Sudafrica, i mondiali di calcio del 2010 si stanno rivelando un clamoroso scandalo politico, economico e umanitario
Scritto da
Lorenzo Zacchetti *
15 maggio 2004. Al World Trade Center di Zurigo Sepp Blatter ha un sorriso che
gli taglia la faccia da un orecchio all’altro. “Ha vinto il Sudafrica, ha vinto
il calcio”, guaisce il presidente della Fifa, trattenendo a stento una commozione
di circostanza. L’assegnazione del Mondiale 2010 ai “Bafana Bafana” fu in realtà
tutt’altro che un moto del cuore, bensì il frutto di precisi calcoli politici.

Lo spiegò bene la delegazione marocchina, sconfitta con 4 voti di scarto quando
sentiva di avere la vittoria in tasca: “Blatter è il padre-padrone della Fifa
e ha usato tutta la sua influenza per orientare la votazione”. Libia e Tunisia
si erano già ritirate, su consiglio-ordine del dirigente svizzero, mentre l’Egitto
non ha preso la miseria di un voto: “Non mi illudevo di vincere -commentò il segretario
della federcalcio Adly al-Qaei- ma non aver ottenuto nemmeno una preferenza mi
lascia sbigottito”.
La Fifa aveva da tempo enunciato il principio della rotazione tra i continenti
e quindi era chiaro che la Coppa del Mondo dovesse andare per la prima volta in
Africa. Non era ufficiale -ma era altrettanto scontato- che tra i vari paesi in
corsa avrebbe vinto il Sudafrica, per una serie di motivi. Blatter era in debito
con Johannesburg, il cui voto era stato determinante per la sua elezione a presidente
della Fifa. Al Sudafrica era già stato promesso il Mondiale 2006, ma una serie
di interessi economici convergenti lo aveva dirottato alla Germania, che vinse
tra le polemiche con un solo voto in più dei “Bafana-Bafana”.

Tornando indietro nel tempo, ritroviamo Blatter tra i membri di quel Comitato
Olimpico che nel ‘76 sancì l’embargo sportivo contro il Sudafrica razzista. I
tempi sono cambiati e nel 2004 ricorreva il decennale dell’elezione del leader
nero Nelson Mandela nel primo parlamento democratico della storia del paese. Impossibile
dire ancora di no a uno dei pochi veri eroi tuttora viventi sul nostro malandato
pianeta, una leggenda presente a Zurigo insieme agli altri protagonisti della
fine dell’apartheid: l’ex presidente De Klerk e il vescovo anglicano Desmond Tutu.
Tre premi Nobel e una Coppa del Mondo: nello scenario dipinto dall’opportunista
Blatter ogni tassello pareva perfettamente collocato.
Quattro anni dopo -e a soli due dal calcio d’inizio- il quadro è radicalmente
cambiato. Blatter si rimangia ogni entusiasmo e parla di un “piano-B” per l’organizzazione
del Mondiale. Se il Sudafrica non dovesse farcela, il torneo passerebbe ad un
altro paese: l’Australia o la Germania, con Spagna e USA riserve delle riserve.
“Sarei negligente a non aver pensato ad un’alternativa”, aggiunge il plenipotenziario
della Fifa, dribblando senza vergogna il ridicolo. Il test decisivo sarà la Confederations
Cup che si giocherà dal 14 al 28 giugno 2009: o la macchina organizzativa sarà
pronta o tanti saluti al primo Mondiale africano. Ma cosa è successo di così drammatico
in questi quattro anni da spingere la Fifa verso un voltafaccia che non avrebbe
precedenti nella storia?

Praticamente nulla: il Sudafrica ha numerosi problemi, ma tutti già noti prima
del 2004. Il quadro generale è drammatico. Abolite le differenze razziali, persistono
quelle economiche. C’è una nuova classe media di persone di colore che vive agiatamente,
mentre nelle township si muore di fame e carenze igieniche. La disoccupazione
è al 30% (8 milioni di persone), con una larga fetta di cittadini sotto la soglia
della povertà, ma, siccome c’è sempre chi sta peggio, da paesi come Zimbabwe,
Ruanda, Mozambico e Burundi è arrivato un nutrito carico di disperati. I sudafricani
li vivono come una minaccia, dando vita ad una guerra tra poveri che produce sommosse,
scippi, aggressioni nelle strade e furti nelle poche case dove c’è qualcosa da
rubare. Ogni giorno si registrano 1.400 nuovi casi di contagio da Aids e non si
può evitare di rimanere sbalorditi di fronte al fatto che il governo abbia preso
i soldi destinati alla costruzione di due ospedali a Northern Cape per rimpinguare
il budget della Coppa del Mondo.

Danny Jordaan, presidente del comitato organizzatore, si giustifica così: “Non
si può dire che l’assistenza medica sia in crisi per colpa del Mondiale, visto
che lo era già da prima. I soldi destinati al torneo devono essere visti come
un investimento che produrrà benessere per tutti, come è già accaduto per esempio
in Venezuela con la Coppa America 2007. Il Sudafrica vuole essere presente su
tutti i mercati globali e il calcio ci sta dando una grande occasione. Se ci lasceranno
il Mondiale, ne faremo l’edizione di maggior successo della storia. Germania 2006
generò un volume di affari di 2,8 miliardi di dollari, mentre noi siamo già a
quota 3,2 e abbiamo conferme per l’80% dei contratti di sponsorizzazione”.
Tutto preso a saldare i suoi debiti personali, Blatter ha assegnato la Coppa
del Mondo omettendo di prestare la giusta attenzione ad una situazione facilmente
osservabile. La Fifa non ha brillato per lungimiranza e, guarda caso, lo stesso
di può dire della Uefa, visto che gli Europei 2012 assegnati a Polonia e Ucraina
presentano altrettanti punti interrogativi. A peggiorare la situazione, in Sudafrica
ci si è messo un impressionante aumento dei costi. Rispetto alle previsioni, si
spenderà il 33% in più, ovvero un totale di circa 384 milioni di dollari. Soldi,
tra l’altro, che il governo non ha e che dovrebbero essere messi dalle banche,
le quali ovviamente li vorranno indietro con gli interessi. Preoccupa la mancanza
di infrastrutture e servizi (c’è carenza di autobus, taxi e auto a noleggio),
ma il nodo cruciale sono gli stadi. Sebbene Jordaan si vanti del fatto che cinque
progetti edilizi dei sei più importanti siano in anticipo sulla tabella di marcia,
i conti non tornano. Per lo stadio di Città del Capo, i costi sono saliti di oltre
il 54% rispetto al preventivo e, ciò nonostante, non è sicuro che sarà pronto
entro la deadline del marzo 2009, mentre per quello di Durban siamo ad un incremento
del 18%. Ci sarebbe anche lo stadio di Port Elizabeth, intitolato a Mandela, con
costi impennati del 20%. In questo caso, però, le preoccupazioni maggiori riguardano
l’avanzamento dei lavori: per ora è stato escluso dalle sedi della Confederations
Cup, per il Mondiale si vedrà.