01/09/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



I popoli amazzonici hanno avuto la meglio sul governo che voleva svendere le loro terre in nome del petrolio
scritto per noi da
Alessia Marucci
 
“Se si deroga questo Decreto (1015) la sola cosa che si farà è mantenere per un secolo ancora le nostre comunità contadine nell'esclusione e marginalità”.
Sono le parole del Presidente del Perù Alan García e il Decreto al quale si riferisce era una delle tante cause dello sciopero e delle proteste che dal 9 agosto i popoli amazzonici hanno portato avanti.
 
indigeno amazzonicoI decreti affossati. I popoli indigeni amazzonici e la federazione nazionale indigena Aidesep hanno chiesto la deroga dei decreti legislativi 1015 e 1073, imposti senza dialogo né concertazione come invece prevede l'articolo 6 della Convenzione dei Popoli Indigeni 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro firmata e ratificata dallo Stato peuviano nel 1994.
Questi decreti legislativi facilitano la vendita di terra e risorse riducendo il numero di voti necessari, all’interno di una comunità, per autorizzarla: si passa dai due terzi di voti favorevoli al 50 percento.
Per García non poter s-vendere la terra equivale ad una occasione persa, “un giorno ricorderemo il Perù di questo periodo come al momento in cui il cambio del paese è stato interrotto” ha dichiarato.
 
Diritti rivendicati. Lo sciopero è il iniziato il 9 agosto, Giornata internazionale dei Popoli Indigeni, istituita dalle Nazioni Unite nel 1994, tredici anni prima dell’adozione della Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni. Non c’è maniera migliore di commemorare questa giornata che quella di rivendicare i diritti minacciati e violati dal governo di García, con decreti che nascono nel quadro di implementazione del Trattato di Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti.  A chi dovrebbero poter vendere le loro terre le comunità?
Alle imprese multinazionali che installano miniere e centri di estrazione di gas e petrolio.
 
indigeni con llamasIl 72 percento. Uno studio dell’Università di Duke (Usa) rivela che il 72 percento della selva (49 milioni di ettari) è venduto, lottizzato. Nel 2005 meno del 15 percento dell'Amazzonia era occupato da lotti petroliferi e gassiferi; nel 2006 è salito al 50 percento e oggigiorno supera il 72 percento.    
Se la selva muore muoiono anche i popoli nativi che lì vivono da sempre: non si considerano come padroni della terra ma come suoi figli.
Quando si insedia un' impresa estrattiva, gli equilibri delle comunità si spezzano, arrivano l'alcol, le malattie derivate dalle sostanze tossiche riversate nei fiumi, arriva una forma di lavoro sconosciuta che sfrutta la terra e l'uomo.
Non solo distruzione di un habitat, ma anche di un intero bagaglio culturale, di un complesso sistema di credenze che vede nella natura un essere vivente, una madre, e l'atto di contaminazione corrisponde, quindi, ad un atto di morte.
 
indigeno con la conchigliaPrimo passo. Ma una battaglia è stata  vinta: venerdì 22 di agosto il Congresso ha derogato i due decreti menzionati. “Non bisogna abbassare la guardia” dicono le organizzazioni che hanno aderito allo sciopero. Rimangono molti decreti legge che minano l'integrità socio-ambientale dell'Amazzonia, ma sicuramente adesso si riparte con uno spirito nuovo.
In questi giorni i popoli della selva hanno dimostrato di sapersi organizzare, di essere uniti nella lotta e di poter arrivare fino a Lima, fino al Congresso per rivendicare i propri diritti.
Antonio Iviche, presidente della Federazione Nativa del Rio Madre de Dios, dice: “Se stai a Lima puoi fare la storia del Perù, esisti nel Perù, ma più ti allontani, più perdi le possibilità di stare presente. Però oggi la storia l'abbiamo scritta noi. Siamo protagonisti, grazie a tutte le comunità unite con lo stesso obiettivo”.
Parole chiave: amazzonia, petrolio, indigeni, perù, garcia, indios
Categoria: Diritti
Luogo: Perù