E per scendere, con le gambe in avanti, quasi mezz’ora. Per questo è un ragazzo di corporatura minuta”.
E’ ora di uscire per non disturbare la preghiera. E di salutare Mohamed, che si congeda consigliando una puntata in periferia.

La moschea re Fahd A un quarto d’ora d’auto dal centro di Sarajevo, nella zona dell’aeroporto, in una squallida periferia di condomini che mostrano ancora evidenti i segni della guerra, c’è infatti la più grande moschea wahabita della città, costruita dai sauditi nel 1997 al costo di dieci milioni di euro. E’ intitolata a re Fahd. Fuori dall’ingresso, le bandiere nere dell’integralismo sventolano sulle bancarelle che vendono copie in arabo del Corano e poster della Mecca. Gli sguardi degli uomini barbuti non sono molto amichevoli e quelli delle donne sono invisibili, nascosti dietro al velo nero integrale che copre testa e viso. Telecamere a circuito chiuso sorvegliano il perimetro dell’alto muro di cinta e l’ingresso della moschea, chiuso per gli ‘infedeli’.

Non resta che guardare da fuori i due alti minareti che svettano sullo sfondo dei palazzi devastati dalle granate e crivellati dai proiettili, dove vivono migliaia di persone senza lavoro e senza futuro.
Guerra e povertà: terreno fertile per l’integralismo, precondizioni senza le quali, semplicemente, non esisterebbe. 

Categoria: Pace, Religione
Luogo: Bosnia Erzegovina
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