01/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Morti a Kuwait City e centinaia di arresti nel sultanato. Gli alleati Usa e il fondamentalismo
“Il governo riafferma la sua determinazione nel combattere questi gruppi deviati che attentano alla sicurezza dello Stato”. Il commento del portavoce del ministero degli Interni del Kuwait vorrebbe essere rassicurante, ma non riesce a nascondere una certa preoccupazione. Ieri, in uno scontro a fuoco nel distretto di Salmiya, a 20 chilometri a est della capitale Kuwait City, sono morti quattro presunti terroristi e un agente dei servizi segreti del Paese. Quattro agenti e un terrorista sono rimasti feriti nel corso della stessa azione. 
 
operazioni di poliziaDegenerazione. Fonti della sicurezza kuwaitiana hanno inoltre fatto sapere di essere riusciti ad arrestare Amer Khlaif al-Enezi, ritenuto l'uomo di Osama bin Laden in Kuwait. Non c'è molto da festeggiare però, in un Paese che mai prima d'ora aveva conosciuto la violenza integralista. L'episodio di ieri segue di due settimane un altro scontro a fuoco tra forze dell'ordine e militanti armati. Anche in quella occasione i morti furono cinque. Il Kuwait, alleato storico degli Stati Uniti nella zona del Golfo, si trova a fronteggiare un fenomeno nuovo, ma non per questo meno pericoloso. Il 29 gennaio scorso a Kuwait City è stato fondato il Partito dell'Umma. Hakim al-Mutari, segretario generale della nuova formazione politica, nel corso della conferenza stampa nella capitale ha chiaramente identificato il movimento come il portavoce dell'Islam “puro”, cioè della versione salafita dello stesso, integralista e, almeno in Algeria, vicina alla lotta armata. Al-Mutari, che in passato era il segretario del Movimento salafita kuwaitiano, si è detto fautore dell'alternanza democratica e, contando su 40 deputati in Parlamento, ha richiesto la modifica della costituzione del Kuwait in modo da permettere l'esistenza di veri e propri partiti e non solo di movimenti come adesso.
 
donne a muscatEffetto domino. Ma il Kuwait non è l'unico Paese del Golfo che si trova ad affrontare derive fondamentaliste. Basta pensare all'Arabia Saudita per rendersi conto che c'è chi sta peggio. Quello che differenzia il Kuwait da altri fenomeni simili della regione è l'assoluta novità rappresentata dall'integralismo islamico come l'Oman. Il 27 gennaio scorso le agenzie stampa del mondo diffondono una notizia allarmante: le autorità dell'Oman, nel corso di una operazione di sicurezza durata alcune settimane, hanno arrestato più di 400 sospetti terroristi. Avete capito bene: 400. Un dato assolutamente inquietante, soprattutto per un Paese che non conosce episodi di integralismo e violenza da molto tempo, per la precisione dal 1994, quando il sultano condannò a morte i vertici di una organizzazione terroristica. Secondo le accuse della magistratura omanita, il gruppo stava pianificando un attentato durante la fiera di Muscat, la capitale del sultanato, che è gestita e organizzata da ambienti diplomatici occidentali. L'allarme è alto, nonostante il governo tenti di ridimensionare l'episodio. La rete di terroristi è stata sgominata per puro caso quando, per un controllo di polizia, in un'auto è stato trovato un quantitativo ingente di esplosivo. Fonti non confermate parlano anche di funzionari militari e di polizia coinvolti nella rete del terrore e questo indicherebbe che la rete è molto meglio inserita nel tessuto politico del sultanato di quanto sembri. Inoltre pare che, il giorno della fine della festa dell'Haj, ci sia stata una esplosione a Muscat, ma l'Oman non conferma tentando di rassicurare gli osservatori e gli investitori occidentali sulla sicurezza del Paese e i portavoce della polizia hanno tenuto a precisare che “si tratta d'islamisti integralisti, ma non pericolosi come i sauditi”. Poco confortante.
 

moschea a muscatQuanti Iraq? Mentre gli Stati Uniti festeggiano la vittoria del giorno delle elezioni in Iraq, se si evita di considerare i 40 morti che hanno insanguinato i seggi, sembra che si aprano nuovi fronti nella lotta al terrorismo fondamentalista islamico. E che le crepe si aprano dove Washington meno se le aspetta, cioè nei Paesi che da sempre nella regione hanno scelto un atteggiamento filo-occidentale, come il Kuwait e l'Oman appunto. L'effetto destabilizzante dell'occupazione in Iraq, almeno nel lungo periodo, poteva far pensare a fenomeni del genere, ma sembra che il processo di radicalizzazione dello scontro stia subendo un'accelerazione vertiginosa. Inoltre se, come appare più che possibile, i risultati ufficiali premieranno in larga misura gli sciiti in Iraq, potrebbe porsi il problema di un grande e ricco Paese sciita accanto all'Iran e questo scompaginerebbe quell'equilibrio politico-religioso che ha visto sempre i sunniti dominatori dell'area del Golfo. Nuove nubi si addensano sulla politica estera degli Stati Uniti e non si capisce ancora se nascondano nuovi al-Zarqawi.

Christian Elia

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