Era dal 2006 che non tornavo a Pechino.
L'avevo lasciata, allora, come un enorme cantiere a cielo aperto, una città grande
come una regione italiana interamente sottoposta a maxi-interventi di chirurgia,
talora solo estetica ("lifting" a vecchi palazzi e case, restauro di templi e
affreschi), talora propriamente strutturale (nuove strade e infrastrutture).
La sensazione era quella del brutto anatroccolo che si prepara all'appuntamento
con l'uomo della sua vita, e non puo fallirlo.
E' il penultimo giorno dei Giochi; uscito dall'aeroporto, la fila d'attesa per il taxi scorre velocemente.
Il taxi sfreccia sulla superstrada che collega l'aeroporto alla citta: chilometri di asfalto, pochissime le macchine,
molti di più gli stendardi celebrativi delle Olimpiadi, quasi uno ogni 20 metri.
Lo skyline è, lo vedo, diverso rispetto a due anni fa: molti i nuovi grattacieli, le nuove sagome dell'orizzonte di Pechino. Diverso
però da quello di Shanghai: lì prevale l'altezza, la verticalità, missili
che fanno decollare il miracolo economico cinese. A Pechino i palazzi in vetro
e acciaio sono larghi, imponenti, pachidermici, potenti e pesanti, e ricordano
a ogni angolo che il centro del potere, in Cina è, e sarà, sempre qui.
I tassisti rappresentano per me una categoria umana molto interessante. Da un lato sono molto rappresentativi del cosiddetto "cinese medio" dal punto
di vista sociale e culturale. Dall'altro, sono certamente una delle categorie
più esposte al contatto con stranieri e forestieri. Mi piace parlare con loro
e sentire le loro opinioni.
"Domani finiscono i giochi!", esordisco io.
Silenzio del tassista.
"Domani finiscono i giochi. Sentiremo tutti un po' di vuoto, anche io che sono
straniero ma vivo in Cina. Che ne dice lei?" insisto io.
"Sinceramente.... i Giochi ci hanno dato molta gloria, tutto il mondo adesso sa che siamo forti. Però, per me, anche molto fastidio",
finalmente risponde lui, con il suo inconfondibile accento pechinese che pare
un po' quello svedese di Fantozzi (stile "patata in bocca e imbuto").
"In che senso?" chiedo.
"Mah.... tante piccole cose... prima delle Olimpiadi noi tassisti a Pechino eravamo
solo 60.000. Adesso le licenze sono 80.000, c'è quindi meno lavoro per tutti"
spiega lui.
Ecco perché all'aeroporto non c'era coda per i taxi!
"Poi, guarda la terza corsia della superstrada. E' riservata solo alle macchine accreditate per le Olimpiadi, che hanno un
badge elettronico speciale. Solo loro possono andarci, cosi evitano le code. Se ci andassi io, prenderei
una multa di 1000 RMB! Per cui, adesso la superstrada ha solo 2 corsie utilizzabili,
le code si moltiplicano" prosegue lui.
Ossia un terzo del suo stipendio, penso io.
In realtà, trovo normale che per un evento di questo tipo vengano adottate misure,
come dire, "olimpiche".
"Pero oggi c'è poca gente in giro. La strada è deserta. Come mai? Stanno tutti in casa a vedere le olimpiadi?"
Lui ride: "No, certo che no. Molti le guardano, ma oggi è sabato, tanti si fanno
una gita fuori porta.".
Il pomeriggio, vado a mangiare un piatto di spaghetti saltati in uno dei miei hutong preferiti, il celebre Dashilar. Lo lasciai nel 2006 come
un vicolo lungo, affollato, stretto e puzzolente.
Lungo, è rimasto lungo; ma è stato sgomberato da tutte le bancarelle e le strutture
mobili che lo strozzavano, e quindi è meno stretto e affollato; soprattutto, è
più pulito e non vi è traccia dei cattivi odori che mi erano rimasti impressi
nella memoria (e nelle narici) due anni fa.
Molti i nuovi negozietti turistici, molti i turisti. Del resto, se non sfruttano
il momento ora.
D'acchito, mi sento un po deluso. Camminando, però, mi rendo conto che dopo neanche duecento metri i negozietti
turistici finiscono, e così pure i turisti; Dashilar mi pare ripulita, restaurata,
ma non snaturata.
I cinesi continuano a uscir di casa in pigiama e mutandoni per andare a far due chiacchiere in strada; magari adesso due parole
in più di inglese le sanno ("hello my friend, come to have a look to my shop")
ma basta dare una risposta appena fuori dal loro repertorio del tipo "sorry, I
am not interested") che già tutto ritorna alla normalità (leggi una loro insensata erplica del tipo "yes, we are very good quality").
L'operazione di lifting mi pare fatta con intelligenza e discrezione. Certo, poi mi reco a Wangfujing a rivedere gli stand che vendono spiedini di
insetti e ci ritrovo sì tutti i miei scarafaggi e scorpioni, ma nessuno degli
hutong adiacenti che avevo visitato nel 2006.
Qui hanno buttato giù tutto.
La sera, l'ultima delle olimpiadi, eccomi a Sanlitun, la celebre via di locali e "localini"(quelli che le guide Lonely Planet segnalano
con uno smile) di Pechino.
Qui, il clima olimpico è al top.
Le strade sono letteralmente invase: cinesi e turisti venuti da ogni parte del
mondo per assistere alla magia delle Olimpiadi. Fino a notte tarda i tavolini
sui marciapiedi sono letteralmente affollati; i prezzi, beh, pure loro sono "olimpici",
almeno per questo mese.
Al tavolo di fianco al mio una colonia di scandinavi vestiti con le bandiere della Finalndia e della Norvegia assiste alla finale
del giavellotto. Alla fine, il norvegese festeggia, nonostante i finnici si piazzino
3, 4 e 5. Ma tutto finisce con birra e risate.
Molti gli atleti non più in gara a passeggiare e bere nei locali di Sanlitun,
incuriositi dalla scoperta delle mille facce di questa Cina.
Alle toilette del pub un cartello recita in inglese piu o meno cosi: "vietato lo spaccio di droghe, vietata la prostituzione
e il gioco d'azzardo. Stranieri, se volete segnalare violazioni di queste regole
chiamate questo numero verde".
Torno al mio tavolo, mi guardo intorno: dubito che i due attempati "albioni"
di fianco a me chiameranno il numero verde per segnalare che le due cinesine con
loro praticano la più antica arte del mondo.... ma, certo, probabilmente un paio
di mesi fa la situazione di Sanlitun sarebba stata molto più sfacciata. Tipo la
famigerata Tongren Lu a Shanghai.
Concludo, alle 5 del mattino, la mia ispezione di Pechino. I primi chiarori già annunciano l'alba; il taxi attraversa Tian An Men. Esattamente
di fronte all'ingresso della città proibita, sotto la maxi immagine di Mao per
intenderci, un centinaio di cinesi già si raggruppa per prendere il posto e assistere
alla partenza della maratona, da lì a tre ore.
Interpello il taxista, anche per accertarmi che non sia vittima anche lui dei colpi di sonno: "Domani
finisce tutto. E poi?"
Risponde: "E poi? Beh, riprende la vita di ogni giorno. In realtà, quella non
si è mai fermata".