Nell'ex Birmania le minoranze sono colpite dalle più gravi violazioni dei diritti umani
Negli ultimi due mesi centinaia di famiglie del popolo dei Mon stanno fuggendo
dal Myanmar - la Birmania di un tempo – verso il confine tailandese. “La mia casa
e altre sei sono state distrutte e bruciate dall’esercito birmano”, dice Mi Doot,
un’anziana signora arrivata da alcuni giorni in un campo per sfollati. I militari
accusano i civili Mon di sostenere la guerriglia e li rapiscono per impiegarli
come portatori dell’esercito. Molti rifugiati portano con sé storie di torture,
uccisioni, stupri, estorsioni e riduzioni in schiavitù. Abusi, ordinati dal governo
dei militari, che non risparmiano il resto della popolazione civile a maggioranza
birmana e soprattutto le altre minoranze.
Il Myanmar si estende tra Asia meridionale e Indocina ed è abitato da decine
di popolazioni diverse. La giunta ne riconosce ‘solo’ 135, ma ce ne sono molte
altre a cui i dittatori non concedono un documento di identità. In tutto rappresenterebbero
un terzo di 48 milioni di abitanti. La maggior parte si trovano in sette principali
stati dell’Unione birmana, di cui portano anche il nome: Shan, Kayah, Karen, Mon,
Chin, Kachin e Rakhine. Alcune di queste regioni sono nominate black area, ‘zone nere’ inaccessibili agli stranieri e teatro di guerre interminabili tra
i movimenti separatisti e il tatmadaw, l’esercito governativo. L’Unione birmana è nata infatti nel 1948, con la fine
della colonizzazione britannica, ma i suoi sette stati e le sue sette divisioni
non hanno mai goduto di una vera autonomia. Per centinaia di chilometri si distendono
montagne, colline e valli disseminate di mine, province fortemente militarizzate
poste sotto il controllo del tatmadaw, della guerriglia o dei signori della guerra e della droga: il Myanmar è il
secondo produttore d’oppio al mondo dopo l’Afghanistan.
Religioni. Nei villaggi delle minoranze i militari fanno razzia di ogni bene in nome del
‘programma di autosufficienza’, secondo cui le truppe devono provvedere da sole
al proprio sostentamento. Moltissimi civili sono poi costretti a coltivare il
riso per il tatmadaw, senza ricevere nulla in cambio. Spesso l’esercito impedisce loro di andare
a scuola, di parlare la propria lingua e di pregare. La religione ufficiale del
Myanmar è il buddismo theravada, ma nel Paese ci sono gruppi di ogni credo. I
Chin sono quasi tutti cristiani protestanti, ma le autorità stanno cercando di
convertirli al buddismo. Per questo hanno inviato diversi monaci nella provincia.
Alcuni preti sono stati imprigionati e diverse chiese sono state date alle fiamme.
Guerre e accordi. I militari sono al potere dal 1962, ma solo dopo il 1988, anno delle prime proteste
popolari per la democrazia hanno iniziato una serie di negoziati con i gruppi
ribelli che hanno portato alla proclamazione di almeno 17 cessate il fuoco. Al
momento tre grandi movimenti armati continuano a combattere il Consiglio di stato
per la pace e lo sviluppo (Spdc), come viene anche chiamata la giunta: l’Esercito
dello stato Shan del sud (SSA-South), il Partito progressista nazionale Karenni
(KNPP) e l’Unione nazionale Karen (KNU). Con quest’ultimo, nel dicembre 2003,
è stato però raggiunto un accordo verbale che secondo gli osservatori ha fatto
diminuire gli scontri. Ma non gli abusi: dal gennaio scorso l’esercito governativo
muove attacchi contro i civili Karen, bruciando villaggi e costringendo gli abitanti
ad andare nei campi di lavoro. Si conta che nel primo mese del 2004 almeno 5mila
persone hanno lasciato le loro case per la paura di essere deportate o addirittura
torturate e uccise. L’ong americana Us Campaign for Burma ha documentato in pochi scatti lo sfollamento forzato di 230 persone a 50 miglia
dalla frontiera tailandese: donne coi neonati sulle spalle e bambini piegati sotto
ceste di bambù che si facevano strada nella giungla. Secondo fonti umanitarie,
i militari avrebbero anche usato lo stupro come arma di guerra, rievocando quanto
accaduto in Bosnia a metà degli anni novanta.