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Manca poco alla preghiera di mezzogiorno. Sotto una fitta nevicata
Mohamed attraversa il cortile dell’antica moschea di Begova. Dopo
essersi tolto le scarpe sui tappeti freddi e umidi davanti
all’ingresso, tira fuori dalla tasca un’enorme chiave con cui apre il
portone di legno della moschea.
Mohamed, che tutti chiamano Dino, ha trent’anni. Dopo la guerra ha
finito gli studi universitari alla madrasa di Sarajevo ed è diventato
il guardiano della più grande moschea della città, costruita dagli
Ottomani nel 1531.
Mohamed accende tutte le luci interne della moschea mentre già entrano
i primi fedeli, che si vanno a sedere qua e là sulla distesa di
tappeti, aprono il Corano e iniziano a pregare in silenzio. Sono quasi
tutti anziani, pensionati che non avendo nulla da fare hanno tutto il
tempo di venire in moschea cinque volte al giorno per pregare e per
fare quattro chiacchiere con gli amici sorseggiando un buon chai caldo.
“In Bosnia – spiega Mohamed – siamo musulmani come in Italia siete
cattolici. La religione è parte della nostra cultura, delle nostre
tradizioni, ma viene vissuta in maniera molto superficiale e poco
praticante. Le moschee si riempiono solo il venerdì e le tradizioni
vengono rispettate solo durante le feste. Quasi nessuno prega cinque
volte la giorno o si astiene dal bere alcolici. E sono pochissime le
donne che portano il velo. Dopo la fine dell’ateismo di Stato del
periodo comunista abbiamo cominciato a vivere la religione in maniera
più libera, noi come gli ortodossi e i cattolici. Ma la nostra società
è rimasta fondamentalmente laica e secolarizzata. Insomma, non siamo
certo dei fondamentalisti. E non vogliamo diventarlo”.
Mohamed indica alcune grandi macchie circolari, appena visibili, sulla
volta intonacata della cupola centrale.
“Sono i segni delle granate
lanciate dai serbi durante l’assedio. Sono esplose qui dentro la
moschea rovinando i muri, che erano di pietra a vista. Subito dopo la
guerra volevamo restaurare tutto ma non avevamo i soldi. Un giorno sono
arrivati dei religiosi sauditi: ci hanno offerto molti soldi per pagare
i lavori, ma in cambio pretendevano che la moschea diventasse di rito
wahabita, che secondo loro è l’unico vero Islam. Abbiamo rifiutato. E
con il poco denaro che avevamo abbiamo intonacato tutto, in attesa di
avere i soldi, un giorno, per restaurare le pareti originali. La nostra
storia non è in vendita!”.
“Così i governi dei paesi arabi hanno incominciato a costruire per
conto loro delle nuove grandi moschee fuori città, moschee
fondamentaliste con imam, provenienti dai paesi arabi, che predicano un
Islam radicale e intollerante, lontanissimo dalle nostre tradizioni di
moderazione e tolleranza. Per attrarre fedeli hanno usato il denaro,
cominciando a stipendiare con 500 euro al mese tutti i capi famiglia
che si convertivano al wahabismo accettando di farsi crescere la barba
e di imporre il velo integrale alle loro mogli”.
“Ovviamente, in un paese in cui non c’è lavoro e i pochi che lo hanno
guadagnano in media 150 euro al mese, molti, soprattutto giovani, sono
finiti in quelle moschee. Ma poi hanno capito che lì si fa
politica, che quell’Islam non ha nulla a che fare con la religione.
Così si sono tagliati la barba e sono tornati alla loro vita di sempre.
Oggi, grazie anche alla, seppur debole, ripresa dell’economia e
dell’occupazione, la propaganda wahabita non ha più molto successo,
anche se rimane un serio problema perché gli integralisti provocano
divisione nella nostra comunità e rovinano l’immagine dell’Islam
bosniaco mettendo in pericolo la convivenza con le altre religioni, che
per noi è importantissima”.
E’ quasi mezzogiorno. Un giovane muezzin entra in moschea e si infila
in una porticina alta un metro. “E’ l’accesso allo stretto cunicolo a
chiocciola che porta sulla cima del minareto”, dice Mohamed. “Per
salire, carponi, ci metterà dieci minuti. E per scendere, con le gambe
in avanti, quasi mezz’ora. Per questo è un ragazzo di corporatura
minuta”.
E’ ora di uscire per non disturbare la preghiera. E di salutare Mohamed, che si
congeda consigliando una puntata in periferia.
A un quarto d’ora d’auto dal centro di Sarajevo, nella zona
dell’aeroporto, in una squallida periferia di condomini che mostrano
ancora evidenti i segni della guerra, c’è infatti la più grande moschea
wahabita della città, costruita dai sauditi nel 1997 al costo di dieci
milioni di euro. E’ intitolata a re Fahd. Fuori dall’ingresso, le
bandiere nere dell’integralismo sventolano sulle bancarelle che vendono
copie in arabo del Corano e poster della Mecca. Gli sguardi degli
uomini barbuti non sono molto amichevoli e quelli delle donne sono
invisibili, nascosti dietro al velo nero integrale che copre testa
e viso. Telecamere a circuito chiuso sorvegliano il perimetro dell’alto
muro di cinta e l’ingresso della moschea, chiuso per gli ‘infedeli’.
Non resta che guardare da fuori i due alti minareti che svettano sullo
sfondo dei palazzi devastati dalle granate e crivellati dai proiettili,
dove vivono migliaia di persone senza lavoro e senza futuro.
Guerra e povertà: terreno fertile per l’integralismo, precondizioni senza le quali,
semplicemente, non esisterebbe.