Non abbastanza, per alcuni. E lui non si è mai posto come il "candidato nero". Ma stavolta il voto degli afro-americani potrebbe essere decisivo
Con la prospettiva di eleggere il primo presidente nero nella storia degli Stati
Uniti, in queste elezioni gli afro-americani hanno per la prima volta la possibilità
di far contare davvero il loro voto, facendo girare la bilancia in alcuni stati
che fino a poco tempo fa i repubblicani consideravano vinti in partenza. Ma al
contempo, non volendo farsi appiccicare l’etichetta di “candidato dei neri”, Barack
Obama non ha coltivato particolarmente l’elettorato afro-americano. E questo,
unito alle sue origini miste, porta qualcuno ad accusarlo di “non essere abbastanza
nero”.

Poche ore prima che il discorso di Michelle Obama chiudesse il primo giorno della
convention dei democratici a Denver, stavo ascoltando alla radio un programma
condotto da una dj che cercava in tutti i modi di mobilitare gli elettori afro-americani
in favore di Obama. E’ un appuntamento storico, ricordava: fino a quaranta anni
fa i neri erano segregati, ora uno di loro potrebbe diventare presidente. Tra
le chiamate degli ascoltatori, ce n’è stata però anche una di un ragazzo che parlava
in slang, tutto rap e “c’mon, baby”, e che si lamentava di come non senta niente
di particolare per Obama. “Non parla mai in nostro favore”, ha detto, “non lo
sento mai prendere le difese degli afro-americani. Sua madre è bianca, il padre
era uno studente del Kenya. Obama non parla per me”.
La telefonata potrebbe benissimo essere stata preparata a tavolino dalla regia,
dato che ha fornito eccellenti argomenti alla presentatrice per solleticare ulteriormente
l’orgoglio degli afro-americani. Ma comunque sia, l’accusa di non essere “black
enough” viene mossa a Obama da prima che iniziassero le primarie. Il candidato
democratico è nero da parte del padre, sì, ma tra i suoi antenati non ci sono
schiavi delle piantagioni americane. Soprattutto, conscio che non avrebbe possibilità
di vittoria se si facesse portavoce delle rivendicazioni dei neri giudicate spesso
troppo rancorose in America, Obama ha saputo da subito staccarsi dalle immagini
di Jesse Jackson e Al Sharpton, le due icone politiche della comunità afro-americana.
L’anno scorso, mentre in Louisiana una marcia di attivisti sfilava in favore dei
“Jena Six” nella più grande protesta per i diritti dei neri dagli anni Sessanta,
Obama disse che non poteva partecipare perché aveva un’importante votazione al
Senato.

L’accusa di non essere “abbastanza nero” rimane comunque nettamente minoritaria.
“E’ ridicolo che qualcuno lo pensi”, mi dice la cameriera afro-americana di un
ristorante di Lafayette, in Louisiana. “Non ha senso dire una cosa del genere.
E lo dico anche se non mi sono ancora informata su quali siano le sue posizioni
politiche. E’ nero, come me, e se venisse eletto sarei orgogliosa”. Le sue colleghe
concordano, e andranno tutte a votare a novembre.
Gli afro-americani sono tradizionalmente una sicurezza per il partito democratico,
con punte di consenso intorno al 90 percento. Il problema, per loro, è che gli
stati dove è più alta la concentrazione di neri sono anche quelli che da trent’anni
i repubblicani vincono sistematicamente. Da quando il presidente Lyndon Johnson
promulgò le leggi per i diritti civili negli anni Sessanta, i repubblicani hanno
infatti coltivato scientemente le ansie dell’elettorato bianco degli stati meridionali,
facendo diventare il “profondo Sud” un loro feudo. Così, negli stati dove i neri
sono circa un abitante su tre - come la fascia tra Mississippi e North Carolina
- il voto afro-americano viene in sostanza perso per strada. Quest’anno però le
cose potrebbero cambiare. Contando di conquistare comunque la preferenza della
quasi totalità dei neri, e puntando sulla loro mobilitazione in suo favore, Obama
spera che gli afro-americani possano regalargli almeno uno di quegli Stati meridionali.
E in un’elezione che promette di essere più equilibrata di quanto si pensasse
all’inizio, qualunque stato strappato ai rivali potrebbe essere decisivo.