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Finora il partito ha deciso di annullare solo il primo giorno della convention,
che avrebbe dovuto aprirsi lunedì sera con un discorso del presidente Bush. A
quasi tre anni esatti di distanza dal disastro causato dall’uragano Katrina a
New Orleans e nel Mississippi, le cui conseguenze sulla popolazione furono sottovalutate
dalla Casa Bianca, era decisamente inappropriato rischiare un nuovo disastro d’immagine
facendo parlare Bush di fronte a festanti sostenitori: fu proprio la lentezza
dei soccorsi a New Orleans a far iniziare la precipitosa discesa dei consensi
per Bush, più del pantano iracheno. Annullare il discorso del presidente era quindi
d’obbligo.
Il candidato repubblicano finora non ha sbagliato una mossa. Si è presentato
nella fascia costiera del Mississippi, insieme alla vice Sarah Palin, per essere
aggiornato sulla situazione. E da lì, con in testa il solito cappellino della
Marina, ha detto alle telecamere che l’inizio della convention era slittato. “E’
il momento di toglierci i panni repubblicani per metterci i panni americani”,
ha detto. L’immagine che ha dato è quella di un leader che ha il polso della situazione,
quasi di un vero comandante in capo in quel momento: come se fosse lui, il presidente.
In confronto, Obama appare invece assente: ha annunciato aiuti finanziari alle
persone colpite, ha detto che la sua rete di volontari potrebbe essere dispiegata
nelle aree del disastro per dare una mano. Ma sembra distante, istituzionale,
superfluo. Non come McCain. Che al contrario del rivale appare paludato nei discorsi,
non ispira milioni di americani con le sue parole, ma parla con la pacatezza del
rassicurante padre di famiglia che cerchi nei momenti di difficoltà. E attenzione:
uragano Gustav a parte, anche l’America ora è in difficoltà. Alessandro Ursic